A Mogadiscio
l’emergenza sanitaria si può toccare con mano,
in quello che dovrebbe essere il "macello":
luogo dove montagne di ossa e resti di animali la fanno da padrone,
tutto a ridosso dell’Oceano,
a poche decine di metri dalle spiagge frequentate dalla gente.
Una bomba "epidemiologica" e "batteriologica" pronta
a scoppiare.
Da
Mogadiscio, Alessandro Rocca
("Avvenire",
6/4/’08)
Dopo anni di guerre
"fratricide", l’ex "colonia" italiana sta cercando
faticosamente di uscire dallo stato di "emergenza" perenne. Con le
"Ong" in prima fila nel tentativo di arginare le "piaghe"
più acute: gli "sfollati" allo sbando, la carenza di acqua e cibo, le
condizioni "igienico-sanitarie" molto critiche
Mogadiscio, ennesimo attentato contro il Presidente somalo Abdullahi
Yusuf Ahmed: quattro i
colpi sparati contro il "Palazzo Presidenziale". «Tre bombe sono
finite fuori mentre una è caduta all’interno», ha detto un
"portavoce". Yusuf, che si trovava nella residenza al momento dell’attacco,
è rimasto "illeso". Il "portavoce" ha accusato il
"braccio militare" di un gruppo islamico "filo al-Qaeda",
"al-Shabab". Dobley, cittadina a duecentoventi chilometri dal porto di
Chisimaio, la mattina del 3 marzo un bombardamento statunitense ha provocato la
reazione di centinaia di donne e bambini: «Dal momento che il governo americano
ha ammesso di avere bombardato la nostra città deve pagare un
"indennizzo"», ha rivendicato il "commissario
distrettuale". In Somalia
dopo sedici anni di "guerra civile", unico caso al mondo di Paese
senza Stato, la pacificazione e la sicurezza restano la priorità numero uno.
Timidi passi avanti sono stati fatti nell’agosto scorso durante la
quattordicesima "Conferenza di riconciliazione", svoltasi per la prima
volta nella capitale Mogadiscio.
Oltre al "disarmo", la Conferenza ha deciso di confermare la data
delle elezioni previste per il 2009, «un passaggio importante – ricorda
Patrizia Sentinelli, "vice-Ministro degli Esteri" per l’Africa –
grazie al quale le "opposizioni" dovranno predisporsi alla formazione dei vari
gruppi e partiti», affinché la parola passi dalle armi alla politica. Per la
prima volta erano presenti tutte le componenti "claniche" somale, tra
cui anche quelle che abitano il "Somaliland", nonostante la politica
"secessionista" portata avanti dall’amministrazione di quella
regione.
Durante la Conferenza si sono così creati i "presupposti" per un
dialogo politico tra il "Somaliland" e il resto del Paese. È stato
inoltre sancito il "disarmo" completo di tutti i "clