Nel libro di
Benedetto XVI l’eco della prima ricerca del giovane Ratzinger.
Con una costante: non si può separare il Gesù storico dalla vicenda del
cristianesimo.
Parla il teologo Luis Ladaria.
Lo stesso Padre, cioè lo
stesso pane ![]()
«Il Papa
sottolinea che la preghiera di Cristo vale per tutti,
così come la richiesta del cibo non è a nome dei singoli ma comune.
Una lezione di fede comunitaria».
Filippo
Rizzi
("Avvenire", 7/6/’07)
Il "Gesù
di Nazaret" di
Joseph Ratzinger-Benedetto XVI? Un libro «che parla all'uomo di oggi e su cui
è necessario sostare molto, riflettere pagina su pagina per comprendere il
nocciolo portante del pensiero».
A presentare questo ritratto dell'ultima fatica letteraria di Benedetto
XVI è Luis
Ladaria, gesuita
spagnolo, originario di Maiorca, docente di teologia dogmatica alla Pontificia
Università Gregoriana. Dal 2004 padre Ladaria, succedendo al cardinale
domenicano Georges Cottier, è il segretario della Commissione teologica
internazionale. (Recentemente è stato uno dei principali estensori del
documento della Commissione teologica internazionale sul "limbo", "La
speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo").
Il teologo Ladaria, formatosi in Germania (tesi di dottorato su Ilario di
Poitiers) e profondo conoscitore del pensiero di Ratzinger e di Rahner, non
azzarda a trovare una continuità ideale, quasi a tracciare un "filo rosso" tra
questa pubblicazione e l'opera giovanile più nota del futuro Papa, "Introduzione
al cristianesimo". «Da subito leggendo questo libro - racconta il gesuita
- ho trovato grandi affinità con l'opera più conosciuta del giovane teologo
bavarese, scritta ormai 40 anni fa, in particolare col capitolo dedicato alla
figura di Gesù: si vede quasi una sintesi di ricerca tra il giovane studioso di
allora e quello di oggi. Al centro del suo studio mi sembra che ci sia questa
costante: non si può separare la vicenda di Gesù dalla storia del
cristianesimo».
Si aspettava dal Papa un libro dedicato alla figura di Gesù e alla storicità dei Vangeli?
«Si sapeva che già da cardinale Joseph Ratzinger aveva in mente e nel cuore di dedicarsi a questo tema e - come il suo maestro di un tempo, Romano Guardini - voleva affrontare un argomento così delicato come Gesù di Nazaret. Mi pare che l'opera del Santo Padre si collochi nel grande "filone" degli intellettuali del Novecento e dell'Ottocento che si sono dedicati alla figura di Cristo, a cominciare da Ernest Renan passando, ad esempio, per Albert Schweitzer e i più recenti studi di Käsemann. Si tratta di un libro che ha fatto sintesi su tanti studi. Mi sembra che uno dei messaggi portanti del volume sia proprio questo: 200 anni di ricerca sul Gesù storico non sono stati vani, ma il filo conduttore di qualsiasi ricerca devono continuare ad essere i quattro Vangeli. Il grande sforzo che il Papa ha voluto regalarci con quest'opera è non trasformare Gesù in un romanzo o "demitizzare" la sua figura come hanno tentato di fare, in questi anni, certe correnti della teologia contemporanea».
Ha fatto ad esempio una certa impressione l'attenzione che il Papa presta alle parabole e la centralità del Vangelo di Giovanni nelle sue riflessioni.
«Ha colpito certamente come Ratzinger dia molta importanza a certe immagini "giovannee" che affascinano per la loro essenzialità, come l'acqua, il pane, il vino, il pastore, che ci ricordano la vita di Gesù nella sua semplicità. Usare queste categorie basilari tipiche dell'evangelista Giovanni ha lo scopo di presentarci un Gesù vicino alla nostra quotidianità. Il pane, l'acqua, la vite e il vino non sono altro che la rappresentazione di un Dio presente nella nostra storia e nel nostro agire. E l'"idea guida" in fondo che Ratzinger ha condotto per l'intera sua vita: se prendiamo sul serio i Vangeli, dobbiamo mettere a fondamento della nostra lettura lo stretto legame che unisce il Figlio al Padre».
Ha poi certamente fatto impressione, nel testo, l'accostamento della figura di Mosé a quella di Gesù, quasi a mostrare il forte legame tra Antico e Nuovo Testamento. Del resto, uno degli aspetti messi meglio in luce dal Papa è l'origine ebraica di Gesù e la sua messianicità.
«Mi è parsa un'immagine bella e ardita quella del Papa, per aiutarci a vedere che nella storia biblica era già presente Gesù. Ed è in questo contesto che Gesù è veramente il "nuovo Mosé". Ha impressionato come nel libro venga data rilevanza all'essere ebreo di Cristo e al suo rispetto per la "Torah". In quelle pagine ho trovato grandi affinità con quanto scrisse l'allora cardinale Ratzinger nella prefazione al documento della Pontificia commissione biblica internazionale del 2001 "Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana". Lì si sollevano problemi e osservazioni che poi, sei anni dopo, saranno ben presenti e delucidati nel "Gesù di Nazaret". Mi sembra che il "Papa-teologo" abbia voluto ribadire che Gesù è dentro la storia del suo popolo, fa parte di quelle origini. Così come ho trovato bellissimo il riconoscimento che il Papa fa al rabbino statunitense Jacob Neusner e alla sua ricerca sulla figura di Gesù. Neusner da ebreo ha capito il pensiero di Cristo, il senso della sua messianicità, e proprio perché fedele alla sua religione non lo accetta ma ha un grande rispetto per la sua persona e la sua missione. Un libro che forse aiuterà a una reciproca comprensione cristiani ed ebrei».
C'è una pagina del libro che l'ha colpita particolarmente?
«Tante pagine sono belle, ne citerei una fra tutte: il commento al Padre Nostro. Il Papa ha posto l'accento sul "nostro Padre" e sul "nostro pane", quasi a indicare nella comunità il senso dell'essere cristiani oggi. Molto elegantemente ha indicato che il vero modo di recitare il Padre nostro sta nell'invocarlo per tutti e non solo per il singolo. Mi ha colpito quando il Papa ha detto non "il mio Padre" ma "il nostro Padre", e così non "il mio pane" ma "il nostro pane". Parole che mostrano una grandissima profondità, che offrono una bella lezione e indicazione per credere e praticare una dimensione non solo personale ma anche comunitaria dell'essere cristiani oggi».