I 21
versetti del "Vangelo di Luca" che descrivono la nascita del Cristo
sono stati sintetizzati da Paolo in una sola espressione:
«Quando venne la pienezza dei tempi,
Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge».
Il "neo-presidente" del "Pontificio Consiglio della
Cultura"
spiega perché tutto, in questa storia,
parla di un povertà che racchiude il massimo della potenza, quella divina.
«Il
censimento romano, segno di schiavitù,
ci ricorda che Cristo nasce da un popolo oppresso,
e in mezzo a quei poveri che i potenti considerano pedine insignificanti
sullo scacchiere dei loro giuochi politici.
Eppure il figlio di Maria sarà il centro del tempo e della stessa famiglia
umana.
Sarà proprio questo bambino povero
a segnare nella storia i secoli in un "prima" e in un "dopo"
di lui».
GIANFRANCO
RAVASI
("Avvenire",
16/12/’07)
Il "Simbolo
apostolico" professa la fede del Natale così: «Natus de Spiritu Sancto ex
Maria Virgine» e il "Credo Niceno Costantinopolitano" che ogni
domenica proclamiamo nella liturgia ripete: «Per noi uomini e per la nostra
salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel
seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». I ventun versetti del
"Vangelo di Luca" (2,1-21), che descrivono gli eventi che accompagnano
la nascita del Cristo erano già stati sintetizzati da Paolo in una sola
espressione simile a un piccolo Credo: «Quando venne la pienezza dei tempi, Dio
mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge» (Gal 4,4).
Prima di iniziare il nostro viaggio spirituale all’interno di questi versetti
e dei loro temi principali, fermiamoci davanti all’icona della "Madonna
del Natale" per abbozzarne e contemplarne i tratti essenziali attraverso
alcuni versi della "XIX Ode di Salomone", appartenente a quei quaranta
inni che furono ritrovati nel 1905 in un manoscritto siriaco e che costituiscono
un documento importante dell’antica poesia cristiana. Anche nel testo di Luca
il racconto della nascita di Gesù si allarga lungo due orizzonti
"antitetici": alla povertà estrema della cornice terrestre si associa
un’eco cosmica e celeste. Mentre nella narrazione parallela della nascita del
Battista la circoncisione era il dato fondamentale così da occupare ben otto
versetti, per Gesù la circoncisione occupa un solo versetto contro i venti
della nascita. Il Battista conduce al Cristo l’alleanza della circoncisione,
il Cristo con la circoncisione accoglie il popolo della prima alleanza
divenendone membro, compimento e salvezza. Il Natale è il centro anche del
grandioso inno di apertura del "Vangelo di Giovanni": «Il Verbo si
fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (1,14).
Il verbo greco che allude alla tenda dell’arca dell’alleanza, "skenoun",
contiene le tre consonanti radicali della parola ebraica "Shekinah"
("s-k-n"), il termine con cui il giudaismo definiva la
"Presenza" divina nel tempio di Sion, come abbiamo già avuto
occasione di ricordare. Il Natale è cantato anche dalla "Lettera agli
Ebrei", una potente e monumentale omelia "neotestamentaria", che
applica al Cristo il "Salmo 8", un inno notturno destinato a celebrare
l’uomo e la sua grandezza e ora applicato al Cristo, uomo perfetto che entra
nella storia per redimerla, strappandola al male.
Il testo di Luca è poi alla base della creatività popolare che sui sobri
versetti evangelici ha ricamato arabeschi spesso fantasiosi. Il riferimento
scontato è ai vangeli apocrifi, in particolare al "Protovangelo di
Giacomo" del III secolo, ma spunti affascinanti si possono cogliere in
centinaia di testi cristiani antichi, come in questa dichiarazione messa in
bocca a Gesù da parte di uno scritto "gnostico" egizio, l’"Interpretazione
della gnosi": «Io divenni piccolo perché attraverso la mia piccolezza
potessi portarvi in alto donde siete caduti... Io vi porterò sulle mie spalle»
(XI, 10,27-34). Solo per evocare la fertilità poetica e spirituale di queste
tradizioni popolari, pensiamo che cosa significhi il soggetto del Natale di
Cristo nella storia dell’arte, che cosa rappresenti il presepio, quante siano
le tipologie orientali e occidentali della Madre Maria col Bambino Gesù!
Pensiamo all’accumulo dei particolari attorno a quella scena così essenziale.
Ad esempio, il bue e l’asino sono introdotti solo da un apocrifo, lo "Pseudo-Matteo",
redatto nel VI-VII secolo; ma già nel IV secolo l’arte li aveva presentati
nel sarcofago romano del "Museo Pio" e in quello di "Stilicone"
della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.
