GUARDANDO AL 2008
La
forza di credere
![]()
che la pace non è un’utopia
Andrea
Riccardi
("Avvenire",
30/12/’07)
Non è facile fare un
bilancio a fine anno. È forte il sussulto degli ultimi avvenimenti, come l’uccisione
di Benazir
Bhutto in Pakistan.
Una tragedia rivelatrice dell’instabilità grave di un grande Paese, di un’intera
regione, ma anche del difficile rapporto tra islam e democrazia. Vi si leggono
tutti i problemi impostisi all’attenzione del mondo dall’11 settembre 2001.
E poi c’è la violenza, una realtà antica, con cui si devono sempre più fare
i conti in politica e nel quotidiano. È la violenza delle grandi convivenze
urbane, dall’America Latina all’Asia, favorita anche dal fatto che nel 2007,
per la prima volta nella storia, nel mondo gli abitanti delle città sono
diventati più numerosi di quelli delle campagne. Il bilancio dell’anno che si
chiude, quindi, potrebbe apparire negativo e, soprattutto, il quadro del 2008
assumere cupe prospettive.
Viene da chiedersi come la piccola Italia, presa dal senso di declino, dove
molte famiglie hanno la sensazione di una vita più difficile, con un dibattito
politico bloccato, possa affrontare questi difficili scenari. Sono pensieri e
sentimenti che attraversano tanti nostri concittadini. In molti svanisce la
voglia di guardare il grande orizzonte del mondo, di interessarsi ai problemi
"lontani". Che posso fare io? È la domanda inespressa di tanti. Il
mondo oggi sembra più difficile. È vero: è molto complesso. Siamo raggiunti
da un numero incredibile di notizie, che non riusciamo facilmente a decifrare.
Sono tramontate le spiegazioni ideologiche: non solo quelle "marxiste"
di ieri, ma anche quelle più recenti sulla vittoria del mercato che avrebbe
dovuto portare la democrazia ovunque. Il senso di irrilevanza e la complicazione
del presente ci spingono a lasciare ad altri la fatica di guardare la storia,
quella del 2007 o del 2008. Stare alla finestra del mondo e discutere su di esso
appare "prometeico": tanto che posso fare io?
Nel corso del 2007, Benedetto
XVI ha
insistito sul "messaggio di speranza" che viene dal Vangelo. Lo ha fatto anche nel
Messaggio per la "Giornata
mondiale della pace".
Sono passati quarant’anni da quel 1° gennaio 1968, quando Paolo VI consacrò
questa data alla pace. Certo allora, in Occidente, il clima era ben diverso, c’era
la convinzione (illusoria) di avere idee e movimenti da esportare nel mondo
intero. Ma la Chiesa, con quella "Giornata", mostra di non rinunciare alla grande
speranza di un mondo in pace. Dice a chiare lettere che non è un’utopia.
Benedetto XVI, nel suo Messaggio, stabilisce un legame tra il quotidiano, la
vita familiare, e gli orizzonti del mondo: "Il lessico familiare è un
lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del
vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può
perdere il riferimento a quella grammatica...".
C’è una connessione profonda tra la vita di ciascuno, di una famiglia, e la
pace del mondo. Le scelte e i comportamenti dei singoli non sono irrilevanti. La
storia non si dispiega come le notizie della cronaca. Non è fatta solo da pochi
attori. Ci sono correnti profonde, come affermava Giorgio La Pira. C’è una
forza di attrazione da parte dei comportamenti giusti e pacifici, anche se di
pochi.
Avere speranza non vuol dire possedere una visione lucida di come sarà il
domani. La speranza profonda viene dalla convinzione che la famiglia degli
uomini e dei popoli non è stata abbandonata da un amore più grande. Viene dal
fatto che la pace è dono di Dio, un’eredità che la follia umana non potrà
dissipare. La nostra visione del futuro deve nutrirsi maggiormente di preghiera:
sì, quella preghiera per la pace, "senza stancarsi", che il Papa
chiede alla fine del suo Messaggio. Quando la Chiesa, anche nel mezzo delle
situazioni più difficili, continua a pregare per la pace, mostra che non
rinuncerà mai alla speranza di un mondo riconciliato. Da questa preghiera nasce
la speranza e sgorgano comportamenti e visioni di pace.