di Padre Giancarlo Politi, Pime
( Pime Genova, Casa San Giuseppe, 18/02/2006 )
La Chiesa cattolica in Cina è una complessa realtà che oggi occorre analizzare e capire. A mio avviso è una esperienza unica nei 2000 anni di Cristianesimo. Cercheremo di tratteggiarne brevemente la storia, per sommi capi, sino ai nostri giorni.
Nato in Asia, nel territorio dell’odierno Stato di Israele, il Cristianesimo nei primi tre secoli si è espanso sia verso occidente (ossia l’Europa ed il Nord Africa) sviluppandosi lungo le coste dell’Egeo, del Mediterraneo e del Mar Rosso, sia verso oriente, in Mesopotamia (attuale Irak) e in Iran raggiungendo anche le coste meridionali della Penisola Indiana – dove ancora oggi si parla di insediamenti dei tempi apostolici, più o meno avvolti nella leggenda – e l’Isola di Sumatra, dove nella provincia di Aceh si sono recentemente trovate le fondamenta di una chiesa dedicata a S. Maria: una chiesa ovviamente certo cristiana, in un territorio attualmente islamico al 100%.
Verso il 500-600 le fiorenti comunità cristiane sviluppatesi negli attuali Iran-Irak subiscono qualche locale persecuzione per cui alcune di esse fuggono verso nord ed entrano in Cina. Di questi primi insediamenti cristiani cinesi si sa poco: ne è rimasta testimonianza solo nella stele di Xian, conservata nella attuale Pagoda delle Stelle, sulla quale sta inciso che in quella pianura esistevano trecento monasteri cristiani. Ma non si sa quanto tempo siano durati prima di estinguersi.
Nel 1200 i Francescani fondano comunità nella antica capitale di Pechino, comunità che scompaiono nel giro di un centinaio di anni: di questo periodo si sono recentemente trovate le fondamenta di una chiesa a Pechino.
Verso la fine del 1500 i Gesuiti p. Matteo Ricci (nato a Macerata nel 1552) e p. Ruggeri entrano in Cina da sud, nei pressi dell’attuale città di Hong Kong: là fondano un nuovo insediamento cristiano e poi arrivano a Pechino. Così inizia un nuovo metodo missionario, che durerà circa trecento anni, sino all’800, metodo determinato da precise e circostanziate leggi vigenti nell’Impero cinese. Infatti gli stranieri non potevano risiedere nelle campagne, ma solo entro le mura delle principali città (in primis Pechino) e non potevano possedere beni. I padri Ricci e Ruggeri, e successivamente i loro compagni, risiedendo nelle città si rendono utili alle relative amministrazioni. In particolare alla corte di Pechino p. Ricci contribuisce allo sviluppo delle scienze costruendo un osservatorio astronomico in muratura che, conservato sino ad oggi ed opportunamente restaurato, ora si trova dentro la scuola centrale del Partito comunista (così come le adiacenti tombe di p. Ricci e Ruggeri) e costituisce forte attrattiva turistica. Altre piccole comunità sono fondate in altrettante città di una certa importanza, tutte raggruppate in una unica diocesi: quella di Pechino, che rimane unica per circa trecento anni. Dovendo andare a dorso di mulo a quell’epoca era assai gravoso muoversi e organizzarsi su territori così vasti.
Nel secolo XIX sembra che le diocesi fossero diventate 12, sempre concentrate nelle città. Papa Gregorio XVI (1830-32), spinto anche da Pauline Jaricot che aveva fondato l’"Associazione per la propagazione della fede", dà impulso all’azione missionaria fondando diverse congregazioni, fra cui il P.I.M.E. (1850), che si spingono in diversi paesi, principalmente Canada, Gran Bretagna e Cina. Precedentemente andavano in missione solo quattro congregazioni: Gesuiti, Domenicani, Francescani e Mep, ciascuna in territori asiatici ben definiti.
