CHIESA DOMINATA DALLA PAROLA
AL CONVEGNO PAROLE FREMENTICi sono parole che vengono maneggiate in modo antitetico: c'è chi se le
strappa quasi dalle viscere e le getta davanti agli altri ancora frementi e c'è
chi le tira fuori dalla tasca della giacca come se fossero un regalino da
mettere sul tavolo per una festicciola. Il monaco Franco Mosconi ieri a Verona
ha tratto dalla sua meditazione tre parole facendole serpeggiare in mezzo
all'uditorio come se fossero lingue di fuoco. Eppure sono vocaboli che
condiscono spesso le prediche e il linguaggio ecclesiale, risultando alla fine
inoffensive.
La prima parola è speranza, e sperare nel cristianesimo vuol dire avere fisso
«un orizzonte escatologico», significa lasciar cadere tante sovrastrutture,
gli stereotipi spirituali, la melassa devozionale e rischiare sul sentiero
d'altura dei «valori essenziali del Vangelo quali la gratuità, l'amore, la
povertà, la piccolezza», in opposizione a ciò che ormai siamo stati convinti
a considerare come veramente primari, cioè «la potenza, il successo, la
ricchezza, la forza dei numeri e dei mezzi». Senza questa essenzialità il
cristianesimo si stinge in un impegno pur nobile ma col solo debole respiro
della storia.
Se si rimane in questa valle senza «levare il capo verso la liberazione
vicina», come diceva Gesù, si è «bloccati dai paludamenti delle nostre menti
che sono le nostre paure, le nostre angosce, i nostri sospetti». Le comunità
si appesantiscono, si inflaccidiscono, cedono stancamente, ingrigite come la
tiepida e sazia Chiesa di Laodicea, rigettata dal Cristo dell'Apocalisse.
Ed ecco, allora, la seconda parola che don Mosconi ha estratto dalla sua lettura
del testo della Prima Lettera di Pietro, la santità. Un termine ormai relegato
tra gli incensi e spogliato della sua carica originaria fatta di trascendenza e
di esistenza intrecciate tra loro. «Santità, infatti, significa costruire la
propria maturità umana come Dio la sogna, guardando il Figlio». Nella santità
la creatura col suo limite e la sua colpa non si dissolve in una sorta di aura
sacrale ma si libera e si ri-crea.
Ma sulle due parole della "speranza" e della "santità" si
erge come vertice e stella polare proprio il terzo vocabolo decisivo, "Parola di
Dio", vocabolo tipico della Chiesa post-conciliare. Ma la domanda del monaco
nella sua brutalità cade come una sferzata: «Cosa ne abbiamo fatto della
Parola a quarant'anni dalla "Dei Verbum"?». Questo arco di tempo - che
per la Bibbia è il segno di un'intera generazione - quanto è stato inquietato
e trasformato dalla Parola? La Parola divina non la si deve conservare solo come
una pietra preziosa da collocare in un reliquiario: essa è come un mare in cui
si ci deve immergere, bagnare, avvolgere. «Uno diventa la Parola che ascolta.
Uno si assimila alla Parola che medita quotidianamente e diventa narratore di
speranza».
Le nostre comunità sono state attraversate veramente da questa Parola? Chi,
come me e come tanti presbiteri e vescovi della Chiesa italiana, aveva al tempo
del Concilio venti o trent'anni, che cosa scopre guardando al fluire degli
ultimi decenni? Nelly Sachs, una poetessa ebrea tedesca, Nobel nel 1966, in una
sua ballata sui profeti si domandava: «Se i profeti irrompessero per le nostre
porte della notte incidendo ferite nei campi dell'abitudine, se i profeti
irrompessero cercando un orecchio come patria, orecchio degli uomini ostruito di
ortiche, sapresti ascoltare?». Dobbiamo riconoscere e non sminuire quello che
si è fatto di importante per la Bibbia - sarà non a caso tema del prossimo
Sinodo episcopale - ma dobbiamo anche chiederci perché spesso la Parola divina
non incide ferite nella placida superficialità dei nostri giorni e le ortiche
delle cose secondarie o vane continuano a ottundere il nostro ascolto. Per
questo è stato necessario far risuonare con vigore a Verona quelle tre parole
in tutto il loro ardore.