Mozambico - La toccante esperienza di Padre Marchesini
Medico
missionario, padre Aldo si è infettato curando altri malati.
E ha fatto della sua malattia un’occasione di testimonianza cristiana
e di riscatto per altri sieropositivi.
Anna
Pozzi
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2006)
Padre
Aldo Marchesini,
65 anni, missionario dehoniano, la sua malattia non l’ha mai nascosta. Anzi,
della fatica di accettarla, di conviverci e di farne un segno di speranza per
molti africani ne ha fatta una ragione di vita.
Vita contro la morte. Perché è ancora questo che significa l’Aids in Africa
per milioni di persone che ne sono infette. Compreso padre Aldo. Che, medico
missionario a Quelimane, in Mozambico, dal 1974, si è ammalato curando altri
malati.
Da anni, porta la sua testimonianza coraggiosa di lotta per la sua vita e per
quella degli altri, ovunque glielo chiedano. Anche al convegno che il Pime,
insieme all’ufficio missionario della diocesi di Milano, a Caritas ambrosiana
e all’associazione Salute Africa, hanno organizzato lo scorso maggio nel
capoluogo lombardo. Una testimonianza che ha lasciato un segno profondo.
Padre Aldo, quando ha
scoperto di essere sieropositivo?
La mia attività
di medico mi metteva spesso in contatto con malati sieropositivi, che
progressivamente si aggravavano fino a morire. Era veramente uno strazio. In
ospedale io ero il più anziano e i colleghi spesso chiedevano che fossi io a
dare la notizia al paziente o alla sua famiglia. Far conoscere agli interessati
questa verità era un compito molto ingrato. Era il tempo in cui Aids era l’equivalente
di morte inevitabile ed essere sieropositivo era un marchio che cambiava
totalmente la vita sociale delle persone.
A un certo punto, cominciai a notare che non riuscivo più a sopportare il caldo
torrido, avevo diarrea e una febbre strana. Cominciai a tossire. Pensavo che
fosse la stanchezza. Rientrato in Italia feci degli esami. Quando andai a
ritirare i risultati, mi dissero che avevo nel sangue gli anticorpi di molti
virus, ma riguardo all’Hiv, dovevano ripetere il test. Il giorno seguente,
trovai il mio collega con un foglio in mano. Invece di darmi la risposta a voce,
mi invitò a leggerla insieme. Diceva: «La ricerca degli anticorpi è risultata
positiva per l’Hiv 1 p24 e gp41».
Che cosa ha provato in
quel momento? Qual è stata la sua reazione?
Siamo rimasti in silenzio. Ricordo che non ho provato nessuna emozione
particolare e tanto meno sconforto. Ancora adesso non so rendermene conto. Molte
volte avevo comunicato la stessa notizia ai miei pazienti e a quelli dei miei
colleghi e sapevo come fosse ingrata per me e dolorosa per l’interessato. A
volte m’era capitato d’immaginare d’essere io nelle vesti del paziente.
Avevo sempre scacciato il pensiero con una certa angoscia, tranquillizzandomi
che non ero malato e che quelle erano fantasie mentali. Rimasi a guardare il
foglio per un attimo, in silenzio. Che fossi io il paziente adesso era la
verità. Tuttavia l’angoscia che accompagnava le mie fantasie mentali non c’era.
Nel passaggio dalla fantasia alla realtà, l’angoscia era svanita. Al suo
posto stava nascendo un sentimento nuovo, un’impressione radicale d’essere
diventato differente. Avevo la sensazione che il vagone su cui mi trovavo avesse
imboccato uno scambio nascosto e che ora viaggiassi su un binario parallelo a
quello su cui continuava a correre il treno della vita.
A quel punto, che cosa
ha fatto?
Mi sono sottoposto a tutte le indagini che hanno portato alla conclusione che la
malattia era già arrivata al punto in cui era opportuno cominciare la terapia
con gli antiretrovirali. Per me non c’erano difficoltà. Come cittadino
italiano avevo accesso gratuito all’assistenza medica e medicamentosa. Era
necessario trattenermi un mese per controllare eventuali effetti secondari della
terapia. E intanto pensavo a come e quando poter ritornare a Quelimane.
Non ha mai pensato di
fermarsi in Italia per potersi curare adeguatamente?
Al contrario. Mi chiedevo come tornare a vivere in mezzo ai miei colleghi e ai
miei pazienti sieropositivi, unico malato di Aids con diritto alla terapia e
alla vita. Era necessario fare tutto il possibile perché anche gli altri
potessero avere la mia stessa speranza di vivere. Avevo sentito che pochi mesi
prima la Comunità di Sant’Egidio aveva iniziato un day hospital nella
capitale Maputo, dove aveva avviato un programma di terapia gratuita per i
malati di Aids. Mi recai a Roma per parlare con i responsabili del progetto e
verificare se fosse possibile aprire una succursale a Quelimane. Mi diedero
buone speranze e dunque, appena tornato in Mozambico, cominciai i contatti
necessari con le autorità sanitarie locali.
Quali furono le
risposte?
Molto positive. E, infatti, sei mesi dopo il mio rientro, il primo day hospital
di Quelimane aprì le porte e io cessai di essere l’unico dei miei
concittadini malati con diritto alla vita. In seguito, grandi aiuti
internazionali cominciarono ad essere messi a disposizione di vari Paesi
africani e iniziò a diffondersi la terapia antiretrovirale. Intanto, in India e
in Brasile avevano cominciato a produrre questi farmaci in formula generica. Sul
mercato c’erano ormai medicine a un prezzo accessibile.
L’Aids però non è una malattia come le altre. Sul malato persiste ancora
oggi un marchio di vergogna e di maledizione…
E infatti restava un’altra grande lotta da fare. Quella contro lo stigma. La
paura dell’ostracismo bloccava ancora la maggioranza delle persone dall’affrontare
il test e dal dichiararsi apertamente sieropositive. Per questo pensai che la
mia vicenda personale di sieropositivo in terapia antiretrovirale potesse essere
utile per dare coraggio a molte persone, o perlomeno potesse servire per rompere
la spirale di silenzio e di fuga dalla realtà. A Quelimane tutti mi conoscono e
c’era una grande curiosità di sapere la causa della misteriosa malattia che
mi aveva trattenuto in Italia per quasi sei mesi. Decisi così di fare due
riunioni: una con tutti i lavoratori dell’ospedale e una coi cristiani
della mia parrocchia. La partecipazione fu numerosissima. Spiegai che mi ero
scoperto malato di Aids e che mi ero infettato operando o assistendo le donne
nel parto e che stavo facendo la terapia ed essa cominciava a farmi sentire
meglio e mi consentiva di lavorare. Approfittai per insegnare alcune cose
fondamentali relative al virus Hiv e alla malattia, come essa si trasmette,
come si presenta, quali sono i danni che provoca nell’organismo e per quale
motivo, se non trattata, porta il paziente a morire in un tempo relativamente
breve. Annunciai che la terapia sarebbe stata disponibile gratuitamente e che
non bisognava aver paura di fare il test, perché quello era l’unico mezzo per
sapere in tempo la verità su se stessi e poter cominciare il trattamento.
Quale è stata la
reazione della gente?
Queste due
conferenze hanno mosso le acque. Dopo sono stati numerosi quelli che si sono
sottoposti al test. Molti si sono scoperti sieropositivi e hanno cominciato la
terapia. Ora a Quelimane le persone in trattamento sono quasi un migliaio e
molti di loro, già sfiniti dalla malattia, si sono ripresi, hanno recuperato le
forze, il peso, la speranza e, quello che più conta, la voglia di vivere. Loro
stessi, con la loro silenziosa ma visibile testimonianza, fanno la migliore
propaganda per vincere la vergogna e l’isolamento.
La situazione in Mozambico, tuttavia, resta drammatica e la maggior parte delle
persone malate di Aids non ha accesso al trattamento antiretrovirale…
In questo Paese i sieropositivi sono ufficialmente il 16 per cento della
popolazione. Quindi su 18 milioni di abitanti, sono circa 2 milioni e 800 mila.
Verosimilmente circa un quarto avrebbe già bisogno dei farmaci antiretrovirali,
ovvero 720 mila sieropositivi. All’inizio di quest’anno, in occasione di un
simposio sulla situazione dell’Aids nel Paese, il Primo Ministro ha annunciato
che l’obiettivo del ministero della Salute è quello di mettere 40 mila malati
in trattamento prima della fine del 2006. Ciò significa che 680 mila resteranno
in balìa del virus e un buon numero di loro finirà per morire di Aids.