In Cina purtroppo, insieme ai molti missionari, in questo periodo arrivano anche le navi dei mercanti, iniziano le guerre dell’oppio e l’epoca dei trattati Cina-Inghilterra, trattati "ineguali", mai riconosciuti dall’attuale governo cinese (la cessione di Hong Kong è del 1842). In base a questi trattati ai missionari era concesso di insediarsi anche nelle cittadine minori e nelle campagne. Ma – in conseguenza di questo propagarsi dei missionari nella periferia – la classe intellettuale colta e dirigente cinese – che a suo tempo era loro amica in compenso dei servigi e delle ventate innovative da loro fornite – si sente abbandonata a favore della "poveraglia" delle campagne e comincia ad accusare i missionari di essere entrati in Cina al seguito dei cannoni e dei militari occidentali: primi gli inglesi, ma poi tutti gli altri, compresa l’Italia…
Il territorio dove si insedia una potenza straniera viene dichiarato "concessione extraterritoriale" e questa violenza (obiettivamente bella e buona) viene addossata ai missionari, soprattutto dal Partito comunista e quindi dal regime instauratosi dopo il 1949. In realtà si tratta di una colpa molto enfatizzata: lo dimostrano esempi concreti, come quello del belga Vincent Lebbe che nel 1914-15 combatte contro la extraterritorialità finché non viene espulso. Personalità di grande rilievo, egli fonda poi ben quattro istituzioni missionarie locali (ossia cinesi), cosa molto importante e innovativa per quell’epoca, dal momento che sino al 1926 non esiste neppure un vescovo cinese. Sono tutti stranieri i vescovi delle diocesi cinesi, il che presenta il Cristianesimo come una religione straniera e imposta. L’obiettivo di formare clero locale, perseguito nel periodo delle quattro congregazioni concentrate nelle città, viene di fatto abbandonato nella fase successiva che vede lo sviluppo missionario nelle campagne senza un minimo coordinamento. Così si arriva al ’900 senza neppure un vescovo cinese. In realtà precedentemente mons. Giuseppe aveva vissuto una vicenda significativa: nominato vescovo dal Papa nel 1674, è stato ordinato soltanto 11 anni più tardi nel 1685 perché nessun vescovo accettava di farlo asserendo la non validità della nomina papale. È stato addirittura imprigionato dal vescovo di Manila, da cui si era recato proprio con lo scopo dell’ordinazione, perché ossequiente al Papa.
Solo nel 1926 Pio XI ordina i primi sei vescovi cinesi, ma nella Chiesa Cattolica il "peccato di estraneità" permane ancora, dal momento che alla fine degli anni ’40, quando sale al potere il regime comunista, dei 138 capi-diocesi in funzione (non necessariamente vescovi) solo 28 sono cinesi (vedi Annuario pontificio del 1951).
La caduta dell’impero cinese, preceduta e determinata da quattro grosse rivoluzioni che nella seconda metà dell’800 mietono complessivamente ben 35 milioni di morti, avviene ufficialmente nel 1911 (in pratica tre anni prima, con la morte dell’ultima imperatrice mancese). Sotto il primo presidente della Repubblica Cinese Sun Yat-sen – definito padre della patria, ma presto sostituito – inizia nel 1911 la ricerca di un metodo nuovo per gestire lo Stato, metodo che subito degenera in una lotta fratricida interna per il controllo del paese, lotta che dura sino al 1949 con il predominio di Mao e miete ulteriori milioni di vittime.
Popolarmente, di Mao conosciamo tutte le menzogne che il regime ha divulgato: tra queste la "lunga marcia" (che in realtà si dovrebbe denominare "marcia della morte"), nell’ambito della quale Mao ha potuto eliminare tutto i suoi antagonisti interni al partito, cosa che continuerà a fare durante la Rivoluzione Culturale, e anche dopo. A Chou en Lai, già primo ministro, negli ultimi due anni di vita sono state negate le cure mediche contro il cancro da cui era affetto, per il semplice motivo che Mao non voleva che gli sopravvivesse. In effetti Mao riuscì nell’intento poiché Chou en Lai morì il 5 marzo 1976, sei mesi prima di lui (9 settembre 1976).
