L’amore per la Campania ci fa scendere in campo

RITAGLI    I cumuli fumanti e velenosi    DOCUMENTI
gridano al cielo la nostra rabbia

Don Maurizio Patriciello*
("Avvenire", 13/1/’08)

Stavolta l’abbiamo combinata grossa!
Avvertiamo sul nostro volto le conseguenze di quel sentimento tutto positivo che è la vergogna. No , non quella parola gridata con rabbia che pure comprendiamo, ma quel rossore, quel calore che sale per il corpo, ti avvampa, ti mette disagio. Prendiamo atto: il mondo intero parla dell’incapacità di noi napoletani nel gestire un aspetto importante della vita organizzata e “opulenta” degli occidentali.
Quanta contraddizione in ciò che sta accadendo: l’immondizia dice benessere di un popolo, eppure
Napoli di immondizia muore. In Campania trovare lavoro è un’impresa, benché i napoletani siano persone ricche di fantasia, di capacità, di adattamento. La “camorra” strangola iniziative e futuro. I morti lasciati sull’asfalto ogni anno, sono centinaia. Sono talmente tanti che ognuno si difende come può, magari non leggendo i giornali locali che ne danno notizia in prima pagina con tanto di foto impietose, come un pugno nello stomaco. Ci difendiamo parlando di altro, guardando altrove. Chiudiamo gli occhi per poter sopravvivere. Si fa finta di niente. Ci si adatta a logiche assurde. Ci si abitua a discorsi che senti fare anche da gente semplice, buona. In un paese c’è un “tizio” che “strozza” tutto: commercio, affari, vita sociale; che comanda, del quale si ha paura, che prende quello che vuole, quando vuole. Ebbene, succede che questo tizio venga fatto fuori da altri tizi che vogliono i suoi spazi, le sue piazze, per poter comandare di più, “strozzarci” di più, annientarci di più. Succede che nei commenti all’angolo della strada tu debba sentire che “in fondo la vittima era sì uno che viveva in certo modo, ma non era cattivo. Spesso promuoveva iniziative per il quartiere e quando uccisero Sciusciello, quattro mesi fa, si addossò le spese e provvide alla famiglia”. Alla fine del funerale di tizio, uno scrosciante applauso mette fine ad ogni illusione. Ecco la trappola maledetta nella quale siamo caduti e da cui bisogna tirarsi fuori. Ecco la cosiddetta “cultura mafiosa”. Un pensiero, una visione della vita, rassegnati, vecchi come la “befana”. L’omicidio, l’usura, i rifiuti tossici che riempiono il ventre delle nostre antiche, care campagne, sono il frutto marcio di un albero marcio che affonda le radici marce in quel terreno marcio che è il pensare “camorristico”. Non ho detto il comportamento, l’agire, ho detto il “pensare”. La questione, signori, è una questione culturale. Oggi dobbiamo arrossire, e non c’è dubbio. Lo facciamo con dignità, con la dignità di chi non può che prendere atto di un fallimento che è sotto gli occhi di tutti.
No, non è un’emergenza, anche se dobbiamo affrontarla come tale. Non è esploso, all’improvviso, il Vesuvio. Questo disastro era prevedibile, era nell’aria da tempo e non è giusto mettere tutti sullo stesso banco degli imputati. C’è gente che va gridando da anni contro “ecomafie” e rifiuti tossici, ma chi la prendeva in considerazione? E poi, non sappiamo tutti che quando un problema non ti afferra personalmente, non ti prende alla gola, parlarne troppo diventa antipatico? Un conto, quindi, è denunciare un modo di pensare insano, altro conto sono le responsabilità per fatti accaduti. Le colpe sono di chi le ha commesse. La domanda che occorre porsi e che sento poche volte rivolgere ai diretti responsabili è: «Va bene, signori, siete stati incapaci, ma dove è finito quel fiume di soldi che ha bagnato la Campania in questi anni di straordinarie follie?».
Quando si commette un reato non basta allungare la faccia dicendo: «Ho sbagliato, scusami». Si riparano i danni, si rimettono almeno insieme i cocci. Insieme alla salute che va a farsi benedire e alla figuraccia fatta davanti al mondo, dobbiamo umilmente ammettere che il danno più grave lo hanno subìto i nostri giovani, ai quali diventa più difficile continuare a credere agli adulti ed alle istituzioni. Anche di questo si alimenta certa “sottocultura”. Non si tratta di mandare alla gogna nessuno, ma facciamo di tutto – tutti – , per far toccar con mano ai giovani che lo Stato c’è, ci è accanto, lotta con e per noi. Chesterton scriveva che la Chiesa non condanna se non quello che noi stessi saremmo infine giunti, ma forse troppo tardi, a condannare. Credo che questa verità oggi diventi “lucente”. L’immondizia che ci soffoca ci dice che di egoismo si muore, che alla fine esso non paga. I cumuli fumanti e velenosi gridano la loro rabbia verso chi pensa che la vita sociale sia da “appaltare” a pochi rappresentanti e che una volta dato il proprio voto, te ne puoi stare sereno a casa perché c’è chi pensa a te. La Napoli di questi giorni ci riempie il cuore di tristezza e di tenerezza. Ma l’amore per la nostra Campania ci mette le ali ai piedi e ci fa scendere in campo con rinnovata energia, non per raccogliere sacchetti, ma per ridare speranza a chi ha tutte le ragioni per averla smarrita.

* Parroco di San Paolo Apostolo - Parco Verde -
 Caivano (Napoli), Diocesi di Aversa