Taybeh, villaggio solo cristiano tra i musulmani

RITAGLI    «Condividiamo la stessa sorte    TERRA SANTA
di tutti i palestinesi»

L’antica Efraim ha la particolarità di avere tre campanili
ma nessun minareto,
a differenza dei 16 paesi palestinesi vicini.
«Però siamo un sol popolo».

Taybeh, l'antica città di Efraim, in Terra Santa...

Da Taybeh, Chiara Pellicci
("Avvenire", 16/2/’08)

Non è come un qualsiasi villaggio della Palestina. Taybeh è, sì, un "mosaico" di abitazioni in pietra bianca su una collina disseminata di olivi, ma a differenza di un qualunque altro villaggio arabo non ha una moschea. Su tutto si ergono tre campanili, uno per ogni Chiesa della cittadina (ortodossa, "greco melchita", latina), ma non un minareto. E qui questa particolarità rappresenta l’unica eccezione.
Taybeh, l’antica
Efraim – dove Gesù si ritirò con i suoi discepoli prima di andare a Gerusalemme per il sacrificio della croce e la Risurrezione – è, infatti, la sola cittadina completamente cristiana della Palestina e si trova tra Gerusalemme e Ramallah, circondata da 16 villaggi interamente musulmani. Nei 104 paesi del distretto ci sono solo sei comunità cristiane: 14mila persone su 400mila abitanti della zona.
Eppure in
"Terra Santa" la presenza dei cristiani è molto preziosa: arabi, rivendicano la discendenza dagli Apostoli e la consapevolezza di aver mantenuto vivo il Vangelo, in una terra che senza di loro sarebbe solo un "museo". Purtroppo però qui i cristiani sono sempre meno: nel 1948 erano il 25% della popolazione della Palestina storica, oggi sono solo l’1,5%. Anche Taybeh ha subito la stessa sorte: con l’occupazione israeliana dei "Territori palestinesi" nel 1967 gli abitanti sono scesi da 3.400 a 1.300.
Don Raed Abusalhia, parroco "latino" della cittadina, ci aiuta a far luce sulla situazione reale, troppo spesso "travisata" nonostante le circa 200 visite all’anno di giornalisti attratti dalla particolarità del luogo: «I cristiani di qui non vogliono essere definiti "minoranza". In arabo, infatti, questa parola ha la stessa origine di "debole", "perseguitato", "straniero". Noi non siamo niente di tutto questo. La nostra rilevanza non dipende dal numero, ma dal tipo di presenza e testimonianza che riusciamo a garantire». Eppure i cristiani in "Terra Santa" diminuiscono ogni giorno di più. «La prima causa della costante emigrazione è la mancanza di libertà dovuta all’occupazione militare israeliana», spiega don Abusalhia. E riprende: «I cristiani non rappresentano una terza parte nel conflitto: sono anzitutto palestinesi che subiscono la stessa sorte dei loro fratelli musulmani e che hanno a cuore la liberazione della propria terra in modo pacifico, senza essere né "antisemiti", né "anti-israeliani"». L’isolamento imposto dai 670 chilometri di "muro" che imprigionano i territori occupati, i «check points» che vietano ai palestinesi di uscire dalla Cisgiordania se privi di uno speciale permesso rilasciato dall’amministrazione israeliana solo per particolari motivi, i numerosi posti di blocco nei territori palestinesi che ostacolano gli spostamenti da una città all’altra, sono una realtà evidente per chiunque visiti la Palestina. Persino le strade cambiano configurazione dall’oggi al domani e costringono a nuovi e più lunghi tragitti solo perché quelle vengono destinate esclusivamente alle auto israeliane per raggiungere le colonie: «Un esempio? Prima della costruzione di Ofra – precisa don Abusalhia, indicando il vicino insediamento israeliano – la strada che collegava Taybeh a Ramallah era di 13 chilometri. Oggi è di 35».
Quanto alle relazioni tra islam e cristianesimo, il parroco rassicura: «Viviamo insieme da 14 secoli e siamo un unico popolo: stesse tradizioni, stessa lingua, stessi problemi, stessa sorte. A volte capita di essere vittime da entrambe le parti di "pregiudizi", ma stiamo lavorando a favore di un dialogo che possa superarli». A tale conferma, scopriamo che qui un terzo dei ragazzi della scuola del "Patriarcato latino" è musulmano: sono studenti dei villaggi vicini, compagni di scuola dei ragazzi di Taybeh con relazioni di amicizia assolutamente normali. Non solo: varie televisioni arabe, l’ultima "Al Jazeera" nell’agosto scorso, hanno realizzato servizi sulla cittadina. Lo stesso don Abusalhia scrive una riflessione sul quotidiano arabo "Al-Quds" ogni domenica: «È importante dare visibilità alla presenza degli arabi cristiani: confuta la tesi di una certa "propaganda" che mira a identificare il cristiano con l’occidentale e a contrapporlo con l’arabo musulmano». E riprende: «Ai pellegrini diciamo: "Venite e vedete". Saranno tutti ospiti della nostra Comunità».