Parla una delle
vittime del "regime comunista",
che negli "Anni '70" si rese responsabile della morte di quasi due
milioni di persone.
Oggi è alla sbarra Duch, il capo del "centro di detenzione",
in cui trovarono la loro fine 14mila "internati".
«Nelle mie tele, raffiguro le "torture" che vidi:
unghie strappate, morsi di serpente, "scosse elettriche"».
«Non ho odio, né voglia di "vendetta".
Oggi mi piacerebbe comprendere che cosa scatenò quell’odio
"feroce".
Se lo spiegassero pubblicamente, lascerei liberi gli "imputati"».
«Io,
"scampato",
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dipingo l’orrore dei "Khmer Rossi"»
Vann Nath:
«Solo in 9 uscimmo vivi dalla famigerata "prigione S-21"».
«Non ho mai capito quale fosse il mio "crimine".
Ero un "artista", e questo forse bastava
per essere considerato potenziale "nemico" del popolo.
La mia "dote" però mi salvò».
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Da
Phnom Penh, Piergiorgio Pescali
("Avvenire",
19/3/’09)
Vann Nath
osserva un gruppo di giovani cambogiani soffermarsi di fronte ai suoi quadri
appesi in una sala del ristorante "Kith Eng" a Phnom
Penh. Gli sguardi
attoniti mostrano una certa diffidenza riguardo il realismo delle scene
raffigurate sulle tele: «Comprendo la loro incredulità, ma tutto ciò che ho
dipinto è accaduto veramente», dice Nath, mentre ci accompagna nella stanza
dove vive e lavora.
Lui è uno dei 14mila "khmer" imprigionati a "Tuol Sleng", la famigerata
"S-21" (ex liceo della capitale trasformato in centro di
"detenzione politica"), il luogo in cui venivano interrogati i
presunti oppositori al "regime" di Pol
Pot tra il 1975 e il
1978 (diretto da quel Duch, da Febbraio messo "sotto processo" dal
tribunale allestito in collaborazione con l’"Onu"
per i crimini del passato "regime").
Di quelle migliaia di oppositori, solo nove sopravvissero. Da allora, Nath
dedica la sua vita a testimoniare la propria terribile esperienza, resa ancora
più tragica dal fatto che molti di quegli "internati" erano autentici
simpatizzanti del nuovo Governo (di cui non conoscevano ancora la ferocia),
sospettati però di non essere sufficientemente leali verso la
"dirigenza".
Quando e perché è stato
arrestato?
Venni catturato alla fine del 1977, ufficialmente per aver offeso l’"Angkar" (il "Partito Comunista" al potere). Ricordo che per settimane intere cercai di ripercorrere ogni mia parola, ogni mio gesto cercando di risalire all’attimo in cui avrei commesso qualcosa che provocò il mio arresto, senza però riuscire a individuarlo. Ero un "artista", e questo probabilmente bastava per essere catalogato come potenziale nemico del popolo.
Delle 196 prigioni esistenti in "Kampuchea Democratica" (il nome dato al Paese dal "regime"), la "S-21" è stata quella in cui vi fu il maggior numero di vittime. Chi vi entrava poteva uscirne solo morto. Che cosa la salvò?
Fu Pol Pot a salvarmi! (ride, "ndr"). Sì, è vero, Pol Pot ha indirettamente fatto sì che scampassi alla morte. Duch aveva notato la mia abilità artistica e Nuon Chea (il numero due del "regime") aveva commissionato un monumento raffigurante Pol Pot in marcia davanti a un gruppo di "rivoluzionari". Avrebbe dovuto essere costruito al posto del "Wat Phnom" (l’antico tempio che sorge sulla collina che dà il nome alla capitale). Nel frattempo dovevo dipingere ritratti di Pol Pot.
Ha mai incontrato il "dittatore"?
Mai. L’ho visto solo in fotografia.
Il "regime di detenzione" è sempre stato così "brutale"?
No, verso la fine del 1978 le condizioni si fecero improvvisamente più rilassate, e non c’erano quasi più "torture". Anche le guardie si mostravano più gentili. Penso che i vertici "khmer" avvertissero l’imminenza della guerra con il Vietnam e cercavano appoggi all’estero.
