INTERVISTA

RITAGLI     Islam e Occidente, prove di "dialogo"     ALGERIA

«Occorre un impegno comune per sfidare l’"integralismo",
la perdita dei valori spirituali e la crisi della democrazia.
Facciamo attenzione a non "strumentalizzare"
tutti i seguaci di Maometto».
Dopo l’Udienza in Vaticano,
parla l’intellettuale algerino Mustapha Cherif.

Anna Pozzi
("Avvenire", 22/7/’08)

«Il nostro lavoro comune è quello di fare tutto il possibile per ridurre le tensioni tra mondo musulmano e Occidente. Occorre smettere, da una parte come dall’altra, di "stigmatizzare" e "discriminare" l’altro, poiché il futuro del mondo dipende dalle relazioni tra le religioni». Questo, in sintesi, il messaggio che Mustapha Cherif, intellettuale algerino, ha rivolto al Papa durante la visita dello scorso 11 giugno insieme ad altre nove personalità musulmane. È la seconda volta che Cherif incontra il Papa. Filosofo, docente universitario - ma anche ex "Ministro dell’Insegnamento superiore e della Ricerca scientifica" ed ex "diplomatico" - era stato ricevuto da Benedetto XVI all’indomani del discusso "Discorso di Ratisbona", per precisare che «nonostante le incomprensioni, noi musulmani siamo più che mai interessati al dialogo e al vivere insieme». Ora sta completando un libro ispirato da questi incontri, dal titolo "Conversazioni con il Papa".

Lei è tra i firmatari della "Lettera aperta" dei "leader" musulmani ai responsabili delle Chiese cristiane e farà parte della "delegazione" che parteciperà al "forum islamo-cattolico" del prossimo novembre. Qual è il suo senso di queste iniziative dal suo punto di vista?

«Ritengo che razzismo e "islamofobia" nel Nord del mondo, accompagnati da ignoranza e paura, si stiano aggravando; i popoli musulmani si sentono spesso aggrediti e vittime di politiche ingiuste. Ma anche il risentimento e l’amarezza in molti Paesi del Sud stanno sfociando in atti di collera e di violenza. Di fronte a questo scenario inquietante, noi osiamo prendere la parola per "smarcarci" dalle minoranze che praticano la violenza e per proporre gesti di apertura che rappresentino una sfida comune per il futuro».

Secondo lei, quali sono le basi per una migliore comprensione e collaborazione tra cristiani e musulmani?

«Oggi siamo di fronte a tre grandi sfide. La prima - che riguarda tutti coloro che hanno a cuore i valori spirituali - è il fatto che la religione viene sempre più messa ai margini dalla vita della gente. Siamo di fronte a un sistema dominante che si appoggia sulla "mercificazione" del mondo e sull’ateismo e che liquida i valori morali, spirituali e religiosi. Questa, a mio avviso, è la più grande sfida comune. Ridare all’umanità senso, riferimenti, valori…».

E la seconda?

«È quella della democrazia. Oggi le relazioni internazionali non sono democratiche. E la democrazia in molti Paesi del Sud è debole. Le grandi potenze vogliono imporre il loro sistema e il loro punto di vista con la forza. Il che crea disperazione e reazioni "cieche"».

Anche i Paesi arabi, tuttavia, presentano gravi "deficit" di democrazia…

«All’interno delle nostre società, le pratiche democratiche non sono sufficienti. Certo, esistono istituzioni ed elezioni, libertà di espressione e una società civile, ma tutto questo deve essere migliorato».

E la terza sfida?

«È quella della differenza. Il rifiuto del "diritto alla differenza", specialmente da parte dei "media", è molto preoccupante. È tempo che l’Europa, che si dice democratica e "paladina" dei diritti dell’uomo, metta in atto seriamente questi principi e dia l’esempio del rispetto della differenza».

Lei mette in guardia contro il fenomeno dell’"islamofobia". Che cosa intende esattamente?

«Quello dell’"islamofobia" è un fenomeno allarmante. Oggi la principale forma di razzismo è quella contro i musulmani, il nuovo nemico che alcuni si sono inventati, per cercare di dominare il mondo. Certamente, la violenza "cieca", il "fanatismo" e l’"integralismo", all’interno delle società musulmane, gettano benzina sul fuoco, ma questo non può assolutamente giustificare questa cosa "immonda" che è il razzismo».

Cosa fare per contrastarlo?

«Innanzitutto, bisogna individuarne la cause, che sono prevalentemente politiche.
Ci sono troppe "strumentalizzazioni". Ma la gente oggi è sempre più cosciente che il nostro mondo non funziona, che non solo è ingiusto e ineguale, ma che produce un profondo disorientamento e una "de-significazione" dell’esistenza».

Quale ruolo può avere l’Islam nella costruzione di una società più giusta, aperta e "moderna"?

«L’Islam può essere un "partner" e non un nemico. È il "partner" che deve permettere ai popoli che vivono attorno al Mediterraneo di preservare le acquisizioni relative alla modernità e, allo stesso tempo, di non perdere i propri valori umani e spirituali. Allo stesso modo, i popoli musulmani hanno bisogno di una certa Europa e delle "Genti del Libro" per cercare di assumere questo esercizio della ragione, affinché né la fede né la ragione vengano "marginalizzate"».

Quali ideologie "integraliste" teme di più?

«Ci sono sostanzialmente due gruppi estremisti. Quello della chiusura e dell’"integralismo" che vuole tagliarci fuori dalla modernità e quello di coloro che hanno perso la fede e che vogliono che imitiamo l’Occidente senza condizioni. Questi cercano di tagliarci fuori dalle nostre radici. La maggioranza dei musulmani si trova nel mezzo e tace. Si tratta, dunque, di ridare la parola a questa maggioranza silenziosa, che fa sì che non ci sia opposizione tra l’origine e il divenire, tra il temporale e lo spirituale, e che dice che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità in modo ragionevole».

Sono molte le forme di "dialogo" possibili. Quale la sua priorità?

«Tutte le forme sono necessarie. Ma per me la priorità è, innanzitutto, il "dialogo spirituale", perché è in quanto credenti che noi ci esprimiamo. Dobbiamo parlare del "mistero" della nostra fede, dei valori e degli obiettivi della nostra religione; dobbiamo parlare dei nostri testi, delle nostre specificità e delle nostre fonti. Non per convertire l’altro, o per condurlo a cambiare i suoi riferimenti, ma per aiutare l’altro e perché lui stesso mi aiuti ad avere un altro sguardo. Questo altro sguardo è la condizione del vivere insieme; si tratta di conoscenza reciproca, condivisione, incontro, scambio, per comprendere che quello che è comune è più importante di quello che è diverso, senza negare la differenza. Né "sincretismo", né "relativismo", insomma, ma ammirazione della differenza e non semplice accettazione».