MISSIONE BANGLADESH

RITAGLI    Ma il dialogo non è una tattica    MISSIONE BANGLADESH

A 150 anni dall’arrivo nel Paese sta decollando un’iniziativa nuova nel segno del dialogo interreligioso. Una mossa strategica? Nient’affatto. Ecco perché…

Francesco Rapacioli
(Testo raccolto da Emanuela Citterio)
("Mondo e Missione", Maggio 2006)

Al giro di boa dei 150 anni di presenza in Bangladesh, come Pime stiamo pensando a un nuovo capitolo di questa avventura missionaria. Con un gruppetto di nostri missionari e alcuni fratelli di Taizé, vorremmo dare avvio a un’iniziativa esplicita nel campo del dialogo interreligioso.
Non si tratta, va detto in premessa, di una mossa tattica, come reazione al fondamentalismo montante nel Paese. All’origine della nostra scelta non c’è alcuna motivazione «politica», bensì unicamente ragioni che nascono dall’esperienza di fede. Certo, in un Paese quasi totalmente musulmano, un’iniziativa del genere rischia - ne siamo consapevoli - di essere immediatamente percepita come una mossa strategica. Ma non è così: il dialogo sincero a volte fa cadere le diffidenze reciproche. Ne ho avuto la prova di recente.
A Dhaka, porto sempre gruppi di amici che vengono dall’Italia a visitare una comunità cristiana non cattolica, un monastero indù e un centro islamico. L’ultima volta abbiamo bussato alla porta della madrassa che si trova vicino alla casa del Pime. All’inizio siamo stati ricevuti con sospetto e anche con una certa aggressività. Abbiamo spiegato il nostro desiderio di conoscere meglio l’esperienza di quella comunità, il tipo di formazione, il modo di pregare e di praticare la fede. Di fronte al nostro atteggiamento teso a voler capire, il clima è totalmente cambiato. Ci hanno fatti sedere prima nella madrassa e poi nella moschea, e siamo rimasti lì per due ore, a parlare con il laico responsabile della comunità e con l’imam, una persona estremamente aperta e disponibile. Ci hanno detto: «Non pensiate che i musulmani siano tutti terroristi o tutti in qualche modo politicizzati, noi veniamo qui per pregare, questo è un luogo di culto, di comunità». Ecco, dare la possibilità all’altro di dire chi è, apre le porte. So che se tornerò lì, come farò, l’impatto ora sarà diverso. Si è aperta la possibilità di costruire un rapporto.
Ebbene, è su questa linea che penso al dialogo interreligioso. Ciò a cui ci riferiamo non è un dialogo fra intellettuali o a livello teologico. Vorremmo tentare di creare dei momenti di condivisione fra persone che praticano religioni diverse a partire dalle rispettive tradizioni di fede, inseriti nella vita delle comunità. Lo scorso ottobre c’è stato un incontro con tutti i rappresentanti delle Chiese protestanti. Vorremmo iniziare questa esperienza prima a livello ecumenico: con un ritiro ogni tre mesi aperto a cattolici e a fedeli di altre Chiese cristiane. Al centro ci sarà una lectio divina e un tema che ogni volta sarà affrontato da due relatori di confessione diversa. Sarà dato spazio a preghiere, riflessioni e contributi. Vorremmo tenere gli incontri ogni volta in una chiesa diversa, in modo da coinvolgere le comunità locali. Solo in un secondo tempo proveremo a estendere l’iniziativa anche a persone di altre religioni.

Sbaglierebbe, però, chi pensasse a questo nuovo impegno del Pime nel dialogo come a un cambio di rotta o a qualcosa di assolutamente pionieristico. Negli anni passati, diversi missionari del Pime (penso a padre Achille Boccia o a padre Enzo Corba) hanno portato avanti una presenza all’insegna del dialogo, intrecciando rapporti basati sul rispetto e l’ascolto reciproco. Il punto è che la Chiesa cattolica ha prodotto documenti eccezionali sul dialogo interreligioso ed ecumenico (da Nostra Aetate a Unitatis Redintegratio). Ma nella realtà le esperienze sono piuttosto episodiche o legate a una persona o a un particolare movimento. Il nostro desiderio è che diventino momenti più ordinari di Chiesa, di comunità.
Forse è un nuovo modo di concepire la missione, che non consiste semplicemente nella testimonianza che conduce alla conversione e al battesimo. Ma può consistere nel dialogo che è semplicemente una testimonianza reciproca, di persone che vivono profondamente la propria fede e si edificano a vicenda.

La domanda è: come ci poniamo nei confronti di questi 120 milioni di musulmani che vivono la loro fede in Bangladesh? Possiamo semplicemente ignorarli oppure possiamo provare a scambiarci ciò che Dio sta dicendo alle nostre rispettive comunità?
Qualcuno potrebbe obiettare che compito dei cristiani è innanzitutto l’annuncio del Vangelo. È vero, ma come hanno chiarito teologi e documenti del magistero dopo il Concilio Vaticano II, non c’è antitesi fra annuncio e dialogo. Ciò che unisce le due posizioni è la testimonianza. E l’esito della testimonianza può essere molteplice. Può darsi che l’altro sia affascinato dal messaggio e chieda di entrare nella comunità cristiana: ecco la conversione. C’è invece il caso di una persona che appartiene a una sua comunità e non ha nessuna intenzione di diventare cristiana. In questo caso la testimonianza - che è reciproca, attraverso il dialogo - diventa il modo in cui io dico la mia fede e comunico il Vangelo. E c’è, diciamolo pure, anche una terza ipotesi: che la fede dell’altro sia così intollerante da impedire qualsiasi forma di dialogo. Non bisogna dimenticare che la possibilità del martirio fa parte della testimonianza. La testimonianza attraverso il dialogo, dicono i documenti della Chiesa, è una forma di evangelizzazione. Dialogando, io faccio un’opera di testimonianza del Vangelo, non testimonio qualcosa di diverso. L’errore è pensare subito al fine: quello rimane nelle mani di Dio.
È possibile entrare in dialogo con persone che appartengono ad altre comunità per imparare, per ricevere. Mi torna in mente spesso l’esperienza di un missionario del Pime in Thailandia, padre Adriano Pelosin. La sua conclusione, dopo un lungo periodo di permanenza nei monasteri buddhisti fu che non aveva senso il dialogo con il buddhismo, ce l’aveva invece con i buddhisti. Il confronto fra dottrine è importante perché toglie i pregiudizi, purifica la memoria storica. Ma in definitiva l’incontro si gioca a livello personale, riconoscendo che quell’uomo o quella donna può insegnare qualcosa di Dio a me che appartengo alla comunità cattolica, che la fede dell’altro può diventare motivo di crescita e addirittura di conversione per me.
Introducendo una nuova visione positiva delle altre religioni, il Vaticano II ha aperto un cammino che, forse, in altre comunità religiose non è così esplicito. Giovanni Paolo II ha dato un impulso molto forte in questa direzione. Vanno inoltre ricordati i documenti del magistero e l’esperienza interessante dei movimenti, come quello dei focolarini di Chiara Lubich. Il cardinale Carlo Maria Martini diceva che le comunità religiose devono «fermentarsi a vicenda» e ha sottolineato la fecondità del confronto con i non credenti.

Qualche esempio concreto relativo al Bangladesh. A Rajshahi, Dinajpur e Dhaka esistono comunità di monaci indù di profonda spiritualità: sono interlocutori con cui non possiamo non scambiarci esperienze. Il modo con cui un musulmano vive il digiuno, per fare un altro esempio, ha molto da dire a noi occidentali che abbiamo così spiritualizzato e intellettualizzato la fede da averne dimenticato la corporeità, quindi anche la necessità del digiuno come risposta alla grazia e forma di purificazione. Il senso della fede di un musulmano mi interpella. La bellezza della preghiera, anche, non mi può lasciare indifferente. Così come la meditazione di un monaco indù, il significato del suo celibato, la rinuncia come parte integrante dell’esperienza religiosa. Davvero è la scoperta dell’altro, che diventa imprescindibile per la mia fede. E anche la mia esperienza religiosa può diventare motivo di crescita per l’altra persona. In questo c’è reciprocità. Questo atteggiamento cambia di molto il modo di concepire la missione, a volte ancora ridotto esclusivamente a far crescere il numero dei cristiani. Se poi ci sarà da parte di qualcuno il desiderio di un cammino cristiano, c’è il dovere di accogliere e testimoniare la fede perché avvenga. Ma non possiamo prescindere da miliardi di persone che professano altre fedi e che, anche se non si convertono al cristianesimo, hanno qualcosa da dirci e alle quali abbiamo qualcosa da dire.