L’impegno a «riapproppriarci» della "Bibbia"

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La Parola di Dio, tema centrale del Sinodo dei Vescovi (Ottobre 2008)...

Gianfranco Ravasi
("Avvenire", 4/10/’08)

C’è chi le ha pazientemente contate: sono 305.441 le parole originarie "ebraiche" (e in piccola parte "aramaiche") dell’"Antico Testamento", più di 421.000 se si contano anche le "particelle" aggiunte a quelle parole: mentre 138.013 sono i vocaboli "greci" che compongono il "Nuovo Testamento". Attorno a questo piccolo "mare testuale" detto "Bibbia", cioè i "Libri" per eccellenza, si è allargato uno sconfinato "oceano" di commenti, di omelie, di meditazioni, persino di deformazioni e di critiche "sarcastiche". Eppure quelle parole continuano «a inquietare e a consolare tutte le situazioni umane», come diceva quel grande credente e genio che era Pascal.
Ora tornano ancora a risuonare e persino a provocare, e non solo perché una "folla" di quasi 1.300 persone, le più disparate, a partire da stasera le proclameranno integralmente nel cuore di Roma e dagli schermi televisivi per un’intera settimana, giorno e notte, quasi fossero "pungoli" o "picchetti" da piantare nel "liquame" delle "chiacchiere" (l’immagine è di uno sconcertante sapiente biblico, il "Qohelet"). Torneranno quelle parole ad animare soprattutto il "Sinodo dei Vescovi", nella consapevolezza che è giunto il tempo di scuotere l’intorpidimento che, come una "nebbia", scolora la forza di quelle "Scritture" che custodiscono al loro interno una "Parola" trascendente, la voce stessa di Dio.
Mosè ricordava agli Israeliti che sul Sinai non avevano contemplato una "statua sacra", ma ascoltato una "qol devarîm", una "voce di parole" che risuonava in mezzo al fuoco ("Deuteronomio 4,12"). Difficile è dire ora quali saranno le strade che i "Padri Sinodali" suggeriranno alla Chiesa per una riappropriazione rinnovata, intensa e appassionata della "Bibbia". Certo, sullo sfondo rimarranno le grandi questioni teologiche del rapporto tra "Rivelazione", "Scrittura" e "Tradizione". Ma saranno soprattutto gli interrogativi sulla comunicazione e sull’interpretazione ad avanzare, tenendo conto dei mutamenti radicali di linguaggio avvenuti in questi ultimi decenni, dopo la potente impronta lasciata dal
"Concilio Vaticano II", col suo "appello" all’amore per la "Parola di Dio". Sarà, come dice il titolo stesso che Benedetto XVI ha imposto al "Sinodo", la «vita della Chiesa» ad essere coinvolta, così da riaccendere il fervore per la "Parola di Dio" annunziata e spiegata nella liturgia (che è la prima casa della "Bibbia"), meditata nella "Lectio Divina", studiata nella "catechesi", vissuta come «lampada per i passi nel cammino della vita» morale. Ma quel titolo aggiunge anche che la "Bibbia" governa e illumina «la missione della Chiesa», cioè il suo affacciarsi oltre i propri confini. Pensiamo al dialogo con l’"ebraismo", che con noi condivide una vasta porzione di quelle "parole sacre"; allo stesso "Islam", che nel "Corano" ha una "filigrana" di rimandi biblici; all’incontro "ecumenico" con le altre Chiese e comunità "ortodosse" e "protestanti", che testimoniano un antico e appassionato amore per le "Scritture". Ma pensiamo anche alla cultura "laica", che deve ritornare a leggere e comprendere quei testi perché essi sono «la lingua materna dell’Occidente», come suggeriva Goethe: «l’alfabeto colorato in cui per secoli i pittori (ma non solo) hanno intinto il loro pennello», per usare una famosa frase di Chagall.
Una certezza reggerà, al di là degli esiti, noi "Padri Sinodali", gli esperti, gli invitati e soprattutto l’intera comunità ecclesiale. È quella che
San Paolo esprimeva, mentre il suo corpo era in "catene", scrivendo al discepolo Timoteo, che «la "Parola di Dio" non può essere incatenata» ("II, 2, 9"). Essa, infatti, è – come confessavano i "profeti" – un fuoco inestinguibile che arde e illumina, è una pioggia che dall’alto feconda e rigenera il terreno arido della storia.