A Roma: il "neo-presidente" del
"Pontificio Consiglio per la Cultura"
e il direttore del «Foglio»
in un "faccia a faccia" in Laterano per
i «Dialoghi in cattedrale»,
presentati dal cardinale Ruini; a tema l’ultimo libro di Benedetto XVI.
Ravasi: tra storia e teologia,
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la lunga «ricerca» del vero
Cristo
«Le moderne correnti di ricerca sul Nazareno
scordano spesso che la realtà di una persona va oltre i documenti».
La basilica di San Giovanni gremita ieri sera per la ripresa del tradizionale
«Dialogo in Cattedrale» con il "neo-presidente" del "Pontificio
Consiglio per la Cultura", monsignor Gianfranco Ravasi, e
Giuliano
Ferrara, direttore de «Il Foglio», introdotti dal vicario di Roma, il
cardinale
Camillo Ruini. Al centro della serata, il volume di
Benedetto
XVI, «Gesù di Nazareth».
«Questo libro – ricorda Ruini – è anche al centro del lavoro quotidiano
costante che la diocesi di Roma sta facendo, tanto che il programma pastorale
comincia con alcune parole che si riferiscono alla sostanza del libro:
"Gesù è il Signore"».
Il cardinale Ruini evidenzia due nuclei fondamentali del libro di Papa
Ratzinger: «Il primo – spiega – riguarda il rapporto tra la storia e la
fede in concreto. L’intenzione fondamentale di Benedetto XVI è mostrare l’identità
che esiste tra il Gesù della storia e il Cristo della fede della Chiesa. Questa
unità è pietra angolare del cattolicesimo e di ogni cristianesimo che intenda
essere "cristianesimo credente"».
Del secondo nucleo dice: «È posto un unico e identico Gesù Cristo in una
"storia efficace", quella che i tedeschi chiamano "Wirkungsgeschichte":
una storia, cioè, che si realizza, che giunge fino a noi, che ha determinato
gli itinerari della nostra civiltà e continua ad essere determinante oggi per
il nostro cammino non solo personale e interiore ma anche comune, storico e
pubblico». Da qui l’invito del cardinale a leggere il libro in posizione di
apertura, quella apertura che Ratzinger ha definito "ascolto umile"
verso il Signore che parla dentro di noi. «Potremmo aggiungere un terzo aspetto
– conclude Ruini – , e cioè l’intento di introdurci nell’intimità
personale con Gesù Cristo, o meglio in quella intimità personale che Gesù ha
avuto con Dio Padre».
L’iniziativa dei "Dialoghi" è nata nell’ambito della
"Missione cittadina" voluta da Giovanni Paolo II nel 1996. L’obiettivo
era quello di preparare la Chiesa e la città di Roma alla celebrazione del
"Grande Giubileo" del 2000. Nel corso degli anni, numerose
personalità ecclesiastiche e rappresentanti della cultura hanno dialogato nella
cattedrale romana; tra questi l’allora cardinale Ratzinger e Vittorio Possenti
nell’incontro sul tema poi cruciale nel pontificato di Benedetto XVI, «Fede e
ragione».
Gianfranco Ravasi
("Avvenire", 14/11/’07)
L’aveva intitolata proprio così: «Giovanni 1, 14», rimandando
esplicitamente a quel versetto del quarto Vangelo in cui si proclama che il
Verbo divino ed eterno si fece carne umana, cioè storia ed esistenza. In quella
poesia il famoso scrittore argentino agnostico Jorge L. Borges metteva in bocca
a Cristo questa confessione: «Io che sono l’È, il Fu, il Sarà, /
accondiscendo al linguaggio / che è tempo successivo... / Vissi prigioniero di
un corpo e di un’umile anima...». La Parola si fece dunque parole, l’Eterno
tempo, l’Infinito spazio, Dio divenne anche uomo. Ebbene, è attorno a questo
intimo intreccio che si è snodata da sempre la riflessione teologica e l’analisi
storica su Gesù Cristo.
