L'intuizione di Giovanni Paolo II
Le religioni sarebbero diventateAndrea
Riccardi
("Avvenire", 27/10/’06)
Assisi, 27 ottobre 1986:
Giovanni Paolo II
invitò i leader cristiani e delle religioni mondiali a pregare gli uni accanto
agli altri (non più - precisò - gli uni contro gli altri) sul colle di San
Francesco. Disse: «Qui noi stiamo agendo come gli araldi della coscienza morale
dell'umanità in quanto tale, umanità che aspira alla pace, che ha bisogno di
pace».
Sono passati vent'anni. Il mondo è cambiato: non più la guerra fredda; non
più l'Urss; un forte terrorismo di matrice religiosa. L'incontro del 1986 fu -
secondo Benedetto
XVI - «un messaggio
vibrante a favore della pace».
Era una ripresa d'iniziativa della Chiesa su questo terreno. Esprimeva
un'intuizione profonda del Papa: le religioni stavano assumendo un ruolo
notevole per sacralizzare la guerra o fondare la
pace. L'opinione europea,
imbevuta dal dogma sociologico: "più modernità meno religione", non
si accorgeva di quanto avveniva. Le religioni diventavano protagoniste della
scena pubblica e internazionale. Una "chance" o un pericolo?
Papa Wojtyla propose un incontro nella pace. Non un omaggio a mode
sincretistiche o a un progressismo dialogista. Ma la percezione delle correnti
profonde della storia.
Il suo successore, Benedetto XVI, ha scritto vent'anni dopo: quell'iniziativa
«assume il carattere di una puntuale profezia». È ancora attuale? Nel mondo
di oggi ormai genti di religione diversa vivono insieme. Toccati dal processo di
globalizzazione, tanti gruppi hanno riaffermato la loro identità. Le religioni
esercitano un forte ruolo su queste identità, talvolta antagoniste. Il grande
problema è oggi come vivere insieme: sulle frontiere del mondo e nelle
periferie urbane. Il messaggio di Assisi nel 1986 è rifiuto del conflitto in
nome della religione e pedagogia per vivere insieme. È una proposta semplice,
ma di grande significato, che parte dalla preghiera: «Questo valore della
preghiera nella costruzione della pace - ha scritto Papa Ratzinger - fu
testimoniato da esponenti di diverse tradizioni religiose, e ciò avvenne non a
distanza, ma nel contesto di un incontro. In questo modo gli oranti delle varie
religioni poterono mostrare, con il linguaggio della testimonianza, come la
preghiera non divida ma unisca, e costituisca un elemento determinante per
un'efficace pedagogia della pace, imperniata sull'amicizia, sull'accoglienza
reciproca, sul dialogo tra uomini di diverse culture e religioni».
Assisi non celebrò una "super-religione", quella che studiosi,
visionari e mercanti hanno ricercato in tutti i tempi con i loro bricolage. Fu
la scelta consapevole di donne e uomini, radicati nella loro fede. Fu quella di
un Papa che aveva il Vangelo nel cuore e che, per questo, seppe avere
l'intuizione spirituale di un così gran giorno. Assisi è l'incontro di un
giorno, non di ogni giorno. Nella ferialità si prova a costruire una vita
pacifica. Ma, per questo, ogni anno, si è voluto ricordare quell'evento, per
non smarrirsi nella logica di odi recenti e di antichi rancori, trasmessi come
un'eredità avvelenata a ogni nuova generazione.
Dopo l'11 settembre 2001, Giovanni Paolo II volle di nuovo i leader religiosi ad
Assisi. Erano allora e sono oggi ancora attuali alcune sue parole: «La pace
attende i suoi profeti. Insieme abbiamo riempito i nostri sguardi con visioni di
pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti
di pace… La pace attende i suoi artefici». La guerra, antica e cattiva
compagna della storia umana, non fa scomparire mai gli artefici e i profeti di
pace. Non è il destino né di un popolo né di una civiltà. È scelta di
uomini e di gruppi dirigenti. La grande speranza di pace del 1986 continua ad
essere quella della Chiesa di Benedetto XVI. La quale, dopo vent'anni di prove,
è ancor più convinta che «a nessuno è lecito assumere il motivo della
differenza religiosa come presupposto o pretesto di un atteggiamento bellicoso
verso gli altri».