Nello scenario della capitale
RITAGLI
  
Una visita presagio di futuro   DOCUMENTI

Andrea Riccardi
("Avvenire", 14/3/’06)

Da tempo il rabbino Riccardo Di Segni aveva lanciato l'idea di una visita alla moschea. Il passo non era facile e le resistenze molte. Ma chi conosce il rabbino sa come persegua con tenacia le sue idee. Se è un fermo difensore della fede dei suoi padri, ha sempre creduto alla necessità che gli ebrei parlino con i cristiani e con i musulmani. Il dialogo con questi ultimi, in particolare, non è scontato. Fino a poco tempo fa, da parte di non pochi musulmani, c'era una preclusione a incontrare gli ebrei anche in meeting di religioni differenti. Nel mondo musulmano ci sono correnti radicali - come è noto - che individuano nell'ebraismo un irriducibile nemico per la questione d'Israele e dei palestinesi. Nella seconda metà del Novecento è fortemente cresciuto un antisemitismo islamico, che ha utilizzato anche temi e testi europei.
Per questo la dirigenza della comunità islamica ha mostrato coraggio, accogliendo la delegazione ebraica: ha vinto non poche difficoltà e si è esposta a critiche e pressioni da parte di settori del proprio mondo. Sarà molto significativo il giorno in cui renderà la visita al tempio maggiore di Roma. Si vede come stia lentamente maturando il profilo di un islam italiano che si assume le proprie responsabilità nel Paese, mentre si confronta con una componente decisiva del panorama religioso e culturale di Roma, qual è la comunità ebraica. Eventi come quelli di ieri sono un messaggio importante ai musulmani italiani.
Tanti incontri a metà strada hanno sgelato il clima e hanno consentito che si realizzasse un evento fino a ieri non scontato. Soprattutto sono maturati i rapporti personali. È cresciuto il senso di una comune responsabilità, anche per la solidarietà che i dirigenti ebraici hanno mostrato nell'affare delle vignette anti-islamiche. Si sta divenendo tutti più consapevoli che le religioni determinano la qualità della convivenza nel nostro tempo: nelle nostre città europee (dove si addensa una forte immigrazione islamica, specie nelle periferie), nei rapporti tra i Paesi del Nord e del Sud del Mediterraneo, tra culture e civiltà. Così, con gli incontri, le distanze si sono accorciate e il senso di responsabilità è cresciuto. In questo clima è maturato il gesto di Di Segni (che ha già visitato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI).
Questo gesto è avvenuto a Roma. La città è il cuore del cattolicesimo, in cui non mancano iniziative tra mondi religiosi, che spesso fanno capo al Papa e alla Chiesa cattolica. Ne è un esempio l'udienza - sempre ieri - di Benedetto XVI al presidente egiziano Mubarak, leader del più importante Paese arabo, dove si fanno sentire le pressioni fondamentaliste, ma dove cristiani e musulmani vivono insieme, non senza difficoltà. Roma ospita un'antichissima comunità ebraica accanto al grande centro islamico, a una variegata comunità musulmana e a importanti comunità cristiane non cattoliche. Ma Roma non è un mosaico di comunità giustapposte, che ricercano una convivenza tra loro. È una società (come del resto quella italiana), dove vige la libertà religiosa e dove, come cittadini di un unico Paese, ci si sente partecipi di uno stesso destino, pur nelle differenze religiose. Le comunità non possono ghettizzarsi o giustapporsi, ma si integrano in un orizzonte locale e nazionale, pur nella loro particolarità. Eppure c'è bisogno della loro responsabilità in un mondo dove si moltiplicano i conflitti: «La lotta contro l'islamofobia e l'antisemitismo debbono procedere parallele», ha detto Di Segni. È una lotta che sta a cuore a tutti i cittadini e a tutti i credenti. Il rabbino ha aggiunto: «Con lo stesso spirito di rispetto dobbiamo vigilare per impedire che la violenza e l'odio, da qualsiasi parte provengano, non si alimentino con la religione».
La giornata di ieri rappresenta proprio un messaggio in questo senso.