Abbé
Pierre: per uscire dal "tunnel"
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A un anno dalla morte, la proposta «estremista» del prete dei "barboni".
Abbé
Pierre
("Avvenire",
17/1/’08)
Nei primi anni dopo la
guerra il nostro impegno a favore dei "senzatetto" assorbiva giorno e
notte la mia vita e quella degli «stracciaioli di "Emmaus"».
Un giorno – la casa era già piena, ogni stanza occupata – i compagni mi
portano un’intera famiglia con quattro bambini. Ero disperato. Decisi allora
di liberare la stanza adibita a Cappella. Presi Gesù presente – e lo so bene!
– nelle ostie consacrate e lo portai nel granaio, al freddo. Qualche compagno
mi criticò per la soluzione, ma io cercai di fargli capire che Gesù, in quel
giorno, aveva freddo nei corpi di quelle persone, di quei quattro bimbi in
giovane età, e non nell’ostia consacrata. È poi singolare notare la
composizione vera di quella famiglia. In effetti c’erano due «papà», ma uno
lavorava di giorno e l’altro di notte.
Quando lo capii, alla fine non mi dispiacque. In quegli anni, ed anche in
futuro, andavo ripetendo un po’ ovunque la caratteristica di quello che "Emmaus"
ed io stavamo facendo: «Fare cose che non si fanno, dire cose che non si
dicono». E così, nel fatto specifico, Gesù non solo cedette la sua stanza a
una famiglia povera, ma ad una famiglia anche un po’ singolare.
L’impegno per i "senzatetto" aumentava continuamente. La costruzione
di capanne e case d’emergenza non aveva mai sosta. E quasi tutte erano
abusive, senza alcuna autorizzazione. I compagni mi ricordavano spesso le
conseguenze cui si andava incontro, io cercavo di tranquillizzarli dicendo loro
che se la polizia o i carabinieri si fossero presentati con minacce per «l’abuso
edilizio», avrei tirato fuori le mie decorazioni della "Resistenza",
ma soprattutto avrei esposto e messo sotto gli occhi dei gendarmi tutti gli atti
di nascita delle persone alloggiate. Il loro certificato di nascita costituiva
il «diritto di vivere». E, vista la loro condizione, piuttosto che morire
legalmente, preferivo che vivessero illegalmente! Questo lo dicevo al
"Prefetto" di Parigi, come pure al "Ministro dell’Interno".
Ogni tanto, quando per loro l’avevo fatta "grossa" più del solito, mi
convocavano per sgridarmi e minacciarmi. E in quei momenti approfittavo anche
per ribadire una mia convinzione: loro non se la prendevano con me e con i miei
«stracciaioli costruttori» perché cercavamo di dare una mano, talvolta anche
in modo illegale (secondo loro), a tanti disperati costretti a vivere per
strada, a dormire – i più fortunati – sulle grate della
"metropolitana" per approfittare del caldo che ne usciva.
Ad essi dava fastidio – e ripeto, glielo dicevo chiaramente – il fatto che
con le nostre azioni rendevamo di pubblico dominio questa ingiustizia sociale,
mettendo in evidenza le loro mancanze e la loro complicità. Non lasciamoci
prendere in giro. Non ci sono uscite dal "tunnel". Quello che possiamo
cominciare a vedere è il fondo del "tunnel", questo
"tunnel" in cui l’umanità si è trovata costretta per secoli avendo
per spinta e motivo di ogni iniziativa: avere di più, avere di più, avere di
più. È una strada che finisce contro un "muro". Quali che siano le
opinioni dei partiti democratici, non c’è che una sola speranza. La
necessità di qualche passo indietro, volontario, di comune accordo, per
ritrovare una strada "aperta". Ostinarsi a cercare dei rimedi, dei
"trucchi" per uscire da questa strada senza uscita, è pura follia.
Faccio appello a tutti coloro che non sono "estremisti", o meglio, a
tutti coloro che sono alla ricerca di essere "estremisti", non già a
sinistra o a destra, ma verso l’alto.