IDEE
È la
"lampada" della vita e una fonte di ispirazione per molti artisti,
eppure ancora oggi è spesso un «libro assente», ovvero troppo poco letto.
Mappe e visioni del
"Grande codice"
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Senza la
Bibbia non ci sarebbe stato neppure un Voltaire o un Nietzsche.
Se la Bibbia se ne va, se ne va la nostra stessa cultura».
«È il testo alla base della cultura Occidentale, ma molti credenti –
diceva ironicamente il poeta Claudel –
lo rispettano così tanto che se ne tengono alla larga...».
Gianfranco
Ravasi
("Avvenire",
19/10/’07)
È un luogo comune
affermare che la Bibbia – soprattutto nelle nazioni a matrice cattolica –
sia un «libro assente», tant’è vero che ironicamente il poeta francese Paul
Claudel (1868-1955) confessava che «i cattolici mostrano un grande rispetto per
la Bibbia e questo rispetto lo attestano standone il più lontano possibile».
Come in tutti gli stereotipi, anche in questa rilevazione c’è un’anima di
verità, ma c’è anche un eccesso. E questo non solo perché le Sacre
Scritture sono state sempre sullo sfondo della nostra cultura e della nostra
etica (si pensi solo alla storia dell’arte o al rilievo sociale di un testo
morale biblico come il "Decalogo"), ma anche perché, a partire dal
Concilio Vaticano Il, la liturgia, la catechesi, la spiritualità, la teologia e
l’attenzione culturale generale si sono vivacemente riavvicinate alla Bibbia
anche nei Paesi di tradizione cattolica.
Ne è testimonianza la proliferazione immensa di pubblicazioni specialistiche e
"generaliste", tecniche e divulgative, che hanno per oggetto l’analisi
dei testi sacri: basti soltanto evocare lo straordinario interesse che si è
acceso attorno alla figura di Gesù storico e alla relativa attestazione dei
quattro Vangeli, oppure citare i molteplici esperimenti di letture pubbliche o
di analisi testuali integrali riguardanti alcuni o tutti i 73 libri di cui si
compone la Bibbia.
La Bibbia, infatti, non è una raccolta di tesi astratte o di teoremi religiosi
approntati e affinati in un seminario teologico, bensì è la narrazione di una
storia di incontri e di scontri tra Dio e l’umanità, all’interno del tempo
e dello spazio, in secoli ben definiti e in regioni circoscritte del nostro
pianeta. Ecco perché si può parlare di due traiettorie. Da un lato, c’è la
geografia con le sue caratteristiche ambientali, i suoi tratti morfologici, la
sua memoria archeologica. D’altro lato, c’è invece la storia con la sua
sequenza di eventi, di date e di dati, di personaggi, di fenomeni sociali e
politici.
Si procede, allora, attraverso il ricorso a mappe, mentre una mirabile sequenza
fotografica e grafica permette di isolare regioni, centri urbani e aree sacre,
deserti e fiumi, paesaggi e località. Ma al tempo stesso le scansioni delle
varie tappe si sviluppano dalla remota esperienza dei patriarchi biblici fino
alla vicenda della liberazione "esodica" dall’oppressione egizia e
alle prime strutture politiche libere di Israele, quelle dei «giudici» e dei
re. Ma si delinea anche l’affiorare dello spessore profondo della storia
vissuta dall’ebraismo antico, ossia la scoperta dell’agire segreto divino
nel groviglio oscuro delle opere umane, scoperta che è mediata dalla voce dei
profeti e dei sapienti. Sono loro a svelare il mistero che si annida sotto l’involucro
esteriore delle epoche storiche ed è un po’ con la loro guida che si approda
all’ultima, gloriosa fase, quella che vede irrompere sulla scena la figura di
Gesù di Nazareth.
Nell’"epifania" finale cristiana, che si dilata per tutta la Terra
attraverso la predicazione apostolica di San Paolo e di altri testimoni, ci
ritroviamo ormai anche noi, credenti o agnostici, perché la civiltà
occidentale da allora è scandita su quell’evento radicale, l’entrata in
scena di Gesù Cristo.
Si è soliti ai nostri giorni definire la Bibbia come il «grande codice» della
nostra civiltà. L’espressione, coniata dal poeta e artista inglese William
Blake (1757-1827) e ripresa nel titolo di un saggio memorabile del critico
canadese Northrop Frye (1912-1991), illustra la funzione decisiva delle Sacre
Scritture nella cultura dell’Occidente, ove esse sono state quasi una "stella
polare", appunto un «codice» di riferimento capitale. Infatti, se è vero che
per il fedele la Bibbia è la «lampada che illumina i passi nel sentiero della
vita» (come dice il "Salmo 119"), è altrettanto vero che essa è – per usare
la suggestiva espressione del pittore Marc Chagall – «l’alfabeto colorato
della speranza in cui hanno intinto per secoli il loro pennello i pittori».
Come doveva riconoscere il filosofo Friedrich W. Nietzsche (1844-1900), che pure
era fieramente ostile all’eredità ebraico-cristiana, «per noi Abramo è più
di ogni altra persona della storia greca o tedesca; tra ciò che sentiamo alla
lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro o di Petrarca c’è
la stessa differenza tra la patria e la terra straniera». Uno dei massimi poeti
del Novecento, Thomas S. Eliot, non esitava ad affermare: «Un cittadino europeo
può non credere che il cristianesimo sia vero e tuttavia quel che dice e fa
scaturisce proprio da quella cultura biblica di cui è erede».