Cattolici,
armeni, caldei, assiri...
Nell’antica Persia la presenza del Vangelo è millenaria,
radicata nel profondo e tenacemente difesa nei secoli.
Ma oggi, sotto il regime degli "ayatollah", è a rischio:
l’ufficiale "tolleranza" coincide con una
"discriminazione" di fatto.
E la tentazione è: emigrare.
E intanto a
Urmia, antica "roccaforte" della croce,
l’arcivescovo (caldeo) nota sconsolato:
«Ormai ho più diocesani negli "Usa" che qui.
I giovani pensano solo ad andarsene appena finiti gli studi.
E le Chiese, vuote, sono custodite dai "curdi"».
Da
Teheran, Fabio Proverbio
("Avvenire",
2/3/’08)
La presenza di un
"mullah", rappresentante del clero "sciita", ad una
celebrazione religiosa cristiana in una cittadina nei pressi di Teheran non può
che sorprendere chi si accinge alla scoperta dell’Iran
convinto di trovarsi in uno dei Paesi musulmani più "fondamentalisti"
ed ostili al mondo occidentale. E probabilmente questa pur significativa forma
di dialogo "interreligioso" non può essere letta come la prova della pacifica
convivenza di due religioni a vocazione "universale". Può però
essere uno dei tanti esempi della complessità, a volte
"schizofrenica", di uno dei Paesi islamici che oggi interessa e
preoccupa di più gli osservatori occidentali. Accanto a forme di "fondamentalismo",
che traducono la convinzione – o l’illusione – del mondo islamico di poter
resistere alle tentazioni del progresso e della "globalizzazione" e
che si esprimono anche in manifestazioni esasperate di "patriottismo",
convivono in seno alla società iraniana forti spinte "centrifughe",
che portano soprattutto i giovani ad interessarsi a fenomeni artistici d’avanguardia,
anche proibiti, a rincorrere le nuove tecnologie, ad aprirsi a culture diverse,
ad apprendere lingue straniere e spesso ad emigrare alla ricerca di nuove
opportunità. Il fenomeno dell’emigrazione interessa tutti i livelli della
società iraniana, ma in particolar modo le minoranze cristiane.
L’Iran ha una popolazione di circa settanta milioni di persone, 95,6% delle
quali di fede musulmana con una componente "sciita" maggioritaria.
Cristiani, ebrei e "zoroastriani" sono riconosciuti ufficialmente e
sono rappresentati nella "Majlis" ("Parlamento"). I diritti
delle minoranze religiose sono garantiti dalla "Costituzione". Tuttavia sono in
molti a lamentarne difficoltà di applicazione. I rappresentanti di queste
minoranze vivono costantemente in stato di "allerta". A loro è vietata qualsiasi
forma di "proselitismo". La conversione di un musulmano ad un’altra
religione è punibile anche con la morte ed, in ogni caso, ne consegue l’espulsione
dei religiosi implicati. La presenza di musulmani alle celebrazioni cristiane
deve quindi sempre mettere in guardia il prete celebrante: che si tratti di
autentico interesse verso una diversa fede o di "provocazioni", la
cautela s’impone. La comunità cristiana d’Iran conta circa
duecentocinquantamila fedeli, appartenenti alle Chiese armena, caldea, assira,
cattolica e protestante.
Monsignor Garmou Ramzi
è l’arcivescovo caldeo di Teheran.
D’origine irachena ma da molti anni in Iran, monsignor Ramzi si mostra
piuttosto "pessimista" nel valutare il futuro del cristianesimo in
Medio Oriente. La fragilità politica, sociale ed economica delle comunità
cristiane nei Paesi islamici sta provocando una vera e propria
"diaspora" dei cristiani verso l’Occidente. Le ragioni sono da
imputare a diversi fattori: primo fra tutti la "discriminazione"
sociale, che impedisce ai cristiani di accedere ai livelli più alti delle
funzioni pubbliche come l’amministrazione, la scuola, la sanità e l’esercito;
anche in ambito privato la carriera professionale di un cristiano risulta più
difficile. Inoltre i cristiani sono tradizionalmente dei "provetti"
artigiani e vantano una migliore formazione professionale rispetto alla media
nazionale e questo favorisce la propensione all’emigrazione alla ricerca di
nuove opportunità.
Attualmente nel Nord America risiedono importanti comunità di iraniani di fede
cristiana. In California esiste addirittura un’emittente televisiva in lingua
persiana, molto seguita in Iran grazie alla diffusione delle parabole
"satellitari", ufficialmente fuori legge, ma che si vedono
"sfacciatamente" esposte sulla quasi totalità delle case.
