Nei
"Territori occupati" il lavoro e il turismo scarseggiano
ma, forte di un’antica tradizione,
il «progetto ricamo» permette a numerose madri
di aiutare le proprie famiglie.
Tessitrici di pace e di speranza
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nella Terrasanta
Con l’aiuto
della parrocchia "melchita" di Ramallah,
trecento donne palestinesi vendono i loro tessuti a Gerusalemme.
Da
Ramallah, Chiara Pellicci
("Avvenire",
8/3/’08)
Nei locali del "Centro
pastorale melchita"
di Ramallah
è giorno di consegna dei lavori. Donne con il capo velato e il vestito scuro,
ornato con ricami dai colori vivaci, portano borsoni "traboccanti":
sono gli oggetti in stoffa realizzati dalle madri di famiglia che, grazie all’attività
pastorale della parrocchia cattolica "melchita", si vedono garantito
un lavoro, quello di ricamatrici e sarte, e la possibilità di svolgerlo a casa
propria. Vengono qui di tanto in tanto per consegnare i "manufatti",
vedersi pagare il compenso dovuto e prendere nuove stoffe per nuovo lavoro.
Ne vengono fuori borse, borsellini, fodere per cuscini, "centri
tavola" e quant’altro la fantasia permetta di confezionare con stoffa
ricamata secondo la tradizione palestinese. Il "Centro pastorale melchita"
garantisce la vendita dei prodotti realizzati. O almeno ci prova: il turismo a
Ramallah, come nel resto dei "Territori occupati", è pressoché
scomparso viste le difficoltà di libero accesso a causa della presenza dei
numerosi "check point" israeliani. Così come i pellegrinaggi, che
difficilmente si addentrano nel cuore dei "territori palestinesi",
nonostante la presenza di numerosi "siti sacri" e di vive comunità
cristiane. Ma al "Centro pastorale" non si danno per vinti. I lavori
consegnati dalle ricamatrici vengono in parte esposti per chi si spinge fino
qui, in parte inviati a Gerusalemme,
al di là del "muro" che isola i territori palestinesi. Se i
visitatori non arrivano a Ramallah, sono gli oggetti che raggiungono i
visitatori: succede allora che i pellegrini in visita al luogo dove Gesù
insegnò ai suoi discepoli la preghiera del "Padre Nostro" sul
"Monte degli Ulivi", trovino i ricami delle donne di Ramallah e
dintorni. Un modo perché le vendite siano assicurate.
Il «progetto ricamo» ha un valore "ecumenico" e
"interreligioso": coinvolge quasi trecento donne palestinesi, di cui
una quarantina cristiane (cattoliche, ortodosse, luterane) e le rimanenti,
musulmane. Tutte madri che con il loro lavoro fanno fronte alla
"precaria" situazione in cui versa la maggioranza delle famiglie in Cisgiordania.
Qui il ricamo non è un’attività come un’altra: è una tradizione femminile
che da secoli tramanda disegni e colori dei vestiti tipici palestinesi.
Completamente femminile è anche la gestione del "Centro", affidata a
personale locale affiancato da alcune volontarie dell’"Afi"
("Associazione fraterna internazionale"),
una comunità di laici cristiani fondata negli anni Trenta in Belgio da Yvonne
Poncelet.
«È alle donne palestinesi che il "Centro" è stato affidato
completamente. Noi le aiutiamo soltanto», spiega Hélène, una laica francese
che con il parroco segue il "progetto" dal suo inizio.
A pochi passi dalla parrocchia "melchita" c’è la Piazza dei Leoni,
punto "nevralgico" della città. Dietro l’ingorgo di auto che
puntualmente si crea intorno al monumento centrale, si intravede un gruppetto di
uomini che sventola bandiere e rivendica diritti. I "clacson"
sovrastano le voci dei manifestanti. Le donne dai vestiti scuri e ricamati
passano accanto: si avvicinano, cercano di capire. Solo pochi minuti, però:
sono cariche di nuovi tessuti da confezionare. Famiglia e lavoro a domicilio
aspettano.