Origene nel III secolo rimandava a un passo di Isaia (1,3: «Il bue conosce il
padrone e l’asino la greppia del suo padrone»), mentre i Padri della Chiesa
trovavano nei due animali un curioso simbolismo che San Gregorio di Nazianzo
così definisce: «Tra il giovane toro (bue) che è attaccato alla Legge
giudaica e l’asino che è gravato dal peccato dell’idolatria pagana giace il
Figlio di Dio che libera da entrambi i pesi». Con Francesco e il suo presepio
di Greccio i due animali diventano, invece, espressione dell’adorazione e
della gioia cosmica per la nascita del Salvatore di ogni cosa. Un anonimo
francescano del ’300, autore delle "Meditazioni sulla vita di
Cristo" ("Città Nuova", Roma, 1982), immagina allora «il bue e
l’asino piegarsi sulle zampe anteriori, sporgere i musi sulla mangiatoia
soffiando con le narici, quasi fossero dotati di ragione e capissero che il
bambino, così miseramente riparato in quella freddissima stagione, aveva
bisogno di essere riscaldato». Secondo il "Physiologus", poi, nella
notte del solstizio d’inverno, gli animali selvatici mandano due volte un
forte raglio: sarebbe la reazione del diavolo che nella notte santa s’indigna
perché col Bambino Gesù sorge il «nuovo giorno» e viene infranta la
«potenza delle tenebre».
Il Natale ha poi alimentato la meditazione dei Padri della Chiesa (pensiamo ai
"Sermoni del Natale" di Leone Magno), ha generato musiche colte e
popolari ("Stille Nacht"; "Tu scendi dalle stelle"; "Adeste,
fideles"...), ha trionfato nella liturgia, e nell’Occidente cristiano è
divenuto la festa più sentita.
Dopo questa lunga premessa, torniamo al testo lucano per far affiorare lo
spirito genuino del Natale del Figlio di Maria, spogliandolo dei rivestimenti
fantasiosi e retorici. Cerchiamo anche noi il bimbo di Maria, non tanto per
esprimergli tenerezza ma per conoscere il suo mistero. La maternità di Maria ha
due coordinate esterne ben dichiarate dall’evangelista.
La prima coordinata è quella "spaziale", legata a Betlemme,
«la città di Davide», come dice Luca, nonostante che nell’Antico Testamento
questo sia il titolo ufficiale di Gerusalemme (2Sam 5,7.9). Gesù giunge a noi
dallo spazio umano, fisico e spirituale della "promessa davidica". È
per questo che in alcune testimonianze dell’arte cristiana non si oppone solo
la Gerusalemme terrestre a quella celeste, ma anche la Betlemme terrestre a
quella del cielo. Da Betlemme l’umanità viene assunta in Dio. Nello spazio di
Betlemme la nostra attenzione si fissa su due punti "topografici". Il
primo è quello del parto di Maria, una mangiatoia per animali probabilmente
scavata nella roccia, perché il "katalyma" (in greco «albergo, casa,
alloggio, stanza») non aveva spazio per il Signore dello spazio. La tradizione
cristiana, sostenuta da San Girolamo che vivrà per decenni a Betlemme, parlerà
di una grotta simile a quelle adiacenti alle povere case di allora. Giovanni era
nato nella casa sacerdotale del padre, Cristo nasce nell’emarginazione, privo
di un guanciale.
Eppure nel racconto di Luca c’è un particolare sottolineato con tenerezza:
Maria «avvolse il bambino in fasce e lo depose nella mangiatoia» (v. 7). Del
Battista si dice soltanto: «Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede
alla luce un figlio» (1,57).
Attorno a quella grotta, a quel punto dello spazio di Betlemme si erge ora la
solenne "Basilica Giustinianea", iniziata però da Elena nel IV
secolo. Una basilica ancor oggi intatta perché non mai distrutta, diversamente
dalle altre chiese di Terra
Santa: i
musulmani l’avevano risparmiata perché dedicata anche a Maria, che pure essi
veneravano, e i persiani non l’avevano distrutta perché sul frontone avevano
visto la sfilata dei Magi coi loro costumi persiani.
