TURCHIA - DON ANDREA SANTORO

Un Paese dove laicismo e islam formano un blocco compatto.
Ma dove le memorie della Chiesa chiedono di non essere dimenticate,
come sapeva e testimoniava don Santoro.

RITAGLI   Ritorno all'Oriente che fu cristiano   DON ANDREA SANTORO

Don Andrea Santoro con alcuni bambini, al confine tra Turchia e Armenia (Foto Gabriella Nocita).

Andrea Riccardi
("Avvenire", 17/11/’06)

Islam e Occidente, fondamentalismo islamico, Turchia in Europa... sono problemi che occupano le prime pagine dei giornali e il dibattito politico dei nostri giorni. Sono grandi interrogativi a cui, dopo tanto parlare, non sappiamo dare risposte. Questi temi (e altri) hanno attraversato la vita di Andrea Santoro, prete romano, ucciso in Turchia nel febbraio 2006. Forse di lui non si sarebbe parlato né si sarebbe scritto, se non fosse morto in modo violento. La sua morte getta luce su un'intera vita e spinge a interrogarsi su chi fosse questo personaggio. Chi era questo prete che aveva compiuto sessant'anni e che aveva passato solo gli ultimi cinque nel paese di Ataturk? Era finito in un paese complicato, musulmano, governato da un partito islamico, ma anche membro della Nato e con l'aspirazione a far parte dell'Unione Europea. Chi era don Andrea e perché è morto lì?
È una bella storia, quella di don Andrea, e non solo per i cinque anni in Turchia. È una storia che fa scoprire la spiritualità e la vita germinate negli anni dopo il Concilio. Don Santoro non è un teologo né un intellettuale, ma parla e scrive molto, perché è un uomo comunicativo. Una lettera del 2000, da Urfa in Turchia, ne illumina la vicenda: «Ho cercato nelle Sacre Scritture la chiave per capire quello che gli occhi vedono nel presente... Ho intessuto piccoli quotidiani rapporti con i vicini di casa, con i mille piccoli negozianti delle piccole botteghe, imparando a salutare, a rispondere alle tante domande...». La Bibbia e mille rapporti sono la chiave per cogliere la sua spiritualità, vissuta nella preghiera, nell'attenzione con cui celebra la liturgia e, in particolare, nell'apertura all'umano. Gli uomini e le donne, i piccoli e i grandi interessano molto don Andrea: le loro situazioni, i loro casi irripetibili, le loro banalità e i loro drammi...
Perchè in Oriente? In un paese musulmano, ma laico, compatto e estraneo al cristianesimo, come la Turchia? Dalla crisi della Chiesa negli anni Settan ta, alla periferia romana, dalla secolarizzazione di Roma, don Andrea è approdato in una regione dove il cristianesimo sono antiche rovine di un'età d'oro, memoria di morti e stragi che risalgono a un secolo fa (alla strage degli armeni e di altri cristiani durante la prima guerra mondiale e dopo), dove i cattolici restano un pugno e gli altri cristiani sono comunità in estinzione. Si potrebbe parlare oggi degli ultimi giorni del cristianesimo in Oriente, sotto i colpi della guerra in Iraq e in Libano, dell'emigrazione ininterrotta.
Ma in Turchia forse l'ultimo giorno è già suonato da tempo. Lo si vede quando don Andrea va a Mardin (con le sue tante chiese chiuse, tra cui quella cattolica-armena, la cui porta ricordo segnata dall'ascia che la aprì violentemente nel 1915, all'epoca del martirio del suo vescovo); quando visita il Tur Abdin, l'antica terra dei siriaci dove hanno vissuto per un millennio e mezzo al riparo dal mondo e dove oggi restano rovine, alcuni monasteri e chiese, ma poche famiglie. A Diyarbakir vede la chiesa armena in rovina, testimone di tanti dolori (negli anni Ottanta incontrai ancora un povero prete) e quella caldea chiusa. Si chiede se potrà tornare «una vita coraggiosa, serena». Ad Urfa, patria di Abramo (di cui don Andrea fa la memoria liturgica il 9 ottobre), non c'è più chiesa. A Trabzon ne resta una (frutto di una storia casuale), ma si vedono le rovine di un'imponente comunità greca e di un'armena.
Che fare? Il missionario? Lo hanno accusato di proselitismo per spiegare la sua morte. Don Andrea era troppo fine e accorto, ben diverso da un predicatore neoprotestante. Qualcuno ha parlato di lui come di un Charles de Foucauld italiano, dell'eremita nel Sahara, ucciso durante la prima guerra mondiale. Don Andrea ricorda fratel Carlo e da giovane aveva letto con passione il libro di padre Voillaume, "Come loro", sulla spiritualità dei discepoli di De Foucauld. Ma era diverso. Era un prete romano, un cristiano del Concilio, aperto all'universale con lo sguardo rivolto ad Oriente. I cristiani scoprono, di tanto in tanto, che bisogna guardare all'Oriente. Il cristianesimo postconciliare, nella sua crisi, ha guardato ad Oriente, come si vede dalle tante icone nelle nostre chiese. I Padri chiedevano di pregare volti verso Oriente.
Don Andrea non è l'ennesimo ingenuo cristiano, caduto sotto la mannaia islamica. Non è il martire dello scontro di religione. È tutto più complesso e semplice, come la sapienza cristiana. Lui vive in quell'Oriente dove, come diceva un grande padre conciliare, il vescovo melkita Néophitos Edelby, sono nate le divisioni cristiane. È nella terra dell'islam. Perché ci sto? - si chiede - . In Oriente il peccato dell'uomo ha assunto forme terribili e quello della Chiesa è stato drammatico come i suoi grandi dolori: «Satana si accanisce per distruggere la culla in cui siamo stati generati e distruggere con la memoria delle origini la fedeltà ad esse». Da questa constatazione nasce la sua scelta: «Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza».