CHIESA IN CINA
Un’ostinata
volontà ![]()
di tenere aperte le porte
Roma insiste nella strategia del dialogo, nonostante le
difficoltà.
Ma è la Chiesa cinese che troverà le vie per uscire dall’
"impasse" attuale.
P. Giancarlo Politi
("Mondo e Missione", Marzo 2007)
L' incontro in Vaticano «sulla situazione della Chiesa nella Cina continentale», avvenuto nelle giornate del 19 e 20 gennaio scorsi, era atteso da tempo. Erano anni che non si aveva notizia di qualcosa del genere, che potesse mettere a confronto le linee ispiratrici della «politica» della Santa Sede riguardanti quella realtà ecclesiale.
La notizia dell’evento dev’essere trapelata per qualche sbaglio e il comunicato emesso al termine dei lavori non permette di capire quali siano state le decisioni prese e le indicazioni suggerite. Si tratta ancora di orientamenti piuttosto generici, ma non ci si poteva aspettare diversamente.
Ed è troppo presto per una valutazione, anche se «esterna», degli eventi. Pechino non ha ancora reagito apertamente alla riunione, il che è già di per sé un fatto positivo. Con ogni probabilità resta in attesa del promesso messaggio del Santo Padre. Per ora, soltanto Liu Bainian, vice-presidente dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, ha fatto pochi commenti - irritanti per la loro assoluta mancanza di novità - in una dichiarazione rilasciata all’agenzia "Reuters".
I problemi «gravi ed urgenti» che toccano la «costituzione divina della Chiesa e la libertà religiosa» non sono pochi nel "caso-Cina", ma uno riveste particolare importanza, anche per la sua forza distruttiva nei confronti dell’unità della Chiesa. Si tratta della nomina dei vescovi, che le dichiarazioni ufficiali cinesi vogliono sia trattata come un «affare interno» alla società cinese e, in tal modo, esposta a pericolose e continue manovre da parte delle autorità civili e di partito. Oltre a questo grosso ostacolo, non vanno dimenticati i molti impedimenti che limitano l’esercizio della libertà religiosa.
La Santa Sede è ammirevole nello sforzo di mantenere aperti i canali di comunicazione e dialogo con le autorità centrali cinesi, sollecitando maggiore attenzione alle esigenze della pratica della fede cristiana. Non è facile resistere alla tentazione di erigere muri di intransigenza e di indispettito risentimento.
Eppure, dietro a tutto questo si impone una domanda di difficile formulazione. È pensabile che un regime intento a mantenere un potere assoluto («con ogni mezzo ed a qualsiasi prezzo», era lo "slogan" proclamato non molto tempo fa) possa acconsentire di buon grado a scavare una "breccia" nel proprio sistema difensivo e concedere (alla Chiesa o a qualsiasi altro ente) spazi d’azione che sfuggano ai propri meccanismi di controllo? Significherebbe il suicidio del sistema. Che oggi non sembra pronto a trattative consistenti, a meno che le parti intendano accontentarsi di qualche parvenza accomodante. E allora: conviene rassegnarsi allo stato di fatto?
Per nulla, e la risposta viene - forte e chiara - dalla stessa Chiesa in Cina. Forte della propria fede, della fedeltà al Vangelo e dell’incontro assiduo con il Signore, si prende le proprie libertà, dove e quando ciò è possibile, nella misura realisticamente disponibile. Pagandone sempre il prezzo, talvolta molto alto: no alle convenienze politiche, economiche, personali... Ma sì alla libertà di servire il Vangelo, al quale la Cina ha diritto.
Gli organismi della Santa Sede continueranno a gettare provocazioni a un dialogo «rispettoso e costruttivo», nella speranza di affrettare il crollo delle incomprensioni e delle paure che dividono. Ma sarà la Chiesa stessa che è in Cina ad essere protagonista del proprio destino.
La lettera che Benedetto XVI ha promesso di scrivere a questa Chiesa potrà dare un incoraggiamento formidabile ai credenti: a essere fedeli alla verità, a scambiarsi il perdono, a superare i conflitti, a non scendere a compromessi inaccettabili o che creino scandalo, a vivere in pienezza la gioia della fede nell’unico Signore.