L’altro punto topografico che vogliamo evocare è il cosiddetto «campo dei
pastori», la campagna circostante a Betlemme percorsa da "seminomadi"
pastori. Due residenze provvisorie, due località misere, due segni di
quotidiana miseria diventano il centro di una speranza cosmica. È famosa l’iscrizione
greca di Priene che usa il termine "evangelo" per la nascita di
Augusto: «La nascita del dio (Augusto) ha segnato l’inizio della "buona
novella" ("evangelo") per il mondo». Un evangelo, questo,
proclamato in palazzi di marmo e nell’impero più potente del mondo; un
evangelo, quello della nascita di Gesù, proclamato in una mangiatoia e tra
nomadi: «Vi annunzio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, vi è
nato un salvatore!» (vv. 10-11). Il primo evangelo ben presto genererà cattive
notizie di oppressioni, di tasse, di guerre, di schiavitù: l’evangelo di
Cristo è «liberazione per i prigionieri, lieto messaggio per i poveri, vista
per i ciechi, libertà per gli oppressi» (Lc 4,18).
C’è una seconda coordinata da considerare, quella "temporale". Essa
è scandita dalle ore dell’imperatore Ottaviano Augusto (31 a.C.-14 d.C.) ed
è precisata da Luca con l’indicazione del famoso "primo
censimento", ordinato dal legato di Siria Quirinio. Non è il caso ora di
entrare nel merito della secolare discussione su questa informazione che
apparentemente sembra errata, essendo documentato solo un censimento di Quirinio
del 6 d.C., quando Gesù aveva ormai dodici anni. È probabile che si tratti di
una "prima" operazione censuale, ordinata durante un incarico
straordinario ricoperto da Quirinio prima di essere formalmente nominato legato
di Siria. Vogliamo solo ricordare che con questi dati appare nitidamente il
valore dell’incarnazione, cioè dell’ingresso di Dio negli eventi e nel
tempo umano. Efrem il Siro unirà i due estremi del parto da Maria e della morte
in croce per esaltare l’incarnazione nella sua realtà: «La sua morte in
croce attesta la sua nascita dalla donna. Infatti se un uomo muore, dev’essere
pure nato... Perciò la concezione umana di Gesù è dimostrata dalla sua morte
in croce. Se uno nega la sua nascita, venga smentito dalla croce»
("Sermone su Nostro Signore", 2). Il censimento romano, segno di
schiavitù, ci ricorda che Cristo nasce da un popolo oppresso e in mezzo a quei
poveri che i potenti considerano pedine insignificanti sullo scacchiere dei loro
giuochi politici.
Eppure il figlio di Maria sarà il centro del tempo e della stessa famiglia
umana. Sarà proprio questo bambino povero a segnare nella storia i secoli in un
"prima" e in un "dopo" di lui. La liturgia bizantina canta
per il Natale del Signore questa bella antifona…
"L’autore della
vita è nato dalla nostra carne dalla madre dei viventi. Un bambino da lei è
nato ed è il Figlio del Padre. Con le sue fasce scioglie i legami dei nostri
peccati e asciuga per sempre le lacrime delle nostre madri. Danza e sussulta,
creazione del Signore, poiché il tuo Salvatore è nato...
Contemplo un mistero strano e inatteso: la grotta è il cielo, la Vergine è il
trono dei cherubini, la mangiatoia è il luogo dove riposa l’incomprensibile,
il Cristo Dio.
Cantiamolo ed esaltiamolo!".
Attorno al figlio di Maria
si raccoglie una serie di spettatori diversi ma tutti convergenti verso quella
scena e quella figura.
I primi sono "i pastori" ai quali è riservata una vera e propria
annunciazione come a Maria, Giuseppe e Zaccaria: apparizione dell’angelo, l’invito
a «non temere», l’annunzio di una nascita straordinaria, il segno della
mangiatoia (vv. 9-12). Eppure i pastori erano considerati impuri dal giudaismo
ufficiale di allora e quindi erano esclusi dalla vita religiosa pubblica. Essi
cercano e trovano, come è indicato dai molti verbi di movimento che percorrono
tutto il racconto: «Andiamo... vediamo... conosciamo... andarono senza
indugio... trovarono... videro... riferirono... tornarono...». Una
costellazione di verbi di ricerca, di rivelazione, di adorazione che rende i
pastori primi missionari del Cristo, suoi "evangelizzatori".
C’è poi un’altra classe di persone, «tutti quelli che udirono», cioè
"la folla". Essi «si stupiscono», restano solo colpiti, la reazione
non ha seguito: «Essi ascoltano la parola, la ricevono con gioia, ma non hanno
radici» (Lc 8,13).