Nel 1946, ancora al confine con l’Urss e lontano dalla conquista del potere, Mao teorizza il proprio atteggiamento rispetto alle cinque religioni ufficiali in Cina, ancora oggi menzionate nella Costituzione nell’ordine: Buddismo, Taoismo, Islam, Cattolicesimo, Protestantesimo. Definisce che la religione è inutile (qualità mutuata da Carlo Marx e dall’esperienza Urss) e dannosa e pertanto va aiutata ad autodistruggersi. Ciò verrà codificato successivamente solo nel 1981, dopo la Rivoluzione Culturale, con il documento n. 19, che è tuttora in vigore e con cui assume posizione il Partito deputato a procedere alla ricostruzione della Cina.
Il metodo di attuazione del predetto programma consiste nel mettere, in ogni organizzazione non comunista, un organismo di controllo con il preciso incarico di distruggerla. Per il Cattolicesimo sin dal 1957 si crea l’"Associazione patriottica dei cattolici cinesi", tutt’ora attiva. Ufficialmente questa è solo un organo di collegamento tra la Chiesa e il "Fronte unito", ossia il mega-ministero che copre tutte le attività non comuniste. Di fatto essa gestisce la Chiesa prendendo ordini dal Fronte unito, con l’obiettivo di estinguerla. Conseguentemente, se muore un vescovo la sostituzione non compete al Papa ma all’Associazione patriottica. Ancora oggi un vescovo non può stabilire l’orario delle messe, in alcuni casi non può fare catechesi, né tenere omelie se non preventivamente autorizzate dalla censura.
Terminato il periodo di aperta persecuzione, l’atteggiamento del Partito è costante e l’Associazione patriottica è in pieno vigore, ma le circostanze del paese oggi sono cambiate.
Nel primo periodo (1949-1976) tutti i possibili avversari del regime sono stati eliminati, morendo di fame o giustiziati (si parla di 100-150 milioni di persone); la Chiesa è messa in condizione di tacere.
Nella seconda fase, successiva all’XI Comitato centrale (dicembre 1978-metà anni ’90) è possibile gestire un po’ di Chiesa, ma secondo i dettami dell’Associazione patriottica e dell’onnipresente Ufficio affari religiosi.
Ancora oggi c’è un vescovo, ordinato a Pechino il 29-12-’79, sposato con una ex-suora, con una figlia, membro del Partito e oggi anche uno dei 15 vice-presidenti del Parlamento. La sua ordinazione episcopale dimostra che non è possibile trovare qualche accordo
In quell’epoca escono dalle prigioni e dai campi di lavoro forzato (che tutt’ora costituiscono una notevole e redditizia riserva di risorse umane gratuite) tutti i tecnici, i docenti, gli intellettuali che erano stati internati nel periodo precedente. Il regime infatti si accorge finalmente di avere bisogno delle loro competenze, poiché dagli anni ’65-’66 sono state chiuse tutte le scuole di ogni genere e grado, con il risultato di avere una intera generazione non secolarizzata. Escono dunque preti e vescovi, i quali – senza che uno sappia dell’altro – devono rapportarsi con un organismo che non conoscono: l’Associazione patriottica, con cui cominciano i conflitti.Un vescovo, incarcerato nel 1951 (anno della sua ordinazione), si accorge nell’81 che nella sua diocesi esiste un altro vescovo non ordinato dal Papa (così come un’altra cinquantina di vescovi distribuiti nelle varie diocesi). Riesce a contattare un collega della diocesi dove fu ucciso S. Alberico Crescitelli, posta a 1700 chilometri di distanza e gli manda un biglietto scritto in latino proponendogli di organizzarsi insieme per ordinare nuovi vescovi segretamente e subito (nel timore di nuove possibili incarcerazioni), onde garantire il servizio episcopale alla Chiesa. Il collega gli risponde assimilandolo a coloro che – su indicazione dell’Associazione patriottica – si sostituiscono al Papa. Nella terza comunicazione il primo vescovo ribatte di essere pienamente cosciente di essere un vescovo della Chiesa Cattolica e di ritenere che questa, senza vescovi, sia destinata in Cina a morire. Pertanto propone di ordinarne di nuovi segretamente in nome del Papa, con il seguente metodo: imposizione da parte sua delle mani con preghiera consacratoria (vero atto di ordinazione) e successivo espletamento da parte del collega, presso la relativa sede, di tutte le cerimonie che ritenesse opportuno espletare. In tal modo ordinano, di concerto, i primi tre vescovi, di cui uno, per motivi di età, muore quasi subito, mentre gli altri due sono tuttora vivi e operanti (ed io li ho conosciuti).
Nascono così due filoni paralleli di cattolicesimo: uno che non ha saputo dire di no al Partito ed uno in cui si afferma chiaramente di non aver bisogno di emissari del partito come sacrestani. Per questo secondo filone si parla di "chiesa clandestina", ma in un senso particolare in quanto il governo ne conosce l’esistenza, ma non ne impone la chiusura per ragioni di equilibrio. Ovviamente due sono le gerarchie: nella diocesi in cui fu ucciso S. Alberico Crescitelli ci sono tre vescovi, che sino a poco tempo fa sono stati in conflitto.
Negli anni ’80 in molti siamo entrati in Cina come turisti con un permesso di 8-10 giorni ogni volta. Negli incontri con il clero molti appartenenti al primo filone sostenevano di avere accettato le condizioni dell’Associazione patriottica per paura o perché ritenevano che quello fosse l’unico modo per non eliminare la Chiesa cattolica e consegnavano segretamente biglietti per il Papa, scritti in latino, chiedendo comprensione e aiuto. Giovanni Paolo II consigliava di chiedere singolarmente a questi vescovi di chiarire a se stessi la propria volontà di rottura o di riammissione nella Chiesa cattolica. Ad oggi non dovrebbero essere più di sette o otto i vescovi non in comunione con il Papa. Certo chi si era sposato non poteva essere riammesso.
Esempio significativo è quanto accaduto nel 1951 in una città ai confini con la Mongolia, dove il termometro arriva anche a -40° C: vescovo, preti e suore vengono rinchiusi per mesi in una palestra onde indurli a sposarsi tra loro. A fronte delle condizioni climatiche, il vescovo (personalità molto austera, stile Pio XII) di sua iniziativa scioglie tutti dall’impegno di celibato e lui stesso sposa la suora superiora. Escono tutti, ma la maggior parte delle coppie si ritiene sposata pro forma e solo una minoranza consuma il matrimonio.
Riporto inoltre la storia di un prete incontrato in una nostra missione e tuttora vivo: alla fine degli anni ’50, in un processo popolare viene picchiato perché prete, subendo traumi alla colonna vertebrale, tanto da sembrare morto. Una suora, presente in incognito, dichiara di essere sua moglie, se lo porta a casa, lo cura e lo guarisce sicché oggi può camminare. L’uomo è stato quindi salvato dalla dichiarazione della suora, in seguito da lui confermata, di essere coniugi. Tuttavia, nonostante i lunghi anni di convivenza ed i sentimenti di gratitudine, in entrambi è prevalsa la fedeltà al voto di castità. L’uomo sente tuttavia forte il rimorso per le dichiarazioni ufficialmente rese.
Così arriviamo al terzo periodo (metà anni ’90-giorni nostri): il controllo dell’Associazione patriottica è più sottile e sofisticato, al punto che tutto sembra a posto, ma c’è ancora una forte spinta da parte governativa, anche in funzione del controllo dei beni materiali della Chiesa cattolica. L’elemento nuovo è costituito dai preti giovani: il primo seminario è stato riaperto nel 1985 e da allora in una quindicina d’anni sono stati ordinati 1700-1800 sacerdoti, parecchi invogliati ad aderire alla vita religiosa per sostituire i loro vecchi preti, che essi ammiravano e che uscivano malconci dai lager e con previsione di vita breve. Poiché però questa non è una molla sufficiente per affrontare una vita consacrata, purtroppo c’è stato un grosso esodo.