Visto che la cura resta
ancora oggi un privilegio per pochi, che cosa fare per arginare i contagi?
Nonostante tutto l’impegno
per l’educazione sessuale e la prevenzione, la percentuale degli infettati
continua ad aumentare. Il fatto è che la via principale di trasmissione è
quella sessuale e una diminuzione dei casi può avvenire solo se si riuscirà a
promuovere un cambiamento dei comportamenti sessuali, specialmente nei giovani.
In altre parole, è necessaria una conversione del cuore. Per ottenerla non
bastano gli sforzi umani, la pubblicità e i cartelloni per le strade. Io sono
un missionario e nei miei lunghi anni di sacerdozio posso ben testimoniare
che la conversione avviene solo con la grazia di Dio, come sta scritto in
Ezechiele: «Io vi darò un cuore nuovo». Il cuore nuovo è solo Dio che ce lo
dà. Bisogna che la Chiesa e i credenti di tutte le religioni si impegnino in
prima persona per ottenere con la preghiera, la carità e l’educazione questo
dono dal buon Dio.
Lei è medico, ma come
lei stesso sottolinea, anche sacerdote e missionario. Come si è trovato a
vivere questa esperienza della malattia? Come ne è stato interpellato dal punto
di vista della vita spirituale e di fede?
Quando ricevetti
la notizia di essere sieropositivo cominciai una profonda riflessione sulla
morte. Prima di allora la morte era una realtà che si riferiva agli altri, ora
invece l’interessato diretto ero io. Il suo pensiero mi accompagnava come un
dato di fatto che faceva parte della mia identità. Non importava quanto tempo
mi separasse dal suo abbraccio, la verità era che il mio vagone viaggiava verso
il suo capolinea. Una prima conseguenza fu quella di cogliere il senso di
profonda umiliazione che il morire porta con sé. Si tratta di abbandonare ogni
privilegio o eccezione. I miei malati, che mi morivano, non erano più «loro»
a morire, ma in un certo senso ero io. Era come se mi fosse concesso di farne la
prova in prima persona. Morire fa sperimentare di non avere più nessun potere e
di non valere più nulla. Tutto ciò lo sentivo come profondamente umiliante.
Un’umiliazione che dovevo accettare. Di fatto l’accettai, e a partire da lì
mi si aprirono le porte di una libertà di spirito che non avevo mai conosciuto
prima d’allora.
Una seconda conseguenza fu scoprire che avevo vissuto una vita enormemente
lunga: mi accorgevo che in pratica ero vivo come se lo fossi da sempre. Ciò mi
riempì di gioia e mi diede un senso di sazietà, mi faceva sentire «pieno di
giorni». La sensazione di aver terminato la traversata e di essere ormai in
porto, mi dava tranquillità, ma ben presto mi accorsi che mi ostacolava ad
intraprendere nuove iniziative e nuovi impegni. Dava origine al pericolo di non
lasciarmi coinvolgere più da nulla e di essere vinto dalla tentazione di
aspettare dormendo il ritorno dello sposo.
Eppure lei ha tutt’altro
che un’aria rassegnata...
E infatti, mi trovavo in queste riflessioni, quando mi imbattei, nel mio
ministero sacerdotale, in una frase della lettera di san Paolo ai Romani: «In
effetti, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. Se
viviamo è per il Signore che viviamo; e se moriamo, è per il Signore che
moriamo. […] Infatti fu per questo che Cristo morì e tornò alla vita: per
essere il Signore tanto dei morti come dei vivi».
La dualità di morte e di vita cessava, in fondo, di esistere. La dualità
infatti esiste finché io vivo per me stesso o muoio per me stesso, ma se vivo
per il Signore e se muoio per il Signore, la dualità cessa: sia che viva sia
che muoia è al Signore che appartengo. Appartenere al Signore, questa diventa l’unica
vera realtà.
Da essa nasce quella pace, che permette di essere felici di vivere così come di
essere felici di morire. Felice di vivere perché vivo per il Signore, felice di
morire perché muoio per il Signore. Penso che non ci sia libertà interiore
più grande, libertà di tale grandezza che, per potercela conquistare, è stato
necessario che Gesù morisse e risuscitasse.