Serve un intervento contro l’"esodo forzato"

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Papa Benedetto XVI, messaggero di pace per l'Iraq...

Riccardo Redaelli
("Avvenire", 25/1/’09)

Un "discorso" forte, con parole di affetto e di vicinanza che non lasciano spazio a dubbi, quello rivolto da Papa Benedetto XVI durante l’"udienza" con la "comunità cristiana caldea", la principale dell’Iraq. Un incontro particolarmente significativo alla luce delle terribili violenze che i cristiani stanno subendo nel "Paese Asiatico", specialmente a Mosul, la città simbolo di una presenza che risale alle origini del "cristianesimo" e che fa dei cristiani la componente più antica di quella nazione. Il Pontefice ha voluto testimoniare la propria vicinanza alle sofferenze dei fedeli e ha ricordato le tante vittime e lo stesso Arcivescovo della città, Monsignor Faraj Rahho, barbaramente assassinato. Ma il suo "messaggio" è andato oltre la semplice vicinanza. Benedetto XVI ha chiesto con forza che le autorità irachene si adoperino per assicurare la protezione ai cristiani, a pieno titolo cittadini del Paese, con gli stessi doveri e gli stessi diritti. È questo un "punto cruciale" per il futuro dell’Iraq.
Le "persecuzioni" contro i cristiani sono dilagate soprattutto nel 2007 e 2008, pur essendo cominciate subito dopo l’occupazione "anglo-americana" del 2003. L’"escalation" degli attacchi è avvenuta proprio quando l’"anarchia" e il terrore diminuivano, grazie all’aumento delle truppe statunitensi e alle nuove "strategie militari". È nel 2007 che le violenze calano quasi ovunque, ma crescono a danno dei cristiani, e non per caso: il "nuovo Iraq" si rafforza, esce dall’emergenza e, quindi, il controllo politico sul territorio e il bilanciamento fra i vari gruppi "etnici" e "religiosi" ritornano centrali. Mosul è la città cristiana per eccellenza e risulta contesa fra "curdi", "arabi" e altre "minoranze". L’obiettivo delle feroci violenze che sono dilagate per mesi è chiaro: ridurne la presenza, magari spingendo tutti i cristiani fuori da Mosul verso l’"Altipiano di Ninive", per costruire una sorta di "enclave" delimitata e vulnerabile. O svuotare i loro "quartieri storici" di
Baghdad, confinandoli in poche "aree protette". Ora la situazione è apparentemente migliorata: più protezione alle persone e ai "luoghi simbolo", meno attacchi, meno omicidi. Negli scorsi mesi il Governo centrale ha sostituito molti responsabili della "sicurezza" nella provincia con altri più fidati, o per lo meno più efficienti dei loro predecessori. Lo stesso "premier" Al-Maliki ha promesso più vigilanza. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: nel giro di pochi anni la presenza cristiana si è ridotta a poche centinaia di migliaia di persone, meno della metà di quella del 2003. Dare "sicurezza" non implica infatti solo fermare le violenze o tutelare meglio i "luoghi di culto"; è qualcosa di più: significa far sentire i cristiani, "iracheni" a tutti gli effetti, parte di una visione dello Stato basata sul rispetto della "pluralità" e assicurare alle "minoranze" spazi di rappresentanza politica non solo "formali" o di testimonianza. Le decisioni prese nell’autunno scorso dal "Parlamento" sulle quote garantite nei "consigli" locali e provinciali non convincono, dato che garantiscono un numero di "seggi" troppo esiguo. E neppure rassicurano le sempre più evidenti tensioni fra Governo regionale "curdo" e Governo centrale, o le pressioni dei gruppi musulmani più "ortodossi" per una progressiva "islamizzazione" delle "leggi nazionali". Per questo il Papa ha incoraggiato i cristiani iracheni «ad amare la terra dei loro "antenati", alla quale sono profondamente legati». Ma, per mantenere questo legame, è cruciale una maggior attenzione di tutta la "comunità internazionale", nonché l’avvio di "programmi" mirati di aiuto e assistenza. Molti cristiani iracheni si sono rifugiati in altri Paesi della regione, dal Libano alla Siria. È importante riconoscere il loro "status" e aiutarli mentre si creano le condizioni politiche e di "sicurezza" per un loro ritorno. Il futuro peggiore per questa "comunità" sarebbe infatti un lento "esodo", con l’"emigrazione" di piccoli gruppi frammentati chi in "Medio Oriente", chi in Occidente, nel silenzio di una "comunità internazionale" distratta.