La Terra Santa,
crocevia delle tre grandi religioni,
è ancora un luogo di conflitto.
E la minoranza cristiana ne paga le conseguenze.
Perché un piccolo Paese,
situato in un'area geografica senza apparente valore, senza meraviglie naturali,
senza grandi risorse, è, a tutti gli effetti, così determinante per la storia
del mondo, la storia di tutti noi? Forse ognuno di noi si è posto, almeno una
volta, questo interrogativo. Israele-Palestina non è solo un Paese che confina
con l'Egitto, il Libano, la Siria, la Giordania, e si affaccia per lunga
estensione sul mar Mediterraneo. È, sopra ogni altra cosa, la Terra
Santa, crocevia di
popoli, religioni, culture. Paese di scorribande furiose di popoli antichi, di
interesse politico-militare per troppe potenze attuali.
Essere Terra Santa - per antica elezione, perché terra della nostra redenzione,
perché sede primaria delle tre grandi religioni monoteistiche - è quello che
fa di questo Paese un microcosmo che è immagine e proiezione, nel bene e nel
male, della situazione mondiale. Terra di tutte le contraddizioni umane, trionfo
paradossale e incredibile - scandaloso - di violenze, dominazioni, integralismi,
ma pur sempre terra di Dio più di qualunque altra. Terra dove la "Custodia di
Terra Santa" opera da quasi ottocento anni. Dire Custodia è dire francescani,
l'Ordine dei Frati minori, fondato da San
Francesco: un ordine religioso
missionario per i quali questa Provincia è considerata la "perla delle
missioni".
Come cristiani, come francescani, dobbiamo leggere la realtà di questa terra
con gli occhi della fede, alla ricerca del filo sottile della storia della
salvezza, nell'impegno costruttivo, appassionato e ostinato della pace
attraverso la scelta della nonviolenza. Quasi due secoli di guerre tra cristiani
e musulmani per il possesso della Terra Santa si arenano davanti al gesto
profetico di Francesco, che inaugura un modo nuovo di confrontarsi e convivere
con i musulmani sulle sponde del Mediterraneo. Un gesto rivoluzionario che
affonda le proprie radici nel mandato di Cristo: «Andate, e predicate il
Vangelo a tutte le creature» e che diventa simbolo di ogni possibile dialogo
con le genti, le fedi e le culture più diverse.
La secolare storia della "Custodia in Terra Santa" dimostra che l'umiltà, la
testimonianza gioiosa, la carità fraterna, la forza del perdono, la
semplicità, la continua proposta di una riconciliazione possibile, sono la via
maestra che ha consentito di passare attraverso la travagliata storia di questo
Paese e di costruire una convivenza che non soltanto ha permesso la
conservazione dei Luoghi Santi e lo sviluppo dell'"archeologia
cristiana", ma ha
garantito la sopravvivenza delle comunità cristiane, pietre vive di questa
Chiesa.
Questa deve diventare oggi la strada privilegiata da percorrere: la sola che ci
otterrà da Dio il dono della pace. È, per tutti i cristiani, un monito chiaro
a ritornare alla logica del Vangelo. La storia di questi ultimi sessant'anni si
è fatta ancora più complicata. Dopo la fine della II guerra mondiale, nel
1948, la nascita dello Stato ebraico ha innescato un conflitto che, aggravatosi
nel 1967, ancora oggi determina il clima di paura e di violenza che sembra
dominare la Terra Santa. È la paura dell'altro, il considerare l'altro un
potenziale nemico, che ha fatto alzare i muri nel cuore di due popoli fratelli.
Non si può vivere di paura, perché allora prendono forma i muri che già
ognuno si era costruito dentro il proprio cuore. Quanta responsabilità di
questo clima abbiamo tutti, anche se non siamo palestinesi o israeliani? Quale
responsabilità ci assumiamo quando soffiamo sul fuoco della paura, sul fuoco di
tutti i razzismi? Questa realtà è pagata duramente anche dalle comunità
cristiane, costrette all'esodo dalle proprie terre e dalle città dove hanno
vissuto per secoli e ora tentate fortemente dall'emigrazione.
La presenza dei cristiani non è un "incidente storico", così come
non lo è quella dei musulmani e degli ebrei. Insieme siamo qui, in questa
terra, come segno della volontà di Dio, Signore della storia. Ora tocca a noi
accettarci l'un l'altro, riconoscerci e trovare una forma per convivere nel
rispetto e nella pace. Come cristiani abbiamo un compito storico: non
abbandonare la terra del Signore, stare qui, essere cristiani qui. La nostra
presenza vuole essere fonte di equilibrio, essere segno di tolleranza, invito
concreto a collaborare, a costruire insieme una nuova convivenza. È
solidarietà non solo verso le comunità cristiane locali, ma anche verso tutti
i figli e figlie dell'unico Signore, è tutela dell'identità dei Luoghi Santi,
è profezia di "nonviolenza". Le nostre opere e la nostra testimonianza devono
dire chi siamo.
Il clima di solidarietà che esiste nelle parrocchie e nei centri parrocchiali,
i luoghi di incontri per i giovani senza alcuna distinzione, la preoccupazione
dell'accoglienza di quanti - immigrati da altri Paesi - giungono qui per motivi
di lavoro, la costruzione di abitazioni per permettere alle famiglie cristiane
di radicarsi nel loro territorio, le scuole aperte a tutti, l'attività
scientifica e culturale pure aperta a tutti, l'animazione dei pellegrinaggi, la
quotidiana attività ecumenica e di dialogo interreligioso, sono il nostro modo,
concreto, di lavorare per la pace. L'esigua minoranza della nostra presenza in
Terra Santa non deve diventare timore della scomparsa dei cristiani da questa
terra.
La sfida più grande che dobbiamo affrontare è quella di non limitarci a subire
le difficili situazioni in cui viviamo, ma di inserirci in esse con
atteggiamento attivo e critico, ancorato e animato dalla speranza evangelica.
Sperare è vivere oggi di una realtà che costituirà il nostro futuro. Quando
in questa minuscola porzione della terra verrà la pace, allora sarà giunto il
tempo di una più grande pace per tutto il mondo.