Due sentieri sull’unica
montagna ![]()
Gianfranco
Ravasi
("Avvenire", 14/4/’07)
Anche se il suo autore ha parlato di "ricerca personale", destinata a non coinvolgere direttamente il suo ministero "magisteriale", per cui è legittima la discussione o la critica, è indubbio che il saggio di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI costituisce una sorta di asse al centro del crocevia di un dibattito vivacissimo sorto già nell’Ottocento e divenuto sempre più acceso, sia a livello "tecnico" sia a livello popolare, come tutti hanno sperimentato in questi ultimi tempi.
La figura di Gesù
Cristo è stata da
sempre il "seméion antilegómenon", il segno antitetico per
eccellenza, come aveva già intuito il vecchio Simeone del racconto lucano (2,
34).
Il pendolo è oscillato dalla negazione radicale persino della sua storicità
fino all’esaltazione così lucente della sua divinità da farla decollare
dalla terra per veleggiare verso i cieli del mito e della pura mistica. L’opera
del teologo ora Papa, in questa prima tappa di un itinerario ancora da
completare fino all’apice stesso del discorso (l’evento pasquale), ripropone
non semplicemente i due profili sui quali finora si è accanita la ricerca: da
un lato, il Gesù storico, talora semplificato da una critica radicale, altre
volte definito nella verifica sistematica dei suoi atti e dei suoi detti; e d’altro
lato, il Cristo della fede prevalentemente affidato alle competenze del teologo.
La provocazione di queste
pagine - al di là della complessità del percorso nelle sue varie ramificazioni
che meriteranno analisi ulteriori approfondite - sta proprio nel riproporre l’unità
di quei due profili in una compattezza che è contemporaneamente
storico-teologica. Il progetto è, dunque, quello non di procedere solo sul
versante storico in penombra del monte della Trasfigurazione, ove si delinea il
Gesù predicatore e guaritore, incardinato nelle coordinate spazio-temporali di
quella marginale provincia imperiale del I secolo. Ma non è neppure il
tentativo di collocarsi solo sul versante opposto di quel monte, lungo una
traiettoria abbagliata dalla gloria della risurrezione.
Il suggerimento del saggio del Papa è, invece, quello di camminare sul crinale
ove entrambi i versanti necessariamente s’incontrano e coesistono.
È questa la stessa scelta degli evangelisti che non hanno dissolto la storicità con tutta la sua "carnalità" nella "cristofania" pasquale, ma hanno vigorosamente mostrato l’eterno divino nel presente cronologico di Gesù Cristo. Ed è per questo che l’identità vera della figura di Cristo è nell’unità di una persona che è "storicamente sensata e convincente", pur contenendo in sé una dimensione trascendente.
Il superamento di ogni
dissociazione cristologica esige, allora, un metodo di analisi rigoroso che è
simultaneamente sia storico sia teologico ed è, proprio per questo, delicato
come il procedere sul crinale tagliente di un monte, senza scivolare verso l’uno
o l’altro versante e senza confonderne le prospettive. Ma è solo per questa
via, come propongono le pagine del saggio di Benedetto XVI, che è possibile
incontrare oggi il Gesù sperimentato dai suoi contemporanei, in una continuità
ideale di pratica concreta e di incrocio col mistero. È una storicità
irradiata di eterno ed è un infinito messo a disposizione nei confini del
nostro mondo.
In questa luce si riesce a comprendere la permanente
"contemporaneità" di Cristo: la frase di per sé è un ossimoro
perché ciò che è "storico" e "datato" non può essere
permanente e agente nell’oggi.
Eppure la sua qualità intima trascendente rende Gesù di Nazaret sempre operante. Per usare una nota distinzione del teologo martire Dietrich Bonhoeffer, il Cristo per sé è al tempo stesso il Cristo per me, circoscritto nella sua storicità la quale è però sempre aperta a causa della trascendenza divina ad essa unita. Proprio per questa configurazione strutturale, la migliore definizione possibile, sintesi ideale dell’opera di Ratzinger-Benedetto XVI, è la formula coniata dall’autore di quella superba omelia (o trattazione) cristologica che è la "Lettera agli Ebrei": «Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi, per sempre» (13, 8).