Oggi invece non c’è più paura di resistere alle pressioni del partito, anche per il clima un po’ più disteso. Delle 138 diocesi del 1951, ne funzionano oggi 110-115, le rimanenti essendosi estinte per esaurimento di fedeli. Hanno tutte un capo-diocesi, alcuni dei quali dovrebbero diventare vescovi, ma la comunicazione con la Santa Sede non è così semplice ed essi non accettano l’ordinazione episcopale se non con il consenso del Papa. A questo proposito cito un esempio molto bello e significativo, avvenuto circa un anno e mezzo fa all’Epifania: un giovane di 39 anni aspettava l’ordinazione a prete da due anni, ma la Santa Sede procrastinava per non costringerlo troppo a lungo alle dipendenze di un vescovo "inadeguato" (del filone patriottico), mentre tutto il clero (circa 20 preti) era dalla sua parte. L’Ufficio affari religiosi il 3 di gennaio gli comunica l’intendimento di ordinarlo, ma l’interessato rifiuta perché desidera l’ordinazione con il consenso della Santa Sede. Le pressioni dell’Ufficio sono forti: vengono inviati in quella città un centinaio di funzionari e si fissa la cerimonia per il giorno 6 alle 8,30 in Cattedrale. Davanti ad una folla di 3-4 mila persone riunitasi nel piazzale antistante inizia un lungo braccio di ferro che dura sino al pomeriggio, nonostante la temperatura torrida di 45-50°C. Alle 17 i due vescovi non in comunione con il Papa vengono convinti ad allontanarsi (forma eufemistica per significarne la cacciata dai piedi), anche se con un atteggiamento non tanto caritatevolmente cristiano e gli altoparlanti dalla Cattedrale trasmettono lettura della nota pontificia di ordinazione. La pretesa di dare lettura anche della nomina da parte dell’Ufficio affari religiosi determina un ulteriore stasi che dura sino alle 17.30, quando un anonimo prete di Pechino, sino ad allora per nulla coinvolto nell’operazione, prende la parola e comunica l’avvenuta nomina dell’interessato da parte dell’Associazione patriottica. Consumato il compromesso, la folla in processione si dirige verso il punto approntato per la celebrazione della S. Messa, nella sede del Partito.
Questo tipo di compromesso si è già ripetuto altre sei volte, sia pure con qualche variante, e ciò è estremamente significativo dello spirito di fede e della determinazione che anima questa generazione di preti, che da un lato intendono erogare il servizio ecclesiale in forma sempre più vasta ed evidente e dall’altro sono fermamente determinati a svolgere tale servizio in perfetta comunione con la Santa Sede.
DIBATTITO
Segue dibattito in cui vengono sollevati nell’ordine i seguenti problemi…
A dimostrazione di quanto siano variegati i controlli nelle diverse sedi cito due esempi…
Ritengo che non sia possibile instaurare relazioni diplomatiche tra il regime cinese e la Santa Sede perché, come menzionato anche precedentemente, manca la libertà. Tentativi di ingerenza sono frequenti e prendono origine da diverse scuse, ad esempio la disputa sui santi, ma il problema principale è il controllo delle nomine dei vescovi dal momento che questi devono essere sottomessi al partito. Costituisce una spina (di cui si vogliono evitare duplicazioni) nel fianco del regime il caso del vescovo di Hong Kong (recentemente annessa alla repubblica cinese), il quale protesta ed esprime le proprie opinioni indipendentemente dalla censura dell’Associazione patriottica. Il governo cinese non potrà mai tollerare questa situazione perché esso trae la sua legittimazione a governare dalla rivoluzione e non dal suffragio popolare. Non sembra conveniente auspicare il crollo di questo regime perché in tale eventualità si assisterebbe allo sfascio del paese, così come avvenuto nella regione balcanica con il dissolvimento del regime jugoslavo, con l’aggravante delle maggiori dimensioni di un territorio quaranta volte più ampio. Sembrerebbe meglio puntare su una evoluzione del partito, come hanno tentato di fare nell’89.
