UNA GRANDE ECO
IL DOLORE PERSONALE SUL VOLTO
DI UN POPOLO ![]()
Andrea Riccardi
La cattedrale di Roma ha accolto ieri, per l'ultimo
saluto, il corpo di don Andrea Santoro. Tra tanta gente, in mezzo ai suoi
confratelli visibilmente scossi, nella chiesa della sua ordinazione, la vita e
la morte di don Andrea hanno espresso pienamente il loro senso profondo. Che non
fu quello di una battaglia politica o ideologica, quasi una prova in più a
disposizione di chi sostiene che lo scontro frontale tra religioni e civiltà
sia a questo punto inevitabile. La sua vicenda in realtà non è nemmeno quella
di un mediatore culturale tra mondi tanto diversi, sorta di ponte ingenuo quanto
impalpabile. Andrea Santoro è stato un prete: prete di Roma, prete del
Concilio, uomo di preghiera, capace di grande prossimità con la gente, come
testimoniavano i tanti accorsi al suo funerale. Erano volti segnati da un dolore
personale e dalle lacrime: popolo che ha colto il mistero di una vita
gratuitamente donata per gli altri.
Da questo tessuto cristiano, che spesso si ignora ma che è profondo, sgorgano
le testimonianze più belle, come quella dell'anziana madre del sacerdote. Maria
Santoro, piegata ma non vinta, ha avuto cuore di perdonare l'assassino,
«essendo anche lui un figlio dell'unico Dio che è amore».
Don Andrea ci ha riproposto oggi l'antica parabola dei martiri, come ha detto il
cardinale Ruini. Dunque, parola di Vangelo. Seppur taluno potrebbe dire che la
sua è stata una missione muta e inutile in una terra tutta musulmana. Si è
arrivati a parlare di proselitismo forzoso e addirittura pagato; ma è noto come
il sacerdote fosse rispettoso non solo dell'islam, ma anche delle altre
comunità cristiane. A lui ben si attagliano le parole di Benedetto XVI nella
sua enciclica: «Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è
giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l'amore». Per don Andrea,
l'Anatolia era un deserto di vita cristiana, ma popolato da donne e uomini
(musulmani) da guardare negli occhi e da amare. Egli credeva nel dialogo, ma
soprattutto a quell'amore che si fa amicizia quotidiana con le donne e gli
uomini di una religione diversa con cui si vive.
«Il suo - ha giustamente detto il cardinal vicario - era un coraggio cristiano,
quel tipico coraggio di cui i martiri hanno dato prova…». Ed aggiungeva: «Un
coraggio, cioè che ha la sua radice nell'unione con Gesù Cristo, nella forza
che viene da lui, in maniera tanto misteriosa quanto vera e concreta».
L'esistenza di Andrea Santoro non era sopraffatta dalle difficoltà o dal clima
non sempre sereno in cui operava; ma manifestava la forza di chi prende sul
serio il Vangelo, senza ridurlo. E prenderlo sul serio significava prima di
tutto viverlo, pagando personalmente: stare vicino ai suoi pochi cattolici,
stare in mezzo ai turchi, rischiare la vita in un ambiente che non teneva sotto
controllo. Tutt'altra immagine di un cristianesimo infiacchito o, al contrario,
nervosamente aggressivo. Viene da pensare all'apostolo Paolo, e al suo:
«Comportatevi da uomini, siate forti. Tutto si faccia tra voi nella
carità...» ( 1Cor 16,13-14). Umanesimo e forza interiore si connettono
profondamente nella carità: è la "via amoris", che richiede il coraggio più
grande. La forza "umile" del cristiano può andare incontro a
insuccessi, ma resta animata da una fiducia che non ha la sua misura nel
risultato immediato. André Jarlan, prete "fidei donum" come don Andrea, ucciso in
Cile nel 1984, aveva scritto: «Coloro che fanno vivere sono quelli che offrono
la loro vita, non quelli che la tolgono agli altri. Per noi la resurrezione non
è un mito: questo evento, che celebriamo in ogni Eucarestia, ci conferma che
vale la pena di dare la vita per gli altri...».