Ci sono poi "gli angeli" col loro annunzio a cui fa seguito un inno. L’annunzio,
presente nel v. 11, sviluppa cinque dati teologici significativi. Il testo suona
così: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo
Signore». Innanzitutto l’«oggi», il presente costante della salvezza,
vissuto nella liturgia, espressione della pienezza dei tempi. C’è poi la
nascita, che è indizio di un inizio e quindi di una storia concreta; il terzo
elemento è lo spazio, la «città di Davide». L’«oggi» eterno di Dio
penetra nelle dimensioni "spazio-temporali" dell’uomo per fecondarle
e trasfigurarle. Il quarto articolo di fede del Credo angelico è l’affermazione
che Cristo è Salvatore (vedi Lc 1,69; Gv 4,42). Il quinto elemento è posto al
vertice: Cristo è il "Kyrios", il Signore, il titolo che definiva il
Dio dell’Antico Testamento. Come si vede, si proclama già la fede pasquale
perché Gesù apparirà veramente come Signore nella sua risurrezione. È
interessante notare che l’arte orientale ha reso questo aspetto pasquale del
Natale in modo curioso: l’icona russa della "Natività",
appartenente alla "Scuola di Novgorod" (XV secolo) rappresenta Gesù
bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia che ha la forma di un
sepolcro.
Accanto all’annunzio gli angeli pongono un inno, un altro dei cantici del
vangelo dell’infanzia di Gesù secondo Luca. È un "carme" che
risuonerà nelle nostre liturgie festive: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama» (v. 14). La gloria è l’adorazione
di Dio; Dio si manifesta agli uomini attraverso il suo amore, la sua "eudokía",
la sua «buona volontà», il desiderio ardente del bene della sua creatura. Da
questo atto di bontà nasce la «pace», il "shalôm" biblico che
abbraccia prosperità, gioia, serenità, tranquillità, pienezza di vita. Il
bambino di Maria, «principe della pace» (Is 9,5), «è la nostra pace, colui
che dei due ha fatto un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era
frammezzo, cioè l’inimicizia, per creare dei due un solo uomo nuovo, facendo
la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo
della croce. Egli è venuto, perciò, ad annunziare pace a voi che eravate
lontani e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17).
L’ultimo personaggio che è presente alla scena del Natale è la figura più
importante, è lei, la "Theotókos", la Madre di Dio, come proclamerà
il "Concilio di Efeso". Maria «serbava tutte queste cose e le
meditava nel suo cuore» (v. 19): essa «ha ascoltato la Parola e la conserva in
un cuore onesto e buono» (Lc 8,15). Maria conserva e, come dice l’originale
greco, «mette insieme», cioè dà un senso a tutto ciò che sta accadendo,
scoprendo il piano divino sotteso agli eventi. È la sapiente per eccellenza,
che penetra nei segreti della salvezza che Dio ci sta offrendo e che si attuano
anche per suo tramite.
Concludiamo la nostra descrizione, associandoci al cantore siro Romano il Melode,
nato in Siria attorno al 490, convertitosi al cristianesimo e vissuto come
diacono tutta la vita presso il santuario mariano del quartiere «di Ciro» a
Costantinopoli, ove fu sepolto dopo il 555 e prima del 562. Romano, secondo la
tradizione, avrebbe composto un migliaio di inni; i codici ce ne hanno trasmesso
solo 85 e non tutti autentici. Eppure anche questi bastano a rivelarci la
statura poetica di questo artefice dell’innografia bizantina, venerato come
santo dalle Chiese d’Oriente che lo ricordano il 1° ottobre. I suoi inni,
appartenenti al genere detto "kontakion", sono in realtà omelie in
poesia. Al Natale sono dedicati tre inni. Nel primo, Romano mette sulle labbra
di Maria questo dolcissimo "monologo-dialogo" col Figlio…
"Dimmi, o Figlio,
come sei stato seminato in me e come sei nato!
Ti vedo, o mie viscere, e stupisco.
Il mio seno è gonfio di latte e non sono sposa. Ti vedo avvolto nelle fasce e
scorgo ancora intatto il sigillo della mia verginità.
Sei tu, infatti, che l’hai serbato tale quando ti sei degnato di nascere, o
nuovo Bambino, Dio anteriore ai secoli!
O Re eccelso, che cosa c’è di comune tra te e le nostre miserie?
O creatore del cielo, perché vieni tra noi, uomini della terra?
Ti sei lasciato incantare da una grotta e un presepio ti è caro? (I, 2-3).
Lo Spirito stese le sue ali sul grembo della Vergine ed ella concepì e partorì
e divenne madre-vergine con molta sollecitudine.
Rimase incinta e partorì senza dolore un figlio... Lo generò in esempio, lo
possedette in grande potenza, lo amò in salvezza, lo custodì nella soavità,
lo mostrò nella grandezza.
Alleluia!".