ALGERIA - I monaci di Tibhirine dieci anni dopo

RITAGLI   Memoria Viva   ALGERIA

La Chiesa d’Algeria si appresta a celebrare, tra molte difficoltà,
il decimo anniversario della morte dei monaci, non senza problemi.
Ma non c’è riconciliazione senza verità e memoria. Parola di Mons. Teissier.

Anna Pozzi
("Mondo e Missione", Marzo 2006)

Padre Christian, testimone di Cristo

Mistero e testimonianza

«Se un giorno mi capitasse - e potrebbe essere oggi - di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere attualmente tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era stata donata a Dio e a questo Paese».

È un dichiarazione di fedeltà al Signore e all’Algeria quella che ricorre nelle pagine del testamento spirituale di padre Christian de Chergé, uno dei sette monaci trappisti, rapiti nel monastero di Tibhirine nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 e ritrovati morti due mesi dopo.

Sono passati dieci anni, eppure quella della fedeltà resta la cifra più profonda e autentica della presenza della Chiesa in questo Paese, segnato da oltre un decennio di violenza cieca e crudele, da cui non è stata risparmiata. Più di un terzo dei religiosi e dei cristiani sono stati costretti a fuggire dall’Algeria. Molti tra quanti sono rimasti l’hanno pagato col sangue. Oltre ai sette monaci di Tibhirine, altri dodici tra religiosi e religiose hanno dato la vita. Per non parlare dei dodici cristiani croati, massacrati il primo dicembre 1993, poco distante dal monastero, e di circa 150 europei, molti dei quali cristiani, vittime della violenza cieca e insensata degli integralisti islamici. Sino all’assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano, ucciso con una bomba il primo agosto 1996.

Evocando tutto questo, mons. Henry Tessier, arcivescovo di Algeri, non si stanca di parlare di fedeltà. Lo ha fatto anche nelle scorse settimane, di passaggio a Milano, rievocando quegli anni bui e crudeli, con un velo di commozione, quando davanti agli occhi gli si stagliano le figure umilmente «eroiche» dei suoi «fratelli» e «sorelle» barbaramente uccisi. E, tuttavia, non ha cessato di ribadire, con grande convinzione e determinazione, che è «quella» scelta di fedeltà che ha contraddistinto - e continua a farlo - la Chiesa d’Algeria. «Il testamento del padre Christian è una prova di fedeltà al Vangelo nella relazione con l’islam - ripete - . Una testimonianza di una bellezza capace di toccare il cuore di tutte le persone di buona volontà. Anche il nostro rimanere qui, ieri come oggi, nella guerra come in questa fase di riconciliazione, è un segno della nostra fedeltà alla chiamata del Signore e al popolo algerino».

È, dunque, una storia di incontro, impegno e servizio quella che ha contraddistinto la complessa e drammatica presenza della Chiesa cattolica in Algeria. Non senza equivoci - specialmente nel periodo coloniale - e dure prove, dopo l’indipendenza e soprattutto durante la guerra civile cominciata nel 1992, all’indomani delle elezioni vinte dal Fronte islamico di salvezza (Fis) e annullate dai militari. Eppure, nonostante tutto, questo piccolo, piccolissimo gregge - circa diecimila fedeli -, drasticamente assottigliato dal conflitto, oggi si sente più algerino che mai. Un’identità conquistata in lunghi anni di presenza, servizio, lotta e, appunto, fedeltà.

Con questo spirito ha celebrato, lo scorso novembre, la beatificazione di frère Charles de Foucauld, il «cantore della fraternità universale», come lo definisce mons. Teissier. E ora si appresta a onorare la memoria dei sette martiri di Tibhirine.

«Non sappiamo ancora come potremo celebrare il decimo anniversario della loro morte - afferma l’arcivescovo - . Le autorità continuano a ostacolare ogni iniziativa e a porre problemi di sicurezza. Forse hanno paura che si faccia un pellegrinaggio in questo luogo…». Si ferma un attimo, mons. Teissier, assorto, e poi aggiunge convinto: «Ma un pellegrinaggio si farà!». E non perché la Chiesa lo vuole imporre o per sfidare in qualche modo le autorità locali. Ma perché è qualcosa che, in qualche modo, sta già avvenendo in maniera del tutto spontanea e occasionale. «L’uccisione dei sette monaci di Tibhirine non è qualcosa che si può cancellare o dimenticare. È parte della storia di questo Paese e della sua Chiesa».

