Quando le minacce non vengono dall’"eskimo",
ma dai "colletti bianchi"

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La vita è "sacra", non si tocca

Don Maurizio Patriciello*
("Avvenire", 6/2/’09)

Di Eluana Englaro sino a poco tempo fa non sapevamo pressoché niente. Poi, pian piano, suo padre, il Signor Beppino, ce l’ha fatta conoscere e lei è entrata nella nostra vita. Abbiamo seguito con attenzione, cercando di capire, le varie tappe del cammino che l’ha portata, all’alba di Martedì, a quello che potrebbe essere l’appuntamento con la morte.
Quella di Eluana è una storia triste e dolorosa. Una storia i cui conti, comunque la si mette, non tornano. L’"iter giuridico", conclusosi col "verdetto" che le nega cibo ed acqua, è complesso e contraddittorio. La "classe medica", non solo italiana, esprime giudizi che si elidono a vicenda: per alcuni è viva e capace di sentire dolore, per qualcun altro è già morta da 17 anni e non resta che seppellirla. Tanti "parlamentari", eletti dal popolo sovrano per dare all’Italia "leggi" giuste e sagge, che confessano, a bassa voce, tra imbarazzo e candore, di non avere certezze. Proviamo a chiederci che cosa l’"italiano medio" può aver compreso in tutta questa storia. Egli, l’uomo di tutti i giorni, ha sempre avuto per la vita una "venerazione" e un rispetto istintivi, al di là di ogni "credo" e di ogni religione. Un rispetto che lo fa "inorridire" se solo sente che una persona è condannata a morire di fame e di sete. Se, poi, viene a sapere che ci sono delle "anime consacrate" che da anni la curano, la nutrono, la amano, l’"italiano medio" non riesce a capire il perché di tanta ostinazione a "farla fuori", nel perdurare di tanti dubbi e di nessuna certezza. A questa gente, oggi, dopo che Eluana è entrata nelle loro case, viene chiesto di tacere, di farsi da parte per il rispetto dovuto alla "Famiglia Englaro". Intanto l’"italiano medio", viene informato che degli stupidi a
"Nettuno" bruciano un uomo che tenta di dormire al freddo su di una panchina. È costui un "indiano" e tanto basta a far slittare la riflessione sul problema dell’"immigrazione", con le conseguenti prese di posizioni, ben note, di quelli di "destra" e di "sinistra". La verità è che l’uomo "bruciato vivo" poteva essere un "tedesco" o un "calabrese", quella notte avrebbe subito la stessa sorte. Loro, gli "stupidi", volevano solo divertirsi. Loro sono "annoiati", non sanno cosa fare e della vita e del suo valore hanno compreso ben poco e, di questo passo, noi li aiuteremo sempre di meno. La "vicenda" di Eluana ha qualcosa in comune con il "fattaccio" di "Nettuno"? Credo proprio di sì. Troppo poco si riflette sull’impatto che questa morte (se ci sarà, noi continuiamo a "sperare") avrà sull’"opinione pubblica", sui sentimenti e sull’emozione di tanti giovani. Se la vita è "sacra", non si tocca; se non lo è, la si può anche "bistrattare" a piacimento. Noi vorremmo dare voce ai giovani dei nostri "oratori" e del mondo del "volontariato". Giovani che non hanno tempo per "annoiarsi", perché impegnati in mille attività a favore del prossimo più povero e sfortunato. Vorremmo che si sapesse che essi sono addolorati, angosciati, smarriti davanti a una "sentenza di morte", decretata non dalla "mafia", ma da un "legittimo tribunale". Tanti di loro sono stati testimoni, almeno qui in Campania, di "omicidi efferati", davanti ai quali hanno tremato, hanno sperato, si sono indignati. Eppure è tanto diverso da quello che succede oggi. È diverso perché quando lo "scempio" avviene da parte di chi è nemico della società, essi si schierano senza "tentennamenti" dalla parte della civiltà e dell’onestà. Pronti a rischiare la vita, vincono l’orrore pur di soccorrere lo "sventurato" caduto sotto i colpi, dopo che il vigliacco col casco è scappato via, sapendo riconoscere ciò che è bene e ciò che non lo è. Niente di tutto questo nel "caso di Eluana". Impotenti, con gli occhi umidi e la rabbia in corpo, hanno visto allontanarsi da Lecco, da quella "casa misericordiosa", un’ambulanza più lugubre di qualsiasi "carro funebre". Hanno capito che sulla pelle di questa ragazza si sta giocando una battaglia che assume diversi significati. C’è un padre che dice di voler "liberare" la sua "figliola", e merita un sempre più sofferto rispetto. C’è chi cavalca il "caso" per scopi molto meno nobili. E ci siamo noi, gente comune, "esterrefatta", a chiederci: «Ma dov’è lo "scandalo"? Nella mancanza di una "legge" o nel dissolversi di quella "pietà" che tutti ci accomuna, riservando al più povero e indifeso non la morte, ma maggiore attenzione e tenerezza?». Eluana appartiene a tutti. Eluana è nostra. Pretendiamo il diritto a piangere e a sperare ancora. Chiediamo per tutti al Signore della vita di illuminare le menti ed allargare i cuori.

* Parroco di San Paolo Apostolo Parco Verde - Caivano (Napoli), Diocesi di Aversa