Le parole di Benedetto XVI, come un padre ai figli
Quel «promemoria» destinato ai giovaniEdoardo
Patriarca
("Avvenire", 7/3/’07)
La Pasqua è la festa della vita per eccellenza, la vita salvata da Gesù Risorto. Lo è per tutti noi, per tutte le generazioni. Ma senza nulla togliere a noi adulti, la Pasqua è la festa dei giovani per antonomasia. I loro volti raccontano e testimoniano l'eccedenza della vita, i loro occhi brillano di speranza e futuro. L'omelia di Papa Benedetto pronunciata in occasione della celebrazione delle Domenica della Palme e della XXII Giornata mondiale della Gioventù ha anticipato la festa che fra poco andremo celebrare. Un'omelia che nei contenuti, nel linguaggio e nella schiettezza prosegue il lungo magistero dei Giovani di Giovanni Paolo II con una continuità sorprendente. Papa Benedetto parla da padre ai suoi giovani figli, rende loro vicino e prossimo il Gesù della vita, li incoraggia senza nascondere le difficoltà e le insidie. E parla loro con affetto proponendo una sorta di agenda per una vita felice e realizzata. È Gesù che ci ha donato la chiave della vita e ci chiede di seguirlo. I suoi primi discepoli hanno "deciso di lasciare la loro professione, i loro affari, tutta la loro vita per andare con Gesù". Non il criterio dell'"autorealizzazione" ma piuttosto l'amicizia, il servizio agli ultimi, il coraggio di opporsi alla violenza e alla menzogna e di suscitare riconciliazione e pace fra gli uomini. Papa Benedetto si domanda: «Chi salirà il monte del Signore? (Salmo 24 [23])». E propone due condizioni. Coloro che vogliono giungere in alto devono essere persone che sanno scrutare l'orizzonte della vita quotidiana e feriale per cercare il volto del Gesù risorto. Salire è fatica fisica e spirituale, un esercizio esigente delle virtù della resistenza, della capacità di usare bene le proprie energie, di sapersi fermare al momento opportuno per non smarrire il sentiero e per non «consentire di lasciarsi portare qua e là» e «non accontentarsi di tutto ciò che tutti pensano e dicono e fanno». Si sale perché si coltiva qualcosa di grande nel cuore, una aspirazione talvolta inafferrabile eppure vicina e concreta come lo è Gesù tra noi. La seconda condizione è che solo coloro che hanno mani innocenti e il cuore puro possono stare nel luogo santo. Papa Benedetto non va per il sottile. «Mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzione, con le tangenti». Un richiamo forte a costruire una cultura dell'impegno, della pace e della legalità. E Dio sa come il tempo che viviamo abbia bisogno di «mani innocenti», mani che sanno esercitare una testimonianza e un servizio con una integrità personale senza ombra alcuna. Quando è puro il cuore, si domanda Papa Benedetto? «È puro un cuore che non finge e non si macchia con menzogna e ipocrisia. Un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva, perché non conosce doppiezza. È puro un cuore che non si strania con l'ebbrezza del piacere; un cuore il cui amore è vero e non è soltanto passione di un momento». Non si intravede in tutto ciò il profilo di uomo innamorato del bene per gli altri, innamorato della città, innamorato di una politica orientata al bene, innamorato di una cultura improntata sulla responsabilità e sull'esercizio di una cittadinanza attiva e solidale? E poi si accusa la Chiesa di parlare solo di vita e famiglia: una occasione perduta dai "media", non certo dai giovani che si avvicinano all'avventura cristiana e hanno la fortuna di incontrare "adulti colorati". Buona e Santa Pasqua.