Attualmente, c’è un monaco che si reca al monastero tre volte alla settimana per mantenere vive le relazioni con i contadini del posto e accogliere i pellegrini che vi si recano per raccogliersi in preghiera. Qui vorrebbero venire i parenti dei monaci uccisi che, dieci anni fa, a causa dell’imperversare della guerra, non poterono recarsi al monastero (con l’eccezione di una famiglia) per rendere l’ultimo saluto ai loro cari. Ma le autorità locali continuano a porre ostacoli.

Un ostruzionismo che mons. Teissier legge nel quadro del «processo di riconciliazione» avviato dal presidente Abdelaziz Bouteflika. Processo culminato nel referendum del 29 settembre 2005, che chiedeva ai cittadini un’adesione alla «Carta per riportare la pace e la riconciliazione».

«Certo, tutti quanti lavoriamo per promuovere la pace e la riconciliazione - dice l’arcivescovo - ma questo non può avvenire, cancellando il passato. C’è un dovere di memoria e di verità. Al quale lo Stato contrappone la volontà di non parlare più della guerra e di dimenticare la violenza. Noi, invece, desideriamo ricordare la fedeltà dei monaci al popolo algerino e il dono della loro vita».

Ricordare i monaci vuol dire, innanzitutto, mantenere vivo il significato della loro presenza a Tibhirine. Il monastero, infatti, l’unico in zona rurale - ne esiste un altro delle clarisse nella capitale Algeri - , era un importante luogo di preghiera, che affondava le sue radici e la sua ragion d’essere nella dimensione contemplativa, ma era al tempo stesso un riferimento per la popolazione del posto e in special modo per i contadini, con cui i monaci avevano stretto relazioni feconde, attraverso la creazione di una cooperativa, l’assistenza medica offerta dal loro dispensario, il lavoro con le donne…

Un modo di essere Chiesa tra la gente, a cui si aggiungeva l’accoglienza di molti cristiani che qui venivano in ritiro e in preghiera, e una speciale relazione con un gruppo di sufi, mistici islamici.

«Il monastero di Tibhirine - sottolinea mons. Teissier - incarnava la realizzazione simbolica della nostra vocazione: essere una Chiesa cristiana in relazione profonda con una popolazione musulmana. In questo contesto, anche le parole che avevano un significato teologico sgorgavano sempre dall’incontro quotidiano con la gente che si incontrava».

Da questo incontro, da questo dialogo semplice - dialogo della vita - , dalla preghiera e anche dalla fatica e dalla sofferenza è nato quello che mons. Teissier definisce «uno dei più bei testi cristiani mai scritti», il testamento spirituale di padre Christian, il priore del monastero di Tibhirine. Un testamento che esemplifica mirabilmente il senso della sua presenza e della sua paziente opera di incontro e di dialogo con i musulmani. Ma che, in un certo senso, rende onore allo spirito con cui tutti gli altri sacerdoti, religiose e laici cristiani hanno vissuto e hanno donato la loro vita in Algeria. E anche a quelli che, tra minacce e attentati, l’hanno ripetutamente rischiata.

«In tutti questi anni abbiamo cercato di lavorare per l’incontro, il servizio e la relazione gratuita - conclude mons. Teissier - . Non siamo qui per fare proseliti, ma per essere con loro in nome di Gesù. E chi ci conosce accetta la nostra identità, proprio perché si fonda in questo: un amore cristiano che è amore gratuito».

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testimone di Cristo aperto all’islam

Noi diamo ai nostri vicini un’immagine della Chiesa che essi apprezzano ma che è un po’ insufficiente perché i religiosi sono dei religiosi e le famiglie sono delle famiglie.

Per i vicini, «cistercense» non vuol dire assolutamente niente. Per loro, noi siamo dei baba (padri, ndr) o dei roumi (cristiani in arabo, ndr) oppure semplicemente e puramente dei cristiani. Trovo che sia una cosa buona essere ridotti a un’identità generica che è quella del nostro battesimo. E il monaco è colui che fa professione di battezzato. È vero che nel momento in cui ci siamo installati in questo Paese, era ancora considerato un Paese di cristianità, dal momento che c’era ancora un milione di coloni. Il monastero è stato impiantato qui pensando che ci sarebbero potute essere delle vocazioni tra i cristiani del luogo e certo si è trattato di reinventarsi interamente dopo l’indipendenza. Non credo che abbiamo finito di farlo, vale a dire di riflettere sul senso di una presenza come la nostra in questo contesto che è musulmano e che, senza dubbio, è votato a continuare ad esserlo.