Il libro di Benedetto XVI ha
voluto rimettere al centro proprio questa unità fondante del cristianesimo,
riproponendone la compattezza contro ogni tentazione di dissociazione. Sì,
perché – se stiamo solo alla ricerca moderna – si è assistito a un
processo di divaricazione o anche di separazione e persino di negazione di uno
dei due poli di quell’unità. Tutto è cominciato alla fine del Settecento con
quella che gli studiosi definiscono ora, con l’inglese ormai imperante,
"Old Quest", cioè l’antica ricerca: soprattutto in ambito tedesco e
illuministico si spogliava Gesù di Nazaret del manto di Cristo e di Figlio di
Dio, eliminando dalla sua figura tutto ciò che era ritenuto mito o costruzione
"fideistica", a partire dai miracoli e dalle parole trascendenti in
cui appariva un volto divino. Nel primo Novecento, con un teologo divenuto poi
quasi un "capofila", Rudolf Bultmann, si procedeva ulteriormente su
quella linea ma per ottenere un esito opposto: al cristiano deve interessare
proprio e soltanto il Cristo, il Figlio di Dio, e non certo la vicenda storica
dell’ebreo Gesù di Nazaret.
Anche per questa via – che non era razionalista come la prima, bensì
teologica – si confermava la dissociazione in Gesù Cristo tra il Verbo e la
carne. Ma, attorno agli anni 1950-75 si consumò una svolta radicale con la
"New Quest": questa nuova ricerca affermava invece la continuità tra
il Gesù della storia e il Cristo della fede (o del "kerygma" o
«annunzio» pasquale della Chiesa, come si è soliti dire tecnicamente). Si
assisteva, così, a una serie di fervide analisi storiografiche sulle parole e
sugli eventi di Gesù di Nazaret, così da averne una rappresentazione compiuta,
recuperandone il rilievo storico, emarginato da Bultmann.
Ma la traiettoria del pendolo dell’analisi critica non si era ancora esaurita:
attorno al 1985 prese il via una "Third Quest" o «terza ricerca», la
cui caratteristica fondamentale era la collocazione della figura di Gesù nel
suo orizzonte storico giudaico (un ambiente culturale e religioso a noi ben noto
attraverso una vasta documentazione) così da farne risaltare la conformità ma
anche l’originalità e la discontinuità, considerate come criteri per
sostenere la plausibilità storica di molti dati di Gesù e su Gesù offerti dai
Vangeli.
A questo punto ecco lo snodo dell’opera di Benedetto XVI che, pur ricorrendo
al metodo "storico-critico" seguito dalla "New" e dalla
"Third Quest", lo riposiziona e lo completa riportando l’attenzione
anche sulla dimensione «cristologica», cioè sul Verbo divino presente nella
carne di Gesù di Nazaret, attestato dai Vangeli: solo così si può presentare
un Gesù reale, non "amputato" o sezionato.
Il discorso diventa, dunque, complesso. Vorremmo solo far notare due dati. Il
primo è di ordine storiografico: non tutto il reale è «storico». Quanti
detti e atti effettivamente compiuti dall’umanità nei secoli non possono
essere documentati storicamente! Lo storico, che ha bisogno sempre di avere come
base dati documentati, non ha in mano tutta la realtà di una persona, anzi ad
essa si avvicina solo in minima parte e spesso in via ipotetica. Ed è per
questo che sempre più ai nostri giorni si ricorre all’ausilio di altre
discipline, come la psicologia, la sociologia, l’antropologia e – perché
no? – la mistica e la teologia.
Il secondo dato è di indole teologica: oggetto e fondamento della fede non è
di per sé il solo Gesù storico; eppure il Gesù storico è componente
fondamentale della fede cristiana perché essa ha al centro la persona di Gesù
Cristo che è quell’unità di umanità e divinità da cui siamo partiti. E
allora anche la ricerca storica su Gesù dev’essere integrata nella stessa
teologia in un incrocio delicato ma necessario.