India - A dieci
anni dalla morte di Madre Teresa
Scrive ancora la «matita di
Dio»
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Calano le
novizie, ma la congregazione si diffonde in 14 nuovi Paesi.
Parla suor Nirmala, alla guida delle "Missionarie della Carità".
Da
Kolkata (Calcutta - India), Agenzia "Uca News"
Traduzione di Anna Perotti
("Mondo
e Missione", Ottobre 2007)
A dieci anni dalla morte di Madre
Teresa, la vitalità
della famiglia religiosa da lei fondata rimane sorprendente, anche se va
diminuendo il numero delle novizie. Nell’arco di un decennio, le suore dall’inconfondibile
"sari" bianco-azzurro sono entrate in 14 nuovi Paesi: in Africa
(Algeria, Ciad, Gibuti, Mali e Togo), ma anche in Oriente (Afghanistan,
Azerbaijan, Israele, Kazakistan, Thailandia) e Oceania (Nuova Zelanda). Missioni
sono state aperte anche in Bosnia, Finlandia e Norvegia. In Italia le case sono
arrivate a quota 20, con l’ultima comunità approdata a Torino nei mesi
scorsi. Per ora il sogno di Madre Teresa di inviare le "Missionarie della
Carità" in Cina
continentale rimane tale. Ma per suor
Nirmala Joshi, che
oggi guida la congregazione, i tempi sono maturi.
Induista convertita al cattolicesimo, il 13 marzo 1997 suor Nirmala è stata
scelta per succedere alla suora più famosa del mondo, che sarebbe morta sei
mesi dopo, il 5 settembre. Nel ’98 Giovanni
Paolo II permise l’apertura
della causa di canonizzazione di Madre Teresa, derogando dal normale periodo di
attesa, e nel 2003 la proclamò beata. In occasione del decennale della morte
molte diocesi indiane hanno celebrato la figura della suora. L’arcidiocesi di
Calcutta, «quartier generale» della Beata, l’ha ricordata con diversi
eventi, mentre si susseguono in varie località incontri di preghiera e
meditazione. Proponiamo ampi stralci di un’intervista a suor Nirmala raccolta
dall’agenzia "Uca News".
Suor Nirmala, a che punto è la causa di canonizzazione?
Ci deve essere il "miracolo". Molte persone hanno ricevuto grazie attraverso la sua intercessione, ma nessuna di queste può essere qualificata come un miracolo. In ogni caso, la Madre è stata già canonizzata da chi l’ha accolta nel suo cuore come una santa. Manca solo la proclamazione ufficiale.
Qual è la situazione delle vostre vocazioni?
Ne abbiamo, ma ce ne vorrebbero di più. Al momento siamo 4.823 suore professe, 265 novizie e 425 prenovizie, di 94 nazionalità. Alla fine del 1997 eravamo 3.914 suore, 441 novizie e 471 prenovizie.
Il numero delle novizie
sta scendendo...
Sì, ma 265 non sono comunque poche. Oggi nascono meno bambini: le famiglie sono diventate troppo piccole. La mondanità e la ricchezza condizionano i giovani. Inoltre, ci sono più strade percorribili, anche nella vita consacrata.
La "globalizzazione" incide?
Anche noi ne siamo condizionate. Ma la nostra vita è sempre la stessa. Continuiamo a non avere ventilatori elettrici, ad eccezione delle suore malate.
Usate "Internet" per comunicare?
Usiamo "e-mail" e "computer" per raccogliere la documentazione per la causa di canonizzazione. Ricorriamo al "pc" solo se strettamente necessario. Per comunicare tra le nostre case utilizziamo il "fax".
Siete stimate in tutto il
mondo per il vostro severo stile di vita.
Continuate a essere apprezzate allo stesso modo, anche dopo la morte della
Madre?
La stima è rivolta all’opera di Dio. Le opere buone e generose sono sempre apprezzate dalla gente. La gente ci amava quando la Madre era in vita e continua ad amarci ora.
Ha in programma l’apertura di qualche nuova casa?
Stiamo valutando la
situazione. Sicuramente apriremo a Timor Est. Alcune suore hanno visitato l’isola.
Ora attendiamo l’invito del vescovo.
