Passo maturato nel "dolore"

RITAGLI   Sulla "soglia" l’ora della grande "visione"   TERRA SANTA

Dal Monte Nebo, Papa Benedetto XVI ci indica la luce...

Andrea Riccardi
("Avvenire", 10/5/’09)

Alle "porte" della Terra Santa, sul Monte Nebo, nel territorio del "Regno Arabo di Giordania", Benedetto XVI ha guardato al di là del Giordano. Non ha visto solo la situazione "politica", una "lotta" che dura da più di sessant’anni, mentre la pace sperata sembra ancora difficile. Il Papa ha guardato a Israele, alla storia e alla fede del "popolo ebraico", come un "pellegrino", anzi ponendosi «sulle orme degli innumerevoli "pellegrini" che ci hanno preceduto lungo i secoli».
Dal Monte Nebo, ha sentito il bisogno di precisare che «l’antica tradizione del "pellegrinaggio" ai "luoghi santi" ci ricorda inoltre l’inseparabile "vincolo" che unisce la Chiesa al "popolo ebraico"». Lo ha fatto sulle soglie della Terra Santa. Era idealmente accanto alla figura di
Mosè: lui – scrive Papa Ratzinger nel "Libro su Gesù" – «ha parlato con Dio come un amico». Mosè è anche uomo della grande "visione" e del limite della vita umana. Non entra personalmente nella terra della "promessa", ma non rinuncia alla "visione". Il Papa sottolinea dal Monte Nebo: «Come Mosè, non vedremo il pieno compimento del "piano di Dio" nell’arco della nostra vita». Il nostro tempo non è frequentemente capace di grandi "visioni", perché si vuole realizzare tutto in breve e in fretta, in un periodo più circoscritto dell’arco di una vita, altrimenti non se ne trae frutto per sé. Ha il culto del "risultato" immediato. La Chiesa, generazione dopo generazione, cerca di nutrire una grande "visione". È quella ad esempio del Papa sulle soglie della Terra Santa. È maturata alla scuola del dolore: durante la persecuzione "nazista" degli ebrei, tanti cristiani li hanno sentiti "fratelli", conoscendoli nella loro umanità "ferita". Hanno scoperto di nutrirsi alla stessa fonte delle "Scritture". Specie quando la follia "nazista" e l’orgoglio del "pensiero negativo" volevano ripulire le "Scritture" di Paolo l’ebreo e del "Testamento" ebraico. Con gioia, il "Vaticano II" ha proclamato «il "vincolo" con cui il popolo del "Nuovo Testamento" è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo». Quel "vincolo" lega i cristiani alla fede e alla realtà del "popolo ebraico’, e li libera dalle "manipolazioni" di certo "cristianesimo".
Il Papa è in Terra Santa non solo per le "memorie cristiane", ma anche per una visita agli ebrei. Si percepisce quanto la Chiesa è "vincolata" ad essi.
Giovanni Paolo II compì il grande passo andando nel 1986 alla "Sinagoga" di Roma. Pochi, come Joseph Ratzinger, hanno lavorato per chiarificare e approfondire "teologicamente" il legame tra la "fede cristiana" e Israele. Ma ora egli compie un "passo" religioso e affettivo: viene a dire a Gerusalemme «il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla "riconciliazione" fra cristiani ed ebrei, nel rispetto reciproco e nella "cooperazione" al servizio di quella pace alla quale la "Parola di Dio" ci chiama!».
Non è solo un atto di "buona volontà", viene da un "moto interiore" alla "fede cristiana". Senza negare la differenza tra "mondo religioso" ebraico e quello cristiano, entrambe queste famiglie di "credenti" sono chiamate dalla "Parola". Il Papa, che ha voluto il
"Sinodo" sulla "Parola di Dio", lo sente in profondità. E rappresenta l’orientamento della sua Chiesa che ha appreso ad amare di più la "Bibbia". Mentre cresce la "Parola" in chi la legge, sono aumentate la stima e la "fraternità" dei cattolici per Israele. Per questo il "vincolo" è «inseparabile»: viene, per noi cattolici – come dice Benedetto XVI – , dal «rinnovato amore per il canone della "Sacra Scrittura"». Così, ovunque c’è una "comunità cristiana" nel mondo, questa stessa è amica degli ebrei, ma è anche "testimone" di come Dio ami Israele in un modo tutto particolare.