L’assedio dei "Taleban" al Pakistan del Presidente Zardari

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sull'infuocata "scacchiera" di Swat

Riccardo Redaelli
("Avvenire", 21/5/’09)

Un'offensiva quasi senza precedenti quella condotta in queste settimane dalle "forze armate" pakistane nello Swat, una delle valli più famose e cariche di storia del Pakistan Nord-Occidentale a poche decine di chilometri dalla capitale Islamabad. Per decenni archeologi italiani, europei e locali hanno attraversato quel territorio per far riemergere le tracce del suo ricco passato. Ora, gli unici che la percorrono sono i militari che combattono e i civili in fuga. Quasi due milioni di persone, secondo le stime "Onu"; un numero enorme, che da solo fornisce la misura della vastità dell'azione lanciata dal Governo contro i guerriglieri "Taleban" che avevano assunto il controllo di quella valle, così come di molti altri distretti nella regione del Nord-Ovest.
Questa offensiva sembra aver colto di sorpresa "Taleban" e militanti "jihadisti", abituatisi alla scarsa combattività dell'esercito pakistano contro la loro presenza nelle zone tribali dei "Pashtun" (il gruppo etnico da cui provengono i "Talebani" e che da secoli domina politicamente l'
Afghanistan e il Pakistan Nord-Occidentale). Un'azione in grande stile, con l'impiego di artiglieria pesante e dell'aviazione, iniziata alla fine di Aprile, e intensificatasi dopo le pressioni dell'amministrazione Obama sul Presidente Asif Ali Zardari, convocato a Washington ai primi di Maggio assieme al suo "omologo" afghano, Hamid Karzai.
Gli
"Usa" da tempo accusavano il Paese di non agire con sufficiente determinazione contro la "talibanizzazione" di vaste aree del proprio territorio e contro la presenza sempre più sfrontata dei guerriglieri "jihadisti".
Islamabad può ora dire di essersi mossa con estrema decisione. Ma leggere questa azione militare solo in chiave di rapporti con gli Stati Uniti non è sufficiente. Sembra che a spingere per la linea dura sia stato lo stesso comandante in capo dell'esercito, Ashfaq Kayani, il quale ha fatto chiaramente intendere di non poter tollerare il tentativo dei "Taleban" di espandere il proprio potere oltre le aree tribali del Nord-Ovest, tradizionalmente "auto-gestite" dai capi tradizionali, verso territori vicini alla stessa capitale. Il timore era la perdita di controllo su parti crescenti del territorio nazionale, con la presenza dei "Taleban" che arrivava inoltre a lambire anche alcuni siti di "stoccaggio" del programma nucleare militare.
Se militarmente l'offensiva sembra stare ottenendo i risultati sperati, con centinaia e centinaia di oppositori e "jihadisti" uccisi, dal punto di vista umanitario si configura sempre più come una "catastrofe". Il numero dei morti tra i civili è sconosciuto ma certo altissimo, dei milioni di "profughi" si è già detto, i costi economici sono spaventosi per un Paese povero e duramente colpito dalla "crisi" economica mondiale. I dubbi maggiori tuttavia risiedono nella tenuta di lungo periodo di questa "vittoria"; come succede da anni alle offensive della
"Nato" in Afghanistan, anche questa delle forze armate pakistane rischia di dare solo l'illusione della vittoria. Se si ripeterà quanto già più volte avvenuto nella regione, una volta finite le operazioni militari, i "Taleban" ricominceranno la loro opera di lenta penetrazione, contando anche sul risentimento della popolazione contro l'esercito nazionale – in Pakistan percepito da molte etnie e tribù come un esercito ostile – e facendo leva sul desiderio di vendetta per chi ha perso famigliari e parenti negli scontri. Non a caso, i militari pakistani hanno spesso ufficiosamente sottolineato – negli incontri con i "colleghi" occidentali – come fosse controproducente agire con attacchi frontali, dato che si sarebbe creata solo più simpatia fra la popolazione "Pashtun" e si sarebbe corso il rischio di apparire delle "pedine" nelle mani di Washington.
Ma con il "contro-potere" degli "studenti del Corano" ormai vicino alle porte della capitale, e con la credibilità internazionale del Paese ormai a pezzi, non rimanevano molte altre alternative alla dimostrazione di forza.