Ancora niente Cina, però... Non ancora. Nel 2005 ci hanno invitato per aprire
una casa per orfani e anziani a Qingdao, nella provincia di Shandong, Cina
orientale. L’invito è stato fatto dal vescovo, ma con la totale approvazione
del governo centrale. Che la Cina ci tenesse a normalizzare le relazioni
diplomatiche era risaputo. Così andai dal Santo Padre e ricevetti la sua
benedizione. Visitammo la Cina il 16 luglio 2005. La Cina ci vuole, ma poiché
la nostra presenza è in qualche modo legata all’apertura delle relazioni
diplomatiche, dobbiamo pazientare. Intanto continuiamo a pregare.
Non è un’attesa un po’ lunga?
Certo. Ma la Cina è così. Noi non ci meravigliamo. L’aspetto interessante della faccenda è che l’iniziativa non è partita da noi. Deve averlo fatto la Madre dal cielo. Prima di morire, aveva pregato molto per la causa cinese. Dopo la sua morte, anche noi abbiamo pregato affinché il sogno si realizzasse, ma, passato un certo periodo, abbiamo accantonato la questione. Siamo presenti a Hong Kong e a Macao, che ora fanno parte della Cina. Ma alla Madre questo non bastava. Lei voleva mettere piede sul continente. Ad ogni modo, a tempo debito succederà.
Le sue suore stanno operando in aree a rischio, quali Iraq e Afghanistan. Come garantisce loro la sicurezza?
Dio è la sicurezza maggiore che abbiamo. Le suore desiderano stare con la gente che vive nel pericolo. Non vogliono abbandonare le persone per scappare. Quattro suore sono in Iraq, altrettante in Kosovo e a Kabul. Le opere dell’amore sono apprezzate ovunque. Tre suore sono state uccise nello Yemen. Il loro assassino non era originario del Paese, anche se aveva un passaporto yemenita; era stato assoldato da un gruppo "anti-cristiano".
Cosa risponde a quanti insinuano che il vostro operato è una facciata e che in realtà mirate a convertire i popoli al cristianesimo?
Che vedano il nostro operato. L’uomo che ha ucciso le nostre suore in Yemen non ha mai visto le nostre opere. Continueremo sulla nostra strada, non ci preoccupiamo. Se vogliono ucciderci, fa parte del nostro essere cristiane. Naturalmente soffriamo quando ci attaccano. Ma nello stesso tempo dovremmo sapere che soffrire con Cristo fa parte dell’essere cristiani. Lo dobbiamo accettare: è il prezzo della nostra fede.
Dieci anni fa i "media" scrissero che il suo "retroterra" induista avrebbe potuto contribuire a colmare il divario fra induismo e cristianesimo. È così?
Non io, ma la nostra attività può colmare il divario. Il nostro servizio per i poveri dovrebbe portare la pace e l’armonia. È l’opera di Dio che dovrebbe riunire tutti quanti, anche coloro che non sono credenti. Io sono stata arricchita dalla mia cultura originaria. La famiglia (appartenente ai "bramini" o classe sacerdotale) mi ha cresciuto in Nepal e ha arricchito la mia esistenza successiva di cristiana. La vita spirituale che conducevano i miei genitori mi ha aiutato: è stata una preparazione a Cristo. In questo senso il mio "retroterra" culturale è stato molto importante. Il Dio "Shiva" dell’induismo mi ha portato a Gesù.
La sua famiglia l’ha ostacolata quando si è convertita?
Naturalmente: ero la figlia maggiore (otto fratelli e due sorelle). Non è stato facile accettare che lasciassi la loro religione per abbracciarne un’altra. Ma col tempo, lentamente, si sono resi conto della mia felicità. Anche un’altra sorella è entrata a far parte della Chiesa ed è diventata suora carmelitana.
Qual è la situazione finanziaria della congregazione?
I doni di Dio non sono mai mancati, sono sempre arrivati. La carità nei nostri confronti è grande. Più di quanto ci occorra.
Ci sono ancora persone abbandonate nelle strade di Kolkata (Calcutta)…
Noi stiamo accogliendo un numero sempre maggiore di persone. Ma non possiamo arrivare dappertutto. Tutti dovrebbero fare la loro parte: ricchi, poveri, governo. Se ognuno condividesse dal profondo del cuore con coloro che non hanno, si potrebbe ottenere qualcosa. Ma i poveri rimarrebbero lo stesso. Ricordiamo le parole di Gesù: «Io non sarò più qui, ma i poveri saranno sempre con voi».