I luoghi delle origini
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Egidio
Picucci
("Avvenire", 28/11/’06)
Sulla strada che da Smirne porta
verso il sud-est della Turchia, in direzione di Pamukkale, un cartello segnala
Ephès, ma la imboccano solo i pullman dei turisti, perché Ephès è tutta ed
esclusivamente per loro: la gente vive a Selçuk, una cittadina che ne ha
raccolto la popolazione, ma non l’importanza e lo splendore.
Ephès è una città dissepolta e si stenta a credere che tra le rovine abbiano
sfilato bibliche processioni dietro la statua della dea Artemide, o quella più
modesta che nel 431 accompagnò con le fiaccole sulla Via dei Cureti i vescovi
che avevano proclamato, nella chiesa ancora in piedi, che la Madonna è
veramente Madre di Dio. Come si stenta a credere che della numerosa comunità
cristiana d’un tempo non vi sia rimasto nessuno: Selçuk è interamente
musulmana.
Gli Atti degli Apostoli parlano a lungo della Chiesa di Efeso, nata dalla
predicazione di Paolo e di Giovanni, il quale, nella lettera inviata al suo
angelo, ne loda la bontà e la tenacia nell’opporsi all’eresia nascente.
Tuttavia, se di essa non rimangono le anime, rimangono almeno i luoghi.
Luoghi vivi, perché colmi ancora della presenza dei tre protagonisti della
nascente comunità cristiana: la Madonna, san Giovanni e san Paolo. La Madonna
è presente nella Basilica del Concilio, dove i cattolici di Smirne ricordano
ogni anno con una particolare liturgia la proclamazione della sua divina
maternità; san Giovanni sopravvive nel sepolcro custodito nella Basilica fatta
costruire dall’imperatore Giustiniano, e nella quale la diocesi di Smirne
organizza il venerdì santo una solenne Via Crucis; Paolo è presente nella
scuola di Tiranno in cui insegnò per due anni «a tutti quelli, giudei e greci,
che abitavano in Asia» nelle ore più calde del giorno.
Non è molto, d’accordo, ma è la fiamma che non si spegne, tenuta accesa
anche da migliaia di pellegrini che ripercorrono le vie di Paolo, contro il
quale insorsero gli argentieri della città che trasformarono il teatro (c’è
ancora anche quello) in un’arena.
Il luogo più vivo, comunque, è il piccolo santuario di Meryem Ana, la Madre
Maria, posto in cima al Bülbül Dag (collina dell’usignolo) e nel quale,
secondo una tradizione che risale al II secolo, si conserva la casa in cui visse
la Madonna. Quando se ne era persa completamente la memoria, fu ritrovato grazie
alle pressioni che la Superiora delle Figlie della Carità di Smirne fece ai
lazzaristi padre Henry Ioung e padre Eugène Poulin. Avendo letto nella Vita
della Madonna scritta secondo le rivelazioni della beata Anna Caterina Emmerick,
che la Vergine era vissuta sulla collina sovrastante Efeso, la suora pregò i
due sacerdoti di controllare l’esattezza delle informazioni. Era il 1891.
Le insistenze di madre Marie Mandat de Grancey costrinsero un bel giorno i due
renitenti lazzaristi a tentare l’avventura, che si concluse con il
ritrovamento della casa nel luogo esatto segnalato dalla Emmerick. Padre Poulin
era un vecchio soldato dell’ "armée" napoleonica e padre Ioung
scienziato di unghia dura, per cui non si arresero facilmente e fecero un’indagine
meticolosa prima tra i resti della casa e poi tra gli abitanti della vicina
Sirinçé, scoprendo che essi, pur essendo ortodossi e quindi in teoria
necessariamente propensi alla tradizione favorevole alla "dormitio"
della Madonna a Gerusalemme, erano invece convinti che essa fosse avvenuta sul
Bülbül Dag, dove ogni 15 agosto si recavano in pellegrinaggio.
Da allora Meryem Ana è diventato un piccolo santuario ecumenico perché
musulmani e cattolici vi pregano abitualmente insieme e insieme portano ex voto
di ringraziamento. Per lo Stato è un museo (si paga un biglietto di ingresso),
per la gente è l’ "evi" cioè «la casa» di Meryem. Per questo la
Conferenza episcopale turca l’ha proclamato santuario mariano nazionale.
È il santuario che Benedetto XVI visiterà oggi, seguendo l’esempio di Paolo
VI, che vi si recò nel 1967, e quello di Giovanni Paolo II che si inginocchiò
davanti all’immagine della Madonna senza mani (le perse quando fu gettata in
un dirupo durante la prima guerra mondiale) nel 1979.
Indagini fatte da vari archeologi, tra cui il professor Adriano Prandi nel
1965-67, hanno rivelato elementi che fanno risalire il nucleo originario ai
primi secoli della nostra era. Nell’attesa che altri riprendano le indagini
tra i platani sopravvissuti all’incendio dell’estate scorsa che ha distrutto
tutto il bosco che circonda il santuario, risparmiando solo la cappella e le
abitazioni dei religiosi e delle religiose che lo custodiscono, la buona gente
pensa al presente e si preoccupa del futuro che, messi sotto la protezione di
Meryem Ana, saranno affrontati con serena fiducia.
Anche questo è un modo di restituire a Efeso l’importanza di un tempo,
giacché anche oggi il luogo, più che dei monumenti che la abbelliscono, è dei
pellegrini che vi arrivano da tutto il mondo non per vedere le malefatte degli
uomini, ma per ammirare le opere di Dio. Che sono ancora molte, anche se in
pochi altri luoghi, come a Efeso, si ha la conferma particolarmente espressiva
di Eraclito, che vi nacque. La dottrina del suo perpetuo divenire si legge in
tre mondi: quello pagano nell’Artemisio, di cui rimane in piedi una sola
colonna; quello musulmano, vigilato dal minareto della moschea di Isa Bey,
sottostante la basilica di San Giovanni; quello cristiano, vivo nella Chiesa del
Concilio e in quella di San Giovanni, ma soprattutto nel santuario di Meryem Ana,
visitato da quasi due milioni di pellegrini l’anno.
Dei tre rimasti ha quindi limitato i danni del divenire solo il mondo cristiano,
cosa che Eraclito non aveva previsto.