Per contro la Santa Sede non può delegare la scelta dei vescovi perché ciò provocherebbe uno scisma all’interno della Chiesa cinese.
Nel 2005, ad un mese circa prima della morte di Giovanni Paolo II, viene mandato all’ambasciata cinese di Roma un alto funzionario della Repubblica cinese: il vice-ministro degli esteri, con l’incarico formale di informarsi sulla salute del Papa, ma in realtà con l’obiettivo di trovare il modo di permettere al già menzionato vescovo di Pechino (sposato con figlia e membro del partito) di con-celebrare i funerali di Giovanni Paolo II e di partecipare alla nomina del suo successore.
I battezzati – che una stima ottimistica fa ammontare a 12 milioni – sono schedati dalla polizia, ma tutto è possibile in Cina e la gente sopravvive. Come dappertutto, ci sono buoni e cattivi cattolici; tanta gente è stata perseguitata e tanta ha abiurato. È vero che, se al di là dei formalismi, Cristo è nel cuore dell’uomo, nessuno lo può togliere, ma è altrettanto constatabile e constatato che continui compromessi sul comportamento esterno a lungo andare inficiano anche i sentimenti del cuore.
In un capoluogo di provincia di 120 milioni di abitanti, su un territorio più esteso dell’intera Italia, negli anni ’91-’92 alla morte del vescovo patriottico (ormai vecchio e distrutto dall’alcool e dal sesso) vengono proposti dal governo due candidati, entrambi ex-preti, di cui l’uno durante la rivoluzione culturale aveva violato il sigillo confessionale con il risultato di mandare in prigione molte persone, mentre l’altro aveva fatto il primo proclama di indipendenza della Chiesa patriottica. Dopo tre anni di diatribe che hanno coinvolto anche la popolazione, viene eletta una terza persona: il parroco della cattedrale, uomo mite e pauroso, ma non cattivo. Alla sua morte non è stato ancora sostituito.
Bisogna avere fiducia negli uomini, ma con intelligenza: occorre discernere la fedeltà del cuore a Cristo dai formalismi esterni.
Il filone cattolico-clandestino non è a tutt’oggi riconosciuto, ma la situazione è meno critica di un tempo, il che dimostra che la clandestinità per un certo periodo è stata utile.
Clandestini e patriottici non sempre sono in buoni rapporti, anche perché il passato incombe come un macigno nel ricordo di chi ha subito persecuzioni e vessazioni. Comincia timidamente un po’ di disgelo: nella diocesi che fu di S. Alberico Crescitelli due vescovi, preti dal ’55, Bartolomeo – clandestino ordinato dal mons. Maggi del Pime – e Luigi, patriottico, che da anni non interagivano neppure verbalmente, ora si sono reciprocamente riconosciuti ed hanno con-celebrato insieme.
Per i clandestini il guaio è che l’istruzione è pressappochista, perché non hanno insegnanti né libri sufficienti e devono muoversi continuamente.
Con qualche eccezione anche i patriottici sono nella comunione della Chiesa: usiamo gli stessi strumenti e quindi ci si può fidare anche di loro.
La situazione tuttavia non si risolve da sola poiché non si può chiedere ad un vecchio di 85-90 anni, che ha subito percosse e torture per tutta la vita, di dimenticare il suo passato. La Santa Sede non esclude e non impone nulla: evidentemente la strada dello sviluppo del Cattolicesimo non è necessariamente la clandestinità.
Realisticamente si può auspicare una grossa evoluzione, dal momento che statisticamente pare che ogni dieci-quindici anni in Cina avvengano eventi improvvisi: questa volta la soluzione deve venire dall’interno del partito. A conferma di ciò cito le parole di Den Xiao Ping ad un presidente straniero: "Se dovessimo aprire le frontiere come voi auspicate, dovreste subito gestire 100 milioni di persone in arrivo". Un altro diceva che: "Il potere sta al potere con la pistola puntata"…
( Registrazione della conferenza, testo non riveduto dall’autore )