NELL'INCONTRO DI VERONA

RITAGLI   LO SGUARDO DEL PAPA SUL NOSTRO CATTOLICESIMO   DOCUMENTI

Andrea Riccardi
("Avvenire", 12/11/’06)

Il convegno di Verona ha rappresentato il primo grande appuntamento della Chiesa italiana dopo la morte di Giovanni Paolo II. Tutti i convegni nazionali, fin da quello di Roma nel 1976, sono stati momenti importanti nella storia del cattolicesimo italiano. Gli ultimi due, nel 1986 e nel 1995, furono marcati dal messaggio di Papa Wojtyla. Questi ha dato un grande contributo alla Chiesa italiana con la sua presenza e la sua visione sulla vocazione del nostro cattolicesimo e dell'Italia sugli scenari europei e del mondo. Si era sintonizzato in profondità con questo cattolicesimo di popolo pur in un Paese secolarizzato, con forti differenze regionali. Per lui c'era una funzione chiara e provvidenziale dell'Italia e della sua Chiesa.
Il convegno di Verona non è nato attorno a una forte ipotesi interpretativa né voleva - mi pare - proporre dall'inizio un modello. È stato piuttosto l'evento dell'incontro dei cattolici italiani, espressione di una Chiesa complessa e stratificata che non si presta a geometrie pastorali né a riduzioni messianiche. Ma è stato soprattutto l'incontro profondo tra questa Chiesa e
Benedetto XVI. Il nuovo Papa ha parlato diffusamente alla Chiesa, rafforzando la sintonia con i cattolici del Paese. Tutti sono usciti convinti che il Papa ha affetto per questo cattolicesimo (in mezzo a cui ha vissuto tanti anni), ma anche un pensiero chiaro su di esso.
Benedetto XVI vede il rischio della rassegnazione dei cattolici italiani, come un aspetto di una difficoltà tutta occidentale. È anche il riflesso di un Paese che, negli ultimi anni, ha vissuto un ridimensionamento profondo del senso di sé. Questo si cominciava a percepire già nel 1995, a Palermo. Allora si era in piena crisi di tangentopoli (si era sciolta da un anno la Dc). Tuttavia, la fine della guerra fredda non lontana e altri elementi (interni e internazionali) nutrivano ancora un certo ottimismo. Sembrava che l'Italia avesse un maggior rilievo e maggiori risorse per il futuro. Oggi, dopo l'11 settembre, di fronte all'islam e all'emersione consolidata del gigante cinese, in un quadro di rapporti complicati tra Europa e Stati Uniti, si percepisce che la nostra storia non è andata come si sperava. E ci si chiede che cosa saranno l'Italia e l'Europa nei nuovi assetti mondiali. Questi interrogativi si risolvono, nella vita quotidiana della gente, in una maggiore prudenza nell'investire sul futuro. Il convegno di Verona, giustamente, coglieva la crisi di speranza delle donne e degli uomini italiani.
Il Papa ha "proposto" - parola sua - una reazione a questa nuova condizione degli italiani, guardando alla resurrezione di Gesù, la quale "ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé". In questa luce, ha domandato ai credenti di non essere rassegnati, ma di farsi animare da "quella forza mite che viene dall'unione con Cristo". È un'espressione preziosa che mette insieme - e sembra un paradosso! - mitezza e forza, entrambe così qualificanti dell'attitudine cristiana.
Il Papa ha parlato in modo disteso ai delegati di Verona. Nelle sue parole è sembrato apparire un "sogno": "La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell'intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall'amore reciproco e dall'attenzione premurosa per i poveri e i sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria…". Ed ha concluso: "Questa rimane la strada maestra per l'evangelizzazione…".
L'amicizia per l'intelligenza, l'amore reciproco, la cura dei poveri, si presentano come tre appuntamenti seri per una stessa vita cristiana che non vuole essere effimera, ma radicarsi in ciò che vale e aprirsi alla dinamica di una crescita autentica di fede e di gioiosa comunicazione del Vangelo. Tre sfide profonde per comunicare il Vangelo in un'Italia che è cambiata.