Dopo la sua "liberazione", ha dipinto quadri che raffiguravano scene di "vita quotidiana" all’interno della prigione. È stato testimone diretto di tutto ciò che ha rappresentato?
La maggior parte delle scene che dipingo le ho viste direttamente: i prigionieri sdraiati e incatenati, quelli stremati e affamati, le unghie strappate durante gli interrogatori, i morsi dei serpenti o degli scorpioni, le "scosse elettriche". Sentivo le urla di dolore, i pianti dei neonati e delle loro madri. Vedevo i prigionieri caricati sui "camion" e portati a "Choeung Ek". I "camion" tornavano vuoti e tutti capivamo che fine avremmo fatto, come gli "sventurati" che vi erano saliti. Altre scene, invece, mi sono state raccontate da sopravvissuti, come il dipinto del "khmer rosso" che uccide un neonato sbattendolo contro un albero.
Pensa di essere obiettivo nelle sue "rappresentazioni pittoriche", o ha in qualche modo caricato i toni, allo scopo di denunciare quei "crimini"?
È una domanda che continuo a farmi: sono stato "onesto"? Non so. Per ciò che ho visto, posso dire di sì.
Ha mai incontrato i suoi "carcerieri"?
Sì. Ho incontrato Him Huy. Ha detto che se non avesse fatto quello che gli era stato ordinato di fare, sarebbe lui stesso stato ucciso. Ma ricordo che nei suoi occhi non vedevo alcuna pietà per i prigionieri da lui torturati.
Il mese scorso è cominciato il "processo" ai dirigenti superstiti di "Kampuchea Democratica". Che effetto le ha fatto vedere Duch, il direttore della "S-21", alla sbarra?
Non ho provato odio, voglia di
"rivalsa". Voglio solo capire quale sia stato il meccanismo che ha
prodotto tale "regime", tale odio del presunto nemico. Voglio capire.
Non voglio vendetta. Penso di avere diritto a una spiegazione. Non mi interessa
neppure che vengano condannati.
Fosse per me li lascerei liberi, a patto che diano spiegazioni sulla loro
condotta. Perché è stato fatto tutto questo? Solo così potremmo evitare il
ripetersi di queste tragedie. Voglio che le future generazioni siano immuni da
questi pericoli. Ma servono risposte. Se il "processo" si limita solo
a condannare, allora è stato tutto inutile.
IL CASO
Il difficile "processo" sotto l’egida "Onu"
La storia del
"processo" contro i "Khmer
Rossi" inizia
nel 1997, quando l’"Onu" concesse l’assistenza alla Cambogia
affinché si potesse procedere alla formazione di una "corte
internazionale". Se da una parte le organizzazioni dei "Diritti
Umani" premevano per avviare il "processo", dall’altra Norodom
Sihanouk e il Governo del Paese, guidato da Hun Sen, cercavano di ostacolare l’"iter".
A Ieng Sary venne concessa l’impunità e l’esercito governativo sferrò un
attacco a Anlong Veng, quartier generale di Pol Pot, smantellando
definitivamente il "movimento". Con la scomparsa dei "Khmer
Rossi", Hun Sen sperava che la "comunità internazionale"
abbandonasse l’idea del "processo".
Ma le voci nel mondo che reclamavano di fare i conti con il passato non
cessarono comunque di chiedere giustizia e nel Giugno 2007 vennero istituite,
con la collaborazione dell’"Onu", le "Camere
Straordinarie" nelle "Corti Cambogiane" ("Eccc"). Morti
Pol Pot e Ta Mok, i dirigenti "Khmer Rossi" alla sbarra sono Nuon Chea,
Ieng Sary, sua moglie Ieng Thirith e Duch. L’accusa è di
"genocidio", crimini contro l’umanità, crimini di guerra,
distruzione di proprietà culturali, crimini contro "diplomatici
internazionali", "tortura" e persecuzione religiosa. Il
"processo" durerà circa tre anni; non sono previste
"assoluzioni" e le sentenze varieranno da un minimo di "5
anni" all’"ergastolo". Non sono previste "condanne a
morte".