Questo presuppone che le due prospettive della vita benedettina che è la nostra, ora et labora, preghiera e lavoro, possano essere situate in rapporto a ciò che cercano e vivono i nostri vicini. E credo che sia una cosa abbastanza nuova ora che, dopo trent’anni di indipendenza, noi siamo riusciti a trovare una piattaforma di condivisione e di comunione, sia a livello della preghiera che a livello del lavoro.

Curiosamente, questo avviene più rapidamente a livello della preghiera; anche sa da tempo i vicini lavorano con noi, è stato necessario passare da un lavoro retribuito a un lavoro associato, a una cooperazione nel lavoro dove ciascuno ha esercitato le stesse responsabilità, anche se tutto questo non è stato così evidente. C’è voluto un fratello che vi si è prestato.

Per la preghiera, è stato più semplice nella misura in cui siamo stati sollecitati. Tutto ciò che ci è capitato come scambio sul piano della preghiera ci è stato chiesto attraverso iniziative individuali e successivamente collettive, specialmente attraverso la richiesta di una confraternita sufi per delle riunioni di preghiera regolari.

Oggi, al di fuori di queste persone associate nel lavoro oppure nella preghiera, c’è tutto questo vicinato che è cresciuto molto, che ci è vicino in maniera diversa rispetto ai loro padri.

I giovani vengono spesso, soprattutto ora, con il desiderio di parlare, di confidarci le cose che non possono dire; si ha meno voglia di parlare oggi al primo che capita. Di nuovo le bocche si sono chiuse in Algeria!

Mi sembra che non siamo rimasti che noi - cristiani di Algeria - che dobbiamo testimoniare che il Paese è ricco in potenzialità. I giovani hanno bisogno che glielo si dica, di credere in loro stessi. Evidentemente è strano per loro scoprire che noi monaci abbiamo fatto un cammino inverso rispetto a quello che loro sognano. Quando vedono un fratello giovane, che ha la loro stessa età, scegliere di radicarsi qui nella nostra comunità, mentre loro vorrebbero partire per andare altrove, in Europa, questo li aiuta un po’ a rivedere le loro aspettative. Ed è meglio, perché oggi è molto difficile emigrare.

Io credo che di fronte alla tentazione onnipresente dell’integralismo che l’islam ufficiale veicola, noi possiamo, avendo relazioni antiche e improntate alla fiducia con i vicini, invitarli continuamente a restare aperti. Sono profondamente convinto che «apertura» sia la parola maestra della testimonianza cristiana oggi in questo Paese.

( Padre Christian de Chergé )

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Una prima minaccia, i monaci di Tibhirine l’avevano ricevuto la vigilia di Natale del ’93. Ne seguirono altre. Nella zona di Medea, dove si trova il monastero, operavano due gruppi di integralisti islamici, frutto di scissioni interne al Gruppo islamico armato, il Gia, responsabile delle stragi più efferate commesse in Algeria. Ed è proprio il Gia che, un mese dopo, rivendica il rapimento dei sette monaci. Seguiranno altre tre lettere con cui il gruppo chiede la liberazione di alcuni capi islamisti. «Tutti dicevano che non potevano ucciderli - ricorda mons. Teissier - . "Chi segue la religione islamica non può uccidere dei monaci", ci incoraggiavano i nostri amici musulmani».

E invece, il 26 maggio arriva la notizia che due giorni prima i sette monaci sono stati assassinati. Tuttavia, vengono ritrovate solo le teste e sino ad oggi non sono ancora stati rinvenuti i corpi. Così come, a dieci anni di distanza, non è ancora stata fatta piena luce sull’intera vicenda. Chi ha ucciso i monaci? L’ipotesi più accreditata presso la Chiesa algerina, è che siano stati vittima di un conflitto interno al Gia. Tuttavia, un ruolo potrebbero averlo avuto anche l’esercito e i servizi segreti algerini, così come qualcosa sapevano e sanno - senza averlo mai rivelato - i servizi segreti francesi, che pare fossero in contatto con un emissario dei rapitori. Sta di fatto che, oggi, oltre ad offuscare la verità, qualcuno cerca di cancellarne anche il ricordo. Trascurando il fatto che quella dei monaci di Tibhirine è una memoria viva.

( Testo raccolto da suor Edith Genet,
delle missionarie di Nostra Signora d’Africa,
inedito per l’Italia )