Andrea Riccardi
Da tempo il rabbino Riccardo Di Segni aveva lanciato l'idea di una visita
alla moschea. Il passo non era facile e le resistenze molte. Ma chi conosce il
rabbino sa come persegua con tenacia le sue idee. Se è un fermo difensore della
fede dei suoi padri, ha sempre creduto alla necessità che gli ebrei parlino con
i cristiani e con i musulmani. Il dialogo con questi ultimi, in particolare, non
è scontato. Fino a poco tempo fa, da parte di non pochi musulmani, c'era una
preclusione a incontrare gli ebrei anche in meeting di religioni differenti. Nel
mondo musulmano ci sono correnti radicali - come è noto - che individuano
nell'ebraismo un irriducibile nemico per la questione d'Israele e dei
palestinesi. Nella seconda metà del Novecento è fortemente cresciuto un
antisemitismo islamico, che ha utilizzato anche temi e testi europei.
Per questo la dirigenza della comunità islamica ha mostrato coraggio,
accogliendo la delegazione ebraica: ha vinto non poche difficoltà e si è
esposta a critiche e pressioni da parte di settori del proprio mondo. Sarà
molto significativo il giorno in cui renderà la visita al tempio maggiore di
Roma. Si vede come stia lentamente maturando il profilo di un islam italiano che
si assume le proprie responsabilità nel Paese, mentre si confronta con una
componente decisiva del panorama religioso e culturale di Roma, qual è la
comunità ebraica. Eventi come quelli di ieri sono un messaggio importante ai
musulmani italiani.
Tanti incontri a metà strada hanno sgelato il clima e hanno consentito che si
realizzasse un evento fino a ieri non scontato. Soprattutto sono maturati i
rapporti personali. È cresciuto il senso di una comune responsabilità, anche
per la solidarietà che i dirigenti ebraici hanno mostrato nell'affare delle
vignette anti-islamiche. Si sta divenendo tutti più consapevoli che le
religioni determinano la qualità della convivenza nel nostro tempo: nelle
nostre città europee (dove si addensa una forte immigrazione islamica, specie
nelle periferie), nei rapporti tra i Paesi del Nord e del Sud del Mediterraneo,
tra culture e civiltà. Così, con gli incontri, le distanze si sono accorciate
e il senso di responsabilità è cresciuto. In questo clima è maturato il gesto
di Di Segni (che ha già visitato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI).
Questo gesto è avvenuto a Roma. La città è il cuore del cattolicesimo, in cui
non mancano iniziative tra mondi religiosi, che spesso fanno capo al Papa e alla
Chiesa cattolica. Ne è un esempio l'udienza - sempre ieri - di Benedetto XVI al
presidente egiziano Mubarak, leader del più importante Paese arabo, dove si
fanno sentire le pressioni fondamentaliste, ma dove cristiani e musulmani vivono
insieme, non senza difficoltà. Roma ospita un'antichissima comunità ebraica
accanto al grande centro islamico, a una variegata comunità musulmana e a
importanti comunità cristiane non cattoliche. Ma Roma non è un mosaico di
comunità giustapposte, che ricercano una convivenza tra loro. È una società
(come del resto quella italiana), dove vige la libertà religiosa e dove, come
cittadini di un unico Paese, ci si sente partecipi di uno stesso destino, pur
nelle differenze religiose. Le comunità non possono ghettizzarsi o
giustapporsi, ma si integrano in un orizzonte locale e nazionale, pur nella loro
particolarità. Eppure c'è bisogno della loro responsabilità in un mondo dove
si moltiplicano i conflitti: «La lotta contro l'islamofobia e l'antisemitismo
debbono procedere parallele», ha detto Di Segni. È una lotta che sta a cuore a
tutti i cittadini e a tutti i credenti. Il rabbino ha aggiunto: «Con lo stesso
spirito di rispetto dobbiamo vigilare per impedire che la violenza e l'odio, da
qualsiasi parte provengano, non si alimentino con la religione».
La giornata di ieri rappresenta proprio un messaggio in questo senso.