La vita religiosa
dopo l’11 settembre: quali segni offriamo noi? ![]()
Congresso Internazionale sulla Vita Consacrata
Centro Internazionale ‘Ergife Palace’
Roma, 23 – 27 novembre 2004
Viviamo all’ombra dell’11 settembre. Tutti noi ricordiamo dove eravamo quel giorno. Non è solo perché fu un evento terribile. Da allora in poi la gente in molti posti subisce sofferenze peggiori, per esempio in Darfur. Piuttosto questo è simbolico del mondo in cui viviamo all’inizio di questo nuovo millennio. Che cosa ha da dire la vita religiosa a questo nuovo mondo?
E’ un mondo caratterizzato da un paradosso. Siamo sempre più strettamente vincolati insieme dalla immediata comunicazione. Viviamo nel piccolo intimo mondo del villaggio globale. Siamo sempre più contrassegnati da un’unica cultura mondiale. I giovani ovunque indossano gli stessi vestiti, ascoltano gli stessi canti e fanno gli stessi sogni. E anche se non possono permettersi di comprare oggetti autentici firmati, possono acquistare le imitazioni a buon mercato. Tutti viviamo nel McMondo, nel Pepsi-pianeta o nella Coca-cultura.
D’altra parte è un mondo che è sempre più profondamente diviso dalla violenza religiosa. In tutto il pianeta Cristiani, Ebrei, Musulmani, Indù e Buddisti assumono un atteggiamento aggressivo, bellicoso gli uni verso gli altri. Nell’Irlanda del Nord, nei Balcani, Medio Oriente, India, Indonesia, Nigeria e in tanti altri posti, la comunicazione sembra essere interrotta. E’ proprio l’intimità del mondo globale che provoca la violenza. La maggior parte dei delitti si consuma in casa, da persone l’una accanto all’altra, e in questo villaggio globale, noi siamo tutti vicini. Che cosa ha da dire la vita religiosa a questo mondo intimo e violento? E che cosa questo mondo ha da dire a noi?
Focalizzerò tre aspetti della nostra cultura. Prima di tutto c’è una crisi di mancanza di casa. Tutti abitiamo nel villaggio globale, ma l’11 settembre ha manifestato la sua violenza latente. Come possiamo noi religiosi essere un segno della comune dimora dell’umanità in Dio? Secondariamente, quale futuro ci attende? L’11 settembre simboleggia l’inizio di un’era che sembra offrire soltanto un futuro di violenza. Terzo, di fronte a questa incertezza, c’è una crescente cultura di controllo, la lotta per l’egemonia. Di fronte a ciascuno di questi fatti, la vita religiosa incarna una parola di speranza. C’è un quarto argomento che è fondamentale, ma di questo difficilmente parlerò, si tratta cioè della cultura del consumismo e del voto di povertà. Non dirò alcuna cosa su questo argomento perché è abbastanza scontato. Molte persone hanno scritto tanto sulla nostra testimonianza della povertà nella cultura della piazza del mercato, così ho preferito prendere in considerazione altri temi un po’ meno comuni.
Molti di voi sembrano piuttosto stanchi del viaggio in aereo. Siete appena arrivati da ogni parte del mondo. Noi siamo abitanti del villaggio globale. La mia famiglia spesso dice con invidia: ‘Diventi Domenicano e vedi il mondo’. Tutte le mattine, quando apriamo i nostri emails, ci saranno messaggi da tutto il pianeta. Siamo cittadini di un nuovo mondo in cui, per molte persone, lo spazio non ha più grande importanza. Fukuyama ha parlato della fine della storia, e Richard O’Brien ha aggiunto: ‘la fine della geografia’. Zygmunt Bauman ha scritto che ‘nel mondo in cui dimoriamo, la distanza non sembra contare molto. A volte sembra che essa esista solamente per essere cancellata; come se lo spazio fosse nient’altro che un invito costante a non tenerne conto, a rifiutarlo e a negarlo. Lo spazio non costituisce più un ostacolo – basta solo un istante per conquistarlo’.
Questo può sembrare quasi un’anticipazione delle nostre attese escatologiche. Quando Gesù incontra la Samaritana promette che arriverà il tempo in cui Dio non sarà adorato né sul monte dei Samaritani né in Gerusalemme, ‘ma in spirito e verità’. Il Buon Samaritano, nell’altro nostro testo, prende le distanze dal luogo sacro di Gerusalemme. Il sacrificio a Dio è offerto sul ciglio della strada, quando egli soccorre l’uomo ferito incappato nei ladroni. Il Cristianesimo ci libera da una religione di spazi sacri introducendoci nella vita Trinitaria, ‘Dio, quel centro Che è ovunque, e la cui circonferenza non è da alcuna parte’. Il ciberspazio somiglia un po’ al compimento della promessa cristiana. Margaret Wertheim scrisse che, ‘mentre i primi cristiani promulgavano il cielo come un regno in cui l’anima umana sarebbe stata liberata dalle fragilità e debolezze della carne, così i campioni di oggi del ciberspazio l’hanno considerato come un luogo dove l’essere sarà liberato dai limiti dell’incarnazione fisica’.
L’11 settembre è un simbolo di quanto distante sia il nostro villaggio globale dal Regno in cui tutta l’umanità sarà a casa. Quel giorno, la violenza latente della nostra cultura mondiale è diventata visibile. Il nostro pianeta soffre infatti una crisi dovuta alla mancanza di casa. Ci sentiamo a disagio nel villaggio globale. Prima di tutto, noi che partecipiamo a questo Congresso siamo riusciti ad ottenere il visto e passare al banco per il controllo passaporti. Ma milioni di persone tentano di viaggiare, di fuggire dalla povertà o dall’oppressione, e non ci riescono. C’è un vasto spostamento di persone che cercano una nuova dimora. L’Europa sta costruendo muri per tenere fuori masse di gente che vogliono entrare. Mai nella storia tante persone sono vissute in campi per rifugiati e sono, letteralmente, senza dimora.
Anche coloro che rimangono a casa, in un certo senso, sono profughi. La comunità umana è frantumata con l’intensificarsi delle disuguaglianze. E la comunicazione moderna pensa che i poveri possono intravedere il paradiso dei ricchi sugli schermi televisivi tutti i giorni, e tuttavia sono esclusi. I nomadi finanzieri che governano il nostro mondo possono trasferire il loro denaro dove vogliono. Essi non hanno alcun impegno nei riguardi dei lavoratori di qualsiasi paese. Se il lavoro diventa troppo costoso in Inghilterra, allora possono trasferirsi in Messico, e poi in Indonesia. Bauman scrive: ‘Brevi incontri sostituiscono impegni duraturi. Non si pianta un albero di agrumi per spremere un limone’. Questo ha causato una terribile incertezza. Perfino gli impiegati non possono essere sicuri che l’indomani avranno un lavoro. Alcuni economisti ci presentano la figura di un mondo di libero commercio benevolo. Ma il nostro ambiente è distorto da barriere commerciali, da dazi doganali e da contributi i quali escludono le nazioni povere. Esso in parte è tenuto insieme da reti viziose di denaro sporco, da mafie criminali, dal traffico di droga, dal commercio di donne e di bambini destinati alla prostituzione, dal mercato di organi e di armi.
Infine, c’è l’imposizione di una cultura globale che è di fatto occidentale e largamente americana. John Baptist Metz argomentò che ‘da molto tempo i paesi non-occidentali sono sotto assedio di "una seconda colonizzazione": attraverso l’invasione dell’industria della cultura occidentale e i suoi mass media, specialmente quella della televisione che tiene la gente prigioniera in un mondo artificiale, un mondo di fantasia. Essa aliena sempre di più la gente dalle sue immagini culturali, dal suo linguaggio originale e dalla sua storia. Questa colonizzazione dello spirito è molto più difficile da fronteggiare perché appare come veleno ricoperto di zucchero e perché il terrore gentile di questa industria della cultura occidentale opera non come un’alienazione, ma come una droga narcotica. Siamo noi stessi "disancorati", e le nostre vecchie dimore confortevoli vengono smantellate. L’11 settembre, la grande indignazione che questo ha generato è esplosa nel cuore del mondo occidentale.
Così c’è una crisi per assenza di dimora, sia a livello letterale che culturale. Una diffusa reazione a questo problema è quella di costruire comunità di persone con la stessa mentalità, con le quali possiamo sentirci sicuri e a casa. La Signora Thatcher candidamente chiese di un rivale politico: ‘Ma egli è veramente uno di noi?’ Siamo diventati paurosi della differenza. Richard Sennet scrisse: ‘L’immagine della comunità viene purificata da tutto ciò che può trasmettere un sentimento di differenza, per non dire conflitto, in ciò che "noi" siamo. In questo modo il mito della solidarietà della comunità è un rito di purificazione… Ciò che è distintivo di questa mitica condivisione nelle comunità è che la gente sente di appartenere l’una all’altra e di condividere insieme, ‘perché sono simili’ .
Questa ricerca di coloro che sono simili a noi si può vedere ovunque, dall’Internet ai gruppi religiosi. La gente naviga nell’Internet cercando altre persone che condividono i suoi stessi interessi e gusti politici, sportivi o sessuali. E se emergono le differenze, allora si interrompono semplicemente i contatti e si cambia il proprio indirizzo email. Anche i gruppi fondamentalisti religiosi si uniscono con quelli della stessa mentalità. Immagino che la polarizzazione all’interno della Chiesa cattolica oggi è in parte radicata nella sofferenza di vivere con coloro che sono diversi da noi stessi. La Chiesa è sempre stata divisa da lotte, dal tempo in cui Pietro e Paolo si opponevano in Antiochia. Ciò che risulta nuovo è la nostra difficoltà a superare queste divisioni utilizzando un linguaggio comune. Noi non riusciamo a trovare le parole per condividere la comunione con coloro che sono diversi, perfino all’interno della Chiesa.
Ora, in questa crisi di mancanza di casa, la vita religiosa ha certamente un’urgente vocazione ad essere segno della vasta dimora di Dio, dell’immensa apertura del Regno di Dio al quale tutti possono appartenere e vivere tranquilli. Se siamo a casa nella spaziosità di Dio, allora possiamo sentirci a casa con chiunque. Possiamo realizzare questo con modi diversi. Migliaia di religiose e religiosi hanno lasciato con semplicità le loro case per essere a casa con persone straniere. Piccole comunità di Suore si stabiliscono in villaggi musulmani dal Marocco all’Indonesia, imparando a convivere con le lingue straniere, mangiando cibo straniero, inserendosi nel tessuto degli altri modi dell’essere umano.
Anche noi accogliamo le differenze culturali ed etniche nelle nostre comunità. Attraversai il Burundi in macchina, quando tutto il paese era in fiamme, per visitare un monastero delle nostre suore contemplative nel nord. Metà della comunità era tutsi e metà hutus. Tutte avevano perduto le loro famiglie, tranne una novizia. E mentre ero là il suo parroco telefonò per comunicarle che i suoi genitori erano stati trucidati. E nonostante ciò le suore vivevano insieme in pace. Questo era possibile solo grazie ad una profonda vita di preghiera e di lavorio continuo di fare comunione. Ascoltavano insieme le notizie alla radio, e così condividevano le une le sofferenze delle altre. In un paese, bruciato e rosolato, dove nessuno poteva seminare qualcosa, la loro collina era verde dal momento che chiunque poteva andare lì e coltivare i propri alimenti con sicurezza: una collina verde in una terra bruciata è segno di speranza.
La differenza più difficile per noi da abbracciare nella vita religiosa forse non è né etnica né culturale; è teologica. Posso vivere tranquillo con un fratello di un altro continente. Ma posso sentirmi intimamente a casa con uno che ha un’altra Ecclesiologia o Cristologia? Sono in grado di superare le divisioni ideologiche della nostra Chiesa? Solo se riusciamo a realizzare questo possiamo essere segno della immensità di Dio. Le comunità di persone con la stessa mentalità sono segni deboli del Regno.
Questo richiede da noi molto di più che la tolleranza reciproca. In verità, dobbiamo avere il coraggio di manifestare il nostro dissenso. Ciò richiede da noi un’attenzione reciproca che ci porta a superare gli angusti limiti delle nostre simpatie e del nostro linguaggio. Ho il coraggio di lasciarmi toccare dall’immaginazione dell’altro ed entrare nel mondo delle sue speranze e paure? Dobbiamo iniziare ad aprire i nostri cuori e le nostre menti, cosa che Tommaso d’Aquino chiama latitudo cordis, che ci permette di entrare nella spaziosa dimora che è Dio.
In Larry’s Party, Carol Shield, il romanziere canadese, esplora il modo in cui il linguaggio ci offre una dimora nella quale vivere. Il primo matrimonio di Larry si è infranto perché egli e la sua giovane moglie non avevano un linguaggio abbastanza aperto per incontrarsi e amarsi reciprocamente. Quando poi si sono riconciliati è perché il loro linguaggio è diventato abbastanza spazioso da permettere loro di stare insieme per la prima volta. Larry chiede: ‘Era quello il nostro problema? Che noi non conoscevamo abbastanza parole?’ Essere segno della comune dimora dell’umanità in Dio richiede che noi cerchiamo parole che siano abbastanza ampie per vivere in pace con persone straniere. Queste persone straniere possono appartenere ad un’altra fede o ad un altro gruppo etnico. Ma una preparazione vitale per questo, e provare la sua autenticità, è che anche noi cerchiamo le parole che aprano ponti mediante la polarizzazione all’interno della nostra Chiesa e congregazioni.
Questa è l’obbedienza di cui c’è bisogno oggi, e specialmente dopo l’11 settembre. Non è un’obbedienza che è sottomissione cieca ai comandi dei superiori religiosi. E’ piuttosto quella profonda attenzione a coloro che parlano lingue diverse e vivono di diverse simpatie e immaginazione. Si tratta di quell’apertura ascetica verso altre geografie di mente e di cuore, anche all’interno delle nostre comunità, di modo che possiamo essere tirati fuori delle anguste prigioni che dividono gli esseri umani l’uno dall’altro. E’ un’obbedienza creativa, in cui insieme cerchiamo parole nuove e vecchie, che offrano un clima fresco e reciproca tranquillità. Le comunità religiose dovrebbero essere i crogiuoli del linguaggio rinnovato.
Una sera a Rotterdam incontrai dei giovani e chiesi loro perché venivano ancora in Chiesa quando i loro contemporanei non venivano. Trovarono difficoltà a rispondere. Poi, a mezzanotte un giovane che aveva lottato con questa domanda ritornò con una lettera per me. Egli spiegò che era venuto alla nostra comunità perché lì poteva usare le parole che non era più possibile usare a casa sua: espressioni come "Gloria a Dio" e il Santo, parole di lode e di sapienza. Aveva bisogno di un luogo dove poter condividere queste parole con altre persone e sentirsi insieme con loro a casa.
Una dimora/casa non è soltanto lo spazio che noi occupiamo, con le sue pareti e finestre mentali, esclusioni ed inclusioni. Noi abbiamo bisogno di essere anche a casa nel tempo. Abbiamo bisogno di vivere all’interno di una storia che abbraccia un passato e guarda ad un futuro. Noi creiamo una dimora nei racconti dei nostri antenati e abbiamo l’animo tranquillo per aver condiviso la speranza del futuro, prima e dopo la morte. Possiamo essere in pace perché conosciamo approssimativamente dove siamo nella trama della storia. Per esempio, nell’Induismo, ci sono quattro fasi nella vita di un uomo: l’essere studente, capofamiglia, diventare un abitante della foresta e infine la fase della rinuncia. Si può essere a casa mediante la condivisione di questa storia della vita umana. L’11 settembre ha cambiato le storie che raccontiamo di noi stessi e del nostro mondo, e questo ha consolidato il nostro senso di mancanza di casa. Non abbiamo alcuna storia del futuro in cui sentirci a casa.
Per semplificare all’estremo, questa è la seconda maggiore trasformazione del periodo che l’Occidente ha vissuto negli ultimi anni. Nella mia fanciullezza eravamo ancora sorretti da un profondo ottimismo. C’era una fiducia reciproca nel progresso dell’umanità. Per alcuni, l’umanità si muoveva verso un paradiso capitalista e per altri era il paradiso comunista. Ma Est e Ovest, sinistra e destra, condividevano la convinzione che c’era una storia più lunga da raccontare e che l’umanità era in cammino verso un mondo migliore. Questa fiducia nel futuro cominciò a sfaldarsi dopo la caduta del Muro di Berlino. Come disse candidamente Fukuyama, e d’allora in poi se ne pente, la storia finì. La caduta del comunismo fu proclamata come l’arrivo dell’umanità al suo destino. Il futuro era lì ed era simile all’America. Abbiamo la nascita della Generazione moderna, che ha smesso di sognare un futuro. C’era anche un futuro sempre più priva di speranza per coloro che erano esclusi da questo sogno capitalista. Le disuguaglianze del mondo continuavano a intensificarsi. Interi continenti, specialmente l’Africa, erano imprigionati in una povertà che sembrava insanabile.
Con l’11 settembre entriamo in una terza fase, in cui inizia di nuovo una storia del futuro da raccontare, ma è una storia senza alcuna promessa se non di maggiore violenza. Per alcuni è ‘la guerra contro il terrorismo’ e per altri è la ‘Jihad’ contro l’Occidente corrotto. Questa non è una storia in cui si può essere tranquilli e a casa. Quali segni di dimora umana può offrire la vita religiosa?
Prima di tutto, ciò che noi non facciamo è quello di offrire una storia alternativa del futuro. Il ventesimo secolo è stato crocifisso da coloro che sostenevano di conoscere la mappa stradale dell’umanità. Milioni di persone morirono nei gulags sovietici, uccisi da coloro che sapevano verso dove andava l’umanità. Quest’anno sono andato per la prima volta ad Auschwitz. All’entrata del campo, c’è una mappa che mostra come essa è al centro di una rete di linee ferroviarie, dalla Norvegia alla Grecia, dalla Francia all’Ucraina, che trasportavano persone alla loro morte. Qui era letteralmente la fine della linea, imposta da coloro che efficientemente progettavano il futuro dell’umanità. Pol Pot massacrò un terzo di tutti i cambogiani perché egli sapeva quale storia si doveva raccontare del futuro. Perfino l’imposizione capitalista della sua mappa stradale impoverisce milioni di persone. Noi siamo giustamente sospettosi di coloro che sostengono di conoscere il grande progetto.
La storia originaria del cristianesimo appartiene precisamente al tempo in cui abbiamo smarrito la storia del futuro da raccontare. Indubbiamente i discepoli andarono a Gerusalemme animati da presentimento che qualcosa doveva accadere: Gesù si sarebbe rivelato come Messia; i Romani sarebbero stati cacciati dalla Terra Santa, o altro. Come i discepoli sulla via di Emmaus confessarono a Gesù: ‘Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele’ (Lc 24, 21). Qualsiasi episodio raccontavano, crollava. Giuda aveva venduto Gesù; Pietro stava per tradirlo. Gli altri discepoli sarebbero fuggiti per la paura. Di fronte alla sua passione e morte essi non avevano storia da raccontare. Nel momento in cui questa fragile comunità crollò, Gesù prese il pane, lo benedisse e lo diede loro dicendo, ‘Questo è il mio corpo, dato per voi’.
Il paradosso del cristianesimo è che esso ci offre una dimora nel tempo, ma non ci narra una storia del futuro. Noi non abbiamo la mappa stradale. Non possiamo aprire il Libro dell’Apocalisse e dire: ‘Ecco, ragazzi, cinque flagelli subiti e uno da subire ancora’.
Noi crediamo che siamo in cammino verso il Regno di Dio, in cui la morte sarà sconfitta e le ferite saranno guarite, ma non abbiamo alcuna idea di come raggiungeremo quel luogo. Dopo l’11 settembre, quando alcuni sono sedotti dal presente eterno della Generazione moderna ed altri raccontano storie che promettono solo violenza, noi offriamo buone notizie. Abbiamo una speranza che non è ancorata in alcuna storia particolare del futuro. Gesù incarnò questa speranza in un segno, pane spezzato e condiviso e una coppa di vino fatta passare ai discepoli. Come possiamo noi religiosi essere segni di speranza?
Un modo è cercare di accogliere con gioia il nostro futuro incerto. I nostri voti sono un impegno pubblico a rimanere aperti al Dio delle sorprese che sconvolge i nostri piani per il futuro e ci chiede di fare cose che non abbiamo mai immaginato. Diciamo che se volete far sorridere Dio, raccontategli i vostri progetti. Cercate di condividerli anche con i vostri fratelli e sorelle! Quando fui esaminato, in preparazione alla mia professione solenne, dissi che sarei stato felice di fare qualsiasi cosa, tranne che essere superiore. I fratelli pensarono diversamente! Noi però abbracciamo questa incertezza con la gioiosa libertà dei figli di Dio. Václav Havel scrisse che la speranza ‘non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa trova certamente un senso, nonostante come andrà a finire’. La nostra gioia è la fiducia che in certo qual modo la nostra vita, con successi e sconfitte, avrà un significato, per quanto futile possa a volte sembrare. Il significato della nostra vita è il mistero di Dio, per il quale non abbiamo parole.
Ripeto, il voto di obbedienza è il segno più evidente che noi permetteremo a Dio di continuare a sorprenderci. Poniamo la nostra vita nelle mani dei nostri fratelli e sorelle per fare di essa come desiderano. Questo non vuol dire regredire nella passività infantile. Rimaniamo persone intelligenti che possono far sentire il loro parere per il futuro. Pochi religiosi oggi sarebbero disposti a piantare i cavoli capovolti! Piuttosto questa è una libera accettazione che noi non siamo i soli autori delle nostre storie. E’ un gesto eucaristico, seguendo Gesù che ha donato se stesso nelle mani dei discepoli dicendo: ‘Questo è il mio corpo dato per voi’. E i giovani saranno attirati a noi solo se ci vedono che siamo desiderosi di accettare il dono della loro vita e utilizzare tale dono con coraggio. Recentemente ho incontrato una suora negli Stati Uniti la quale mi ha detto che in trent’anni di vita religiosa, la sua congregazione non le aveva mai chiesto di fare qualcosa. Non osarono farlo!
Il nostro voto di castità è anche la promessa di rimanere aperti alle sorprese che Dio ci riserva. Noi rinunciamo ad una relazione che esprime la speranza di una trama prevedibile, un amore stabile nella buona e nella cattiva sorte, fino a quando la morte ci separerà. Invece, noi promettiamo di amare e accettare l’amore, senza sapere a chi affideremo il nostro cuore. Quando arrivai alla professione solenne, questa fu per me l’atto di fiducia molto più difficile. Sarei finito un secco e solitario vecchio bastone? Il mio cuore sarebbe rimasto vivo? Con questo voto noi abbiamo fiducia che Dio ci darà cuore di carne attraverso modi che non possiamo prevedere.
Ohimè, per molti di noi il voto di povertà difficilmente ci impegna a vivere qualche incertezza. In molte parti del mondo, una delle attrazioni della vita religiosa è che essa offre sicurezza finanziaria e tutte le risorse di abbondanza sicura. Al Sinodo sulla Vita Religiosa, il Cardinale Etchegaray lanciò un appello ai religiosi di abbracciare una povertà più radicale. Se la gente vedesse nella nostra povertà la vera precarietà, allora quale segno di speranza sarebbe questa!
La nostra vita consacrata sarà un segno solo se viviamo nella gioia. Allora saremo considerate di essere a casa in questa incertezza, tranquilli nel non conoscere il tenore e la storia della nostra vita. Possiamo felicemente riposare nella fiducia che la nostra vita avrà significato anche se a volte non possiamo dire ora quale esso sia, perché è Dio.
S. Agostino disse: ‘Cantiamo Alleluia quaggiù mentre siamo ancora angosciati, così possiamo cantarlo un giorno lassù quando saremo liberi da preoccupazione’. Uno dei miei intimi amici dell’Ordine è un Domenicano francese chiamato Jean Jacques. Egli era un esperto economista, è stato in Algeria per studiare irrigazione, ha imparato l’arabo, lì ha insegnato all’Università. Era difficile, ma era profondamente contento. Un bel giorno il suo Provinciale gli ha telefonato per chiedergli di ritornare per insegnare economia all’Università di Lione. Era completamente sconcertato, addolorato. Poi si è ricordato della gioia di aver donato la sua vita senza condizione. Così, è andato a comprare una bottiglia di champagne per far festa con i suoi amici. Alcuni anni dopo, sono stato eletto Generale dell’Ordine e sentivo il grande bisogno di avere qualcuno nel Consiglio Generale che io conoscessi. Ho cercato Jean Jacques e gli ho chiesto di venire. Ha chiesto di pensarci su. Ho detto di sì. Ha chiesto di prendersi un mese. Ed io gli ho detto di prendersi un giorno. Ha risposto di sì. Altro champagne. Questa è la gioia di sentirsi a casa nella imprevedibilità di Dio.
Charles de Foucauld andò a far visita ad un giovane cugino, François de Bondy, il quale aveva vent’un anni e si dava molto al piacere. Ma la sua vita fu trasformata vedendo la gioia profonda di questo asciutto asceta del Sahara. ‘E’ entrato nella stanza e la pace è entrata con lui. Lo splendore dei suoi occhi e specialmente quel sorriso molto umile avevano invasa tutta la sua persona… Una gioia incredibile emanava da lui… Avendo gustato "i piaceri della vita" e sperando di non dover lasciare il tavolo per un momento, Io, vedendo che tutta la somma delle soddisfazioni non pesava più di una minima parte paragonata alla piena felicità dell’asceta, ho sentito nascere dentro di me uno strano sentimento non di invidia, ma di rispetto!" Enzo Bianchi cita un padre del quarto secolo il quale dice che i giovani sono come i cani che vanno a caccia. Se i cani fiutano il lupo, allora continuano a cacciare fino alla fine. Se non sentono mai l’odore del lupo, allora si stancano e smettono. Se i giovano colgono da noi il profumo della gioia del Regno, allora continueranno fino alla fine.
E’ intrinseco a questa testimonianza di speranza che noi osiamo dare tutta la nostra vita, usque ad mortem. Noi abbiamo fiducia che tutta la nostra vita avrà un senso. Alla fine, tutta la storia della nostra vita troverà un significato anche nei suoi momenti più difficili. Nell’Instrumentum Laboris 37 è scritto: "Il senso di provvisorietà e la difficoltà culturale della stabilità potrebbero anche portarci a studiare la possibilità di proporre forme di Vita Consacrata "ad tempus" (VC 56 e Propositio 33), cosa che eviterebbe di dare la sensazione che una persona abbandoni la vita consacrata dopo un po’ di tempo". Sono d’accordo. Gli ordini religiosi da secoli hanno sempre offerto modi di appartenenza a coloro che non desiderano impegnarsi per sempre. Molte delle nostre congregazioni stanno ora esplorando modi nuovi in cui si può realizzare questo. E’ anche il caso che alcune persone si uniscono a noi e fanno la professione, ma un giorno ci lasciano. Non vogliamo che essi siano paralizzati per sempre da un certo senso di fallimento. Questo però non dovrebbe mettere in questione la centralità di un impegno usque ad mortem. Spesso ci si chiede se i giovani siano oggi capaci di assumere tale impegno. Forse la questione è piuttosto se crediamo che siano pronti a lottare per la loro vocazione.
Il
sovvertimento della cultura di controllo
L’argomento finale che desidero trattare è la cultura di controllo. Mai il pianeta è stato tenuto sotto così stretto controllo da poche nazioni. Nonostante tanta retorica di sviluppo, gli interessi nazionali di alcuni paesi decidono tutto. Soprattutto, noi viviamo, come mai prima nella storia dell’umanità, sotto il controllo di una singola superpotenza, i cui interessi a livello mondiale sono sempre da proteggere. Come disse Bill Clinton: non c’è differenza tra la politica nazionale e quella estera. L’11 settembre è stato in parte una protesta contro coloro che desiderano avere il controllo del pianeta e delle sue risorse. Esso ha colpito i simboli della Potenza Occidentale economica e militare, le due Torri Gemelle e il Pentagono. Ma l’11 settembre ha anche intensificato questa cultura di controllo, una crescita nella raccolta di informazioni, nel controllo dell’emigrazione, la militarizzazione del mondo e la perdita dei diritti umani.
Paradossalmente, nello stesso tempo, questo è anche un periodo in cui lo stato nazionale, e perfino gli Stati Uniti, risulta sempre meno capace di controllare qualsiasi situazione. Viviamo in un mondo che Anthony Giddens ha chiamato "il mondo fuggiasco", "una giungla confezionata". Bauman immagina il nostro mondo come un aereo che non ha pilota. I passeggeri "scoprono con orrore che la cabina del pilota è vuota e che non c’è alcun modo per estrarre dalla misteriosa scatola nera con l’etichetta "pilota automatico" qualsiasi informazione riguardo la direzione dell’aereo è diretto, dove atterrerà, chi deve scegliere l’aeroporto e se ci sono regole che permettano ai passeggeri di contribuire alla sicurezza dell’arrivo.
E’ nel cuore della modernità questa combinazione paradossale di una cultura di controllo e della nostra incapacità di assumere la responsabilità della nostra vita. Ciò è espresso fortemente dalle guerre moderne tecnologiche, con le loro armi molto sofisticate e tuttavia l’immensa difficoltà di conseguire gli obiettivi stabiliti. Basta guardare il Vietnam, l’Afganistan e l’Iraq!
In parte questo è radicato nel fatto che le corporazioni multinazionali vanno al di là del regolamento nazionale. L’economia è incontrollabile. La fluidità del capitalismo moderno genera insicurezza e ansietà. Tutta questa ansietà si proietta sugli stranieri al di fuori delle nostre frontiere e all’interno di esse. I governi sempre più considerano la legge e l’ordine pubblico come loro primo compito. Combattere il crimine è il dramma moderno, mettendo in carcere gli stranieri sui quali proiettiamo la nostra paura. Praticamente in ogni paese del mondo il numero delle persone rinchiuse nelle carceri è in aumento. Persone che hanno programmi diversi dai nostri sono sempre di più viste come nemici, "terroristi", appartenenti a qualche "coalizione perversa". La povertà sta diventando criminalizzata. Perfino l’aiuto umanitario e lo sviluppo vengono cooptati nell’agenda della sicurezza dell’Occidente. La sicurezza globale vuol dire la sicurezza Occidentale e le agenzie di sviluppo avranno dei sussidi solo se accettano le sue priorità. Ecco perché è tanto difficile ricevere sostegno per il Sudan o il Congo oppure per altre zone disastrate dell’Africa.
La cultura del controllo entra nel sangue della vita pubblica come gestione. Ogni forma di istituzione deve essere gestita, controllata, misurata, deve rispondere agli obiettivi ed essere valutata. Anche la Chiesa sta diventando una istituzione che è regolata dalla cultura di controllo. Siamo osservati, denunciati e tassati. Questa non è una congiura maligna del Vaticano. Mostra che la Chiesa sta vivendo la crisi della modernità, proprio come qualunque altro! Perfino le congregazioni religiose spesso soccombono alla cultura di gestione. Coloro che sono chiamati a governare diventano ‘L’Amministrazione’. Fratelli e sorelle sono diventati ‘personale’. Ho incontrato superiori generali i cui uffici mi ricordano corporazioni multinazionali. Il Superiore Generale diventa la CEO. I capitoli stabiliscono gli obiettivi e valutano i risultati. Tutto deve essere misurabile, e la misura è soprattutto il denaro.
Ma la vita religiosa dovrebbe esplodere in questa cultura di controllo come uno scoppio di libertà gioiosa. Possiamo vedere cenni di ciò che questo significa nella storia di Gesù e la Samaritana al pozzo. Gli apostoli sono andati a far compere e quando ritornano, eccolo chiacchierando con questa donna modesta. "Girate le spalle e non saprete mai che cosa combinerà!". Gesù è osservato, controllato, ma egli è il nostro Signore incontrollabile.
Le nostre congregazioni hanno differenti modi di comprendere la natura di governo. Può essere paterna, democratica o militare. Non abbiamo un’unica comprensione della natura dell’obbedienza. Ma siamo tutti d’accordo che la leadership – per utilizzare una parola che io detesto – non riguarda il controllo. Essa è al servizio della grazia imprevedibile di Dio. Nessuno è il proprietario della grazia e può piegarla al proprio programma, e tanto meno il superiore. Il ruolo della leadership deve assicurarsi che nessuno si impadronisca della grazia di Dio, né giovani né anziani, né l’Occidente né qualsiasi altro gruppo. Dio è in mezzo a noi come colui che fa sempre qualcosa di nuovo, e la leadership sarà generalmente l’ultima a sapere che cosa potrebbe essere. I superiori hanno il compito di tenerci tutti aperti alle direttive imprevedibili verso le quali Dio potrebbe guidarci, come Dio dice in Isaia: "Ecco, faccio una cosa nuova".
In questo modo, la leadership si mostrerà nell’aiuto alle nostre comunità di rischiare, di non scegliere sempre l’opzione sicura, di aver fiducia nei giovani, di accettare la precarietà e la vulnerabilità. Terrà le finestre aperte alla grazia imprevedibile di Dio. Così, in questa cultura di controllo, la vita religiosa dovrebbe essere una nicchia ecologica di libertà. Non è la libertà di coloro che impongono la loro volontà, ma di arrendersi alla novità sempre presente di Dio.
Ero negli Stati Uniti quando venivano distribuite alcune buste di antrace, e in Asia durante la crisi di Sars. In entrambi i casi rimasi sorpreso dal clima di panico. In questo mondo spaventato e ansioso, la vita religiosa dovrebbe essere un’isola di libertà e di fiducia. Noi possiamo aver paura, ma non dovremmo essere governati dalla paura. Cristo è morto, Cristo è risuscitato, Cristo ritornerà. Questo è il solo dramma finale. Di che cosa bisogna aver paura?
Quando ero studente, la nostra comunità in Oxford fu soggetta a due piccoli attacchi di bombe, da parte di una organizzazione politica di un’ala destra che ci detestava profondamente, per una qualche ragione misteriosa. Ricordo di essere svegliato una notte dal rumore delle esplosioni. Mi sono precipitato giù nell’ingresso del monastero e ho trovato i fratelli riuniti nei loro diversi abbigliamenti notturni. Ma dov’era il priore? E’ arrivata la polizia e il priore dormiva ancora. Sono andato a svegliarlo". C’è stato un attacco di bombe’, ho gridato tutto eccitato. C’è qualche morto?’ ha chiesto. ‘Bene nessuno’. ‘Qualcuno è ferito?’ ‘Ebbene, perché non mi lasci dormire, e tutti ne parleremo domani mattina’. Ecco quando ho intuito per la prima volta cosa vuol dire leadership! Essa sdrammatizza i nostri piccoli momenti di panico. Se i voti sono una promessa di lasciare che Dio ci sorprenda, allora la leadreship ci mantiene fedeli a questo abbraccio coraggioso dell’incertezza.
Per concludere, dopo l’11 settembre il nostro piccolo pianeta soffre la crisi per mancanza di dimora. Questo è letteralmente vero per milioni di rifugiati, di coloro che cercano asilo politico e per gli emigrati clandestini. Soffriamo anche per una mancanza di dimora culturale, un senso di precarietà e sovvertimento delle culture locali in cui l’umanità ha creato le sue molte dimore. Quali religiosi, siamo chiamati ad essere segno di quella grande dimora che è la dimora del Padre, "in cui vi sono molti posti" (Gv 14, 2). Possiamo realizzare questo dimorando con il Samaritano e accogliendo il Samaritano nella nostra casa. In questo momento affrontiamo anche una sfida più sottile, accogliendo gli stranieri all’interno delle nostre congregazioni e della Chiesa. Tutto ciò richiede da noi una immaginazione creativa. Dobbiamo permettere che lo Spirito Santo demolisca i piccoli discorsi ideologici sia di sinistra sia di destra, in cui troviamo sicurezza. Dobbiamo trovare le parole che ci apriranno alla immensità di Dio, e non rinchiudere Dio nella meschinità dei nostri cuori e dei nostri pensieri.
Dall’11 settembre, quel senso di mancanza di dimora è stato intensificato dalla perdita di una storia da raccontare sul nostro futuro. Sempre più la storia che domina la nostra vita è quella di una guerra contro il terrorismo e la jihad. Noi religiosi possiamo essere a casa in questo periodo di disorientamento, ma non offrendo una storia alternativa, bensì abbracciando l’incertezza con gioia e libertà. Abbiamo fiducia che la nostra vita alla fine avrà un significato e così possiamo felicemente lasciare a Dio che continui a sorprenderci.
L’incertezza di questi tempi presenti genera ansietà e questo alimenta la cultura di controllo. Può anche contagiare la vita religiosa cosicché noi possiamo soccombere al modello di gestione e amministrazione. Ma la leadership dovrebbe tenere aperte le porte e le finestre delle nostre dimore per lasciare entrare lo Spirito, che "non sai di dove viene e dove va"; così è di chiunque è nato dallo Spirito" (Gv 3, 8).