Parla il vescovo di Laghouat, la diocesi del Sahara.
Algeria:
fuori dalla Tormenta
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Dopo gli anni bui della guerra civile,
la piccola Chiesa
d'Algeria guarda al futuro con rinnovata
speranza.
Prendendo coraggio e slancio anche dalla beatificazione del «marabout» Charles
de Foucauld.
Anna Pozzi
("Mondo e
Missione", Novembre 2005)
I touareg lo chiamavano il «marabout cristiano»,
che da quelle parti è un po’ come dire il santone o l’eremita. E in effetti
era davvero un po’ così Charles
de Foucauld, l’uomo che scelse il deserto per vivere «nella
povertà, nella contemplazione, nell’umiltà, testimoniando fraternamente l’amore
di Dio tra i cristiani, gli ebrei e i musulmani». Così lo ricorda il cardinal
José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per la cause dei santi, in
occasione della sua beatificazione.
Ed è con lo stesso spirito che la Chiesa d’Algeria continua a dare la sua
testimonianza, in una terra difficile e affascinante. Una Chiesa minuscola e
coraggiosa, una Chiesa a lungo «nella tormenta», che ha attraversato prove
difficili e dolorose e ha pagato un enorme tributo di sangue. Ma che ha deciso
di restare e di continuare a offrire la propria testimonianza a tutto il popolo
algerino. «Una missione nella debolezza», l’ha definita mons. Henry Teissier,
arcivescovo di Algeri. «Una Chiesa minuscola e fragile, che ha deciso di
restare con tutti coloro che continuano a sperare contro ogni speranza», gli fa
eco mons. Claude Rault, vescovo di Laghouat, la diocesi del Sahara, quella di
Charles de Foucauld, vasta due milioni di chilometri quadrati e abitata al cento
per cento da musulmani. Tranne un piccolo, piccolissimo gregge.
Mons. Rault, che è in Italia per la beatificazione di de Foucauld, ricorda gli
anni difficili della lotta per l’indipendenza, che fecero un milione e mezzo
di morti, quelli del socialismo di Houari Boumedienne e della nazionalizzazione
di tutte le strutture della Chiesa, fino alla Rivoluzione d’Ottobre del 1988,
frutto di una sollevazione popolare che portò a una breve parentesi di
eccezionale libertà mai vista prima in tutto il Maghreb. «Per qualche anno,
abbiamo avuto una grande speranza - dice il vescovo -. Ci sentivamo più vicini
alla gente, più disponibili all’incontro, all’ascolto, all’accoglienza.
Era finalmente venuto il tempo del dialogo, non di quello formale delle grandi
tavole rotonde, ma il dialogo della vita, della condivisione, degli incontri
quotidiani…».
Poi, l’insorgere di un islam più radicale, seminato da
un contingente di Fratelli musulmani, molti dei quali venuti dall’Egitto per
insegnare nelle scuole e implementare il progetto di arabizzazione promosso
dallo Stato, attraverso la diffusione di forme di religiosità più estremiste e
intolleranti. Le elezioni del 1992 rappresentano un punto di non ritorno. Il
Fronte islamico di salvezza (Fis), vincitore al primo turno, viene messo al
bando e i generali irrompono prepotentemente sulla scena politica; di lì a
pochi mesi viene ucciso anche il presidente Mohamed Boudiaf. Scoppia la guerra
civile che durerà un decennio, una delle più orrende ed efferate: oltre 150
mila i morti e migliaia i feriti e i dispersi.
«Anche la Chiesa non è stata risparmiata. In un anno, più di un terzo delle
comunità religiose e dei cristiani sono dovuti fuggire dal Paese. E chi è
rimasto l’ha pagato con il sangue», ricorda mons. Rault, che insieme ai suoi
confratelli Padri Bianchi e a molti altri missionari presenti in Algeria, decise
di restare, nonostante gli assassinii, le violenze, le minacce… La prima
spietata strage è quella di dodici cristiani croati, massacrati il primo
dicembre 1993, poco distante dal monastero di Tibhirine. Poi, una lunga serie di
religiosi e religiose, sino a mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano,
assassinato il primo agosto 1996. Diciannove in tutto sono i membri della Chiesa
uccisi brutalmente, senza contare i circa 150 europei, molti dei quali
cristiani, assassinati dalla furia cieca del fondamentalismo islamico.
«"Perché non partite?", ci chiedeva la gente. Ma non è perché la
moglie è impazzita che la si abbandona. E poi - tiene a precisare il vescovo -
quello che ha subìto la Chiesa è poca cosa rispetto a quello che hanno
sopportato gli algerini. Il passaggio attraverso gli anni bui della guerra
civile ha fatto sì che oggi non si parli più di Chiesa in Algeria, ma di
Chiesa d’Algeria. La gente parla di me come del "nostro" vescovo.
Noi stessi sentiamo di appartenere a questa terra e a questo popolo; lo
accompagnamo e ne siamo accompagnati. Restare in mezzo alla tormenta, mischiare
il nostro sangue con il sangue degli algerini, ci ha permesso di radicarci ancor
più profondamente».
I numeri non rendono il senso più profondo e l’importanza
di questa presenza. Parlano di 25 preti e religiosi, 35 religiose, 10 laici, 11
comunità in tutto nella diocesi di Laghouat. Piccoli semi sparsi in un deserto
di sabbie e di islam, dove i cristiani sono quasi tutti stranieri e quelli
algerini sono poche unità, che vivono la loro fede nel nascondimento.