Monsignor Ramzi considera il "miraggio" americano un’illusione. Dopo
aver venduto tutti i propri averi in patria, coloro che emigrano lasciando
impieghi qualificati, nel Paese "ospite" devono ricominciare nuove
carriere partendo dai livelli più bassi. I giovani che non hanno ancora una
"profilo" professionale ben definito sono quelli che più difficilmente possono
inserirsi in un ambiente fortemente "competitivo" come quello
statunitense, e finiscono col praticare i lavori più umili.
Pochi sono coloro che riescono a realizzarsi e, comunque, al carissimo prezzo di
una vita totalmente dedicata al lavoro.
La presenza di cristiani in Iran risale agli "albori" del
cristianesimo. Ad Urmia, cittadina della provincia dell’Azarbaigian
occidentale (ai confini con lo Stato omonimo), si trovano le più antiche tracce
della presenza cristiana (la Chiesa di Santa Maria è considerata l’ultimo
luogo di riposo di uno dei "Re Magi").
Numerosi fino alla fine del XIX secolo, i cristiani sono stati successivamente
"decimati", vittime delle lotte tra gli opposti schieramenti turchi e
persiani, nemici per il controllo del territorio.
Attualmente i cristiani residenti ad Urmia,
anche se proporzionalmente più numerosi rispetto al resto del Paese, non sono
più di diecimila. Responsabile religioso della comunità cristiana della
regione è l’arcivescovo caldeo Thomas
Meram, anch’egli d’origine
irachena. Trascorre almeno tre mesi all’anno negli Stati Uniti, presso le
comunità di emigrati iraniani, che rappresentano oggi la maggioranza della
propria diocesi.
La condizione attuale dei cristiani d’Iran può essere ben rappresentata da
Hormoz, un direttore di banca – livello professionale raramente raggiunto da
un cristiano – che incontro nella sua elegante abitazione nel centro di Urmia.
Felicemente sposato e padre di due figli, mi confida il timore di dover ben
presto lasciare l’Iran per fuggire dalla solitudine sofferta dalla propria
famiglia: «Solo qualche anno fa, durante le feste natalizie, la nostra casa
"brulicava" di gente felice; oggi siamo rimasti in pochissimi a
celebrare il Natale e domani saremo soli».
L’appartenenza dei cristiani ad una minoranza che si distingue, oltre che per
fede religiosa, anche per lingua e cultura, li ha resi doppiamente
"stranieri" agli occhi della popolazione che, in questa provincia, è
composta soprattutto da "curdi".
Testimonianza di una presenza cristiana storicamente importante sono le numerose
Chiese, costruite in tutti i villaggi della regione.
Antichi luoghi di culto ormai "orfani" di fedeli, sono oggi "cattedrali nel
deserto", solitamente chiuse alle visite. Per accedervi dobbiamo chiedere
le chiavi agli abitanti "curdi" del villaggio, che sembrano comunque
ben disposti a prendersi cura delle "vestigia" cristiane. Questa forma
di "riappacificazione" tra culture potrebbe essere l’espressione di
un raggiunto "equilibrio" tra la cultura dominante che
"regna" sovrana e la minoranza dominata ormai destinata all’estinzione.
In un villaggio nei pressi di Urmia incontro l’unica presenza cristiana del
luogo. È una famiglia dedita alla "frutticultura", principale
attività economica della regione. Padre, madre e un figlio di ventitré anni,
studente universitario di "Informatica", che è fermamente
intenzionato a lasciare il Paese non appena conseguirà la laurea.
Ha già una meta: San José in California, dove vive una delle più numerose
comunità iraniane d’America. La madre, entrando in casa, toglie il velo; il
padre mi accoglie e mi invita a sedere.
Sorseggiando un tè, con loro condivido la tristezza di una famiglia sola,
prossima alla separazione.
Sono meno del 5%, ma rappresentano tutte le confessioni
L’Iran ha una popolazione di
circa settanta milioni di persone, 95,6% delle quali di fede musulmana.
Cristiani, ebrei e "zoroastriani" sono riconosciuti ufficialmente e
sono rappresentati nella "Majlis" ("Parlamento"). Sono
liberi di convertirsi all’islam, mentre la conversione di un musulmano a un’altra
religione è punibile di morte. La comunità cristiana è costituita da circa
duecentocinquantamila fedeli, suddivisi in armeni, caldei, assiri, cattolici e
protestanti. I più numerosi sono gli armeni, seguiti dagli assiri. I cristiani
erano presenti in Iran fin dagli "albori" del cristianesimo, molto prima dell’arrivo
dell’islam. Le più antiche "vestigia" della loro presenza si
trovano nella provincia dell’Azerbaigian occidentale. La comunità ebrea oggi
si compone di circa venticinquemila persone.
Discendenti dagli schiavi di Babilonia salvati da Ciro il Grande, sono presenti
nel Paese da più di tremila anni. I diritti delle minoranze religiose sono
garantiti dalla "Costituzione".
Tuttavia, sono in molti a lamentare la difficoltà della sua applicazione.