RITAGLI   ESSERE LA MANO DI ALLAH   MISSIONE BANGLADESH

Sr. Maddalena Pirodda
( "Missionarie dell’Immacolata PIME" - Giugno/Luglio 2004 )

Vi è mai capitato di sentire un musulmano benedirvi con tutte le benedizioni di Allah? Oppure di sentirvi dire dalla stessa persona che siete per lui la mano di Allah?

Ebbene a me è capitato e non in Bangladesh, dove ho lavorato per 23 anni, ma qui in Italia, a Roma. Tutto è iniziato grazie all'invito di un sacerdote che mi ha chiesto di andare a trovare un ragazzo bengalese ricoverato in ospedale, solo e con una conoscenza minima dell'italiano.

Sono andata volentieri e, appena entrata nella stanza, l'ho salutato con un "Assalam Oalaikum" (la pace di Allah sia con te), e lui, evidentemente commosso, mi ha risposto con una pioggia di benedizioni.

Abbiamo iniziato subito a parlare della sua famiglia, dei vecchi genitori che ha lasciato al villaggio, dei fratelli che ancora vanno a scuola, della sua malattia che da ormai sei mesi lo tiene a letto. Ad un certo punto gli sono spuntati due lacrimoni e mi ha detto: "Non puoi immaginare la gioia che provo a parlare di queste cose con te nella mia lingua, sembra quasi che il mio male si sia alleggerito". E ha aggiunto: "Io sono musulmano e tu cristiana, ma il creatore è lo stesso. Allah non verrà mai di persona ad aiutarmi, ma si servirà sempre di intermediari. Oggi tu sei diventata per me la mano che Allah mi tende per aiutarmi e darmi conforto".

In quel momento mi sono venute in mente tutte le difficoltà affrontate tanti anni fa per lo studio della lingua bengalese, i momenti di scoraggiamento e mi è sembrato che tutto svanisse di fronte alla sua gioia.

E questo ragazzo non è l'unico. Spesso mi capita di fermarmi a parlare con i bengalesi che incontro per strada; dopo un momento di smarrimento, perché mai si aspetterebbero di incontrare qui a Roma una che parla la loro lingua, cominciano a parlare delle loro difficoltà, delle famiglie lasciate in Bangladesh.

Raccontano i loro problemi non per la speranza di un aiuto economico da parte mia, ma solo per la gioia di poter parlare nella loro lingua. Spesso mi sono sentita dire: "Ecco, mi sento più leggero; mi sembra di aver parlato con la mia mamma".

Roma e tante altre città italiane sono invase da immigrati, gente che ha lasciato il proprio Paese in cerca di un lavoro e che hanno fame non solo del pane materiale, ma anche e soprattutto di affetto e di comprensione; hanno bisogno di incontrare persone amiche che, conoscendo la loro lingua e la loro cultura, sappiano dare una parola di incoraggiamento, di speranza.

Spesso mi chiedo se il Signore non ci voglia aprire una nuova strada per la missione ad gentes.

Una volta uno dei Vescovi Ausiliari di Roma mi diceva: "Voi missionari andate lontano per annunciare la Buona Novella, per convertire le persone; ed ora che avete le stesse persone qui, in Italia, e che forse hanno più bisogno di aiuto di quando erano al loro Paese, non volete far nulla per loro?". E alla mia obiezione che in Italia c'erano tantissimi sacerdoti e suore che avrebbero potuto fare questo lavoro, mi ha risposto: "Nessuno potrebbe farlo come voi che conoscete la loro cultura e la loro lingua".

E chissà che Dio non voglia servirsi di noi come sua "mano" o come suoi intermediari per portare a questi fratelli il dono più grande che certamente attendono, magari inconsciamente: la Buona Novella che Dio è Amore e ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito perché tutti ci sentissimo fratelli e figli dello stesso Padre, senza distinzione di razza, di lingua o di colore.