«Sono un vescovo nomade - dice scherzando mons. Rault -; anche durante gli anni
della guerra ho sempre viaggiato molto. Eravamo talmente dentro la situazione
del Paese, che per quanto drammatica fosse, vivevamo come tutti l’urgenza del
quotidiano. Ora il mio compito è soprattutto quello di aiutare le comunità a
vivere la nostra presenza in modo più evangelico e ad essere strumenti di
incontro e di dialogo. La nostra Chiesa accompagna il popolo d’Algeria dall’interno,
sia per ciò che è, e per la solidarietà e la fedeltà che testimonia a questo
popolo, sia per la "differenza" che introduce in seno alla società.
Una differenza che fa sentire loro stessi più liberi, più aperti, più capaci
di vivere l’appartenenza all’islam in maniera meno monolitica, più ".
Un islam che ha più facce, più modi di essere e non è solo quello imposto da
frange radicali o dall’islam "socialista"».
Mons. Rault, che pure ha avuto i suoi confratelli massacrati, e ha visto la
violenza cieca e insensata accanirsi contro poveri innocenti, mantiene comunque
uno sguardo indulgente sul popolo d’Algeria: «Se c’è stato un integralismo
musulmano, se c’è stato fanatismo, intolleranza e violenza inaudita, ci sono
stati e ci sono soprattutto uomini e donne dell’islam, che cercano un modo di
vita fondato sulla tolleranza e sul rispetto reciproco».
Ed è a partire da qui che la Chiesa d’Algeria sta
sperimentando oggi nuovi cammini, nuovi stili di presenza e di testimonianza, di
solidarietà e di dialogo; a partire da una situazione sociale e politica
profondamente cambiata, da un contesto di democrazia e pace che, con tutti i
suoi limiti, permette di guardare al futuro con rinnovata speranza; e dalla
riscoperta di radici, che risalgono al passato pre-islamico e che fanno
riferimento, tra gli altri, alla figura di sant’Agostino, cui è stata
dedicata, in questi ultimi anni, molta attenzione da parte dei media e un
importante convegno nel 2001 (M.M., novembre 2002, p. 7).
«La riscoperta di queste radici è un passo importante per un’apertura verso
il futuro - dice mons. Rault -. Noi stessi godiamo di maggior libertà di
esprimerci e abbiamo meno paura di fraintendimenti. Ma anche da parte di alcuni
intellettuali islamici vediamo un atteggiamento diverso, l’emergere di punti
di vista nuovi, un differente modo di accostarsi alla scrittura. Sono tutti
segnali che ci fanno sperare. E noi, nel nostro piccolo, vogliamo essere proprio
questo: segni di speranza e di attenta profezia all’interno della società
algerina».
Oggi le condizioni di sicurezza sono decisamente migliorate e prosegue il
tentativo di stabilizzare il Paese, segnato anche dal referendum dello scorso 29
settembre, che ha visto una massiccia partecipazione popolare e il 97,4 per
cento di sì al progetto del presidente Abdelaziz Bouteflika di «Carta per
riportare la pace e la riconciliazione». Si tratta di una sorta di
«estensione» della legge sulla concordia civile del 1999, che prevede misure
di amnistia per coloro che consegnano le armi e rinunciano alla violenza,
esclusi i responsabili di massacri collettivi, stupri e attentati dinamitardi.
In questo contesto in rapida e complessa evoluzione nuove sfide si impongono
anche alla Chiesa d’Algeria.
Quella del dialogo resta prioritaria. Di un dialogo rispettoso, molto diverso
dall’aggressività con cui alcuni gruppi evangelici stanno facendo proseliti
specialmente in Kabilia, facendo leva sul malcontento politico e sociale. «Non
è certamente in quel modo che si deve promuovere l’incontro tra mondo
cristiano e mondo musulmano. Questi gruppi non hanno nulla a che vedere con la
Chiesa d’Algeria, che cerca piuttosto di integrare i cammini di Dio attraverso
espressioni di fede diversa dalla nostra. Non possiamo escludere l’altro da un
certo rapporto con Dio. Solo così continueremo a raccogliere frutti d’amore,
fratellanza e tolleranza».
È un imperativo che si impone nello specifico anche per
la diocesi di Laghouat, dove il vescovo si sta impegnando per garantire una
presenza cristiana che continui a far avanzare il dialogo e l’incontro.
«Purtroppo i religiosi e le religiose presenti hanno un’età piuttosto
avanzata - si lamenta mons. Rault - e dunque è necessario trovare forze
nuove. Perché se non saremo più presenti in questo Paese, ne soffrirà la
Chiesa locale e quella universale. E ne soffrirà anche l’Algeria».
Questo perché, oltre ad essere un elemento dialogante di diversità e
pluralismo, la Chiesa garantisce un contributo importante anche in ambito
educativo, sanitario e dello sviluppo, nel campo della promozione della donna (M.M.,
febbraio 2005, pp. 60-63) e dell’alfabetizzazione degli uomini e più in
generale per lo sviluppo culturale del Paese. E, inoltre, aiuta la società
algerina ad affrontare le sfide della modernità e della globalizzazione,
nonché dell’irruzione di stili di vita occidentali, che hanno presa
soprattutto sui giovani e suscitano grandi interrogativi a livello
sociale.
Per non parlare dell’enorme problema della disoccupazione, della corruzione
diffusa, di un codice della famiglia ancora molto discriminante nei confronti
delle donne, di una democrazia fragile, del nodo dell’amnistia e del processo
di riconciliazione… Tutte questioni che attraversano e interpellano la
società algerina. Dalle risposte che verranno elaborate dipende il futuro
pacifico di questo Paese. «La Chiesa d’Algeria - ne è convinto mons. Rault -
è qui e sta facendo la sua parte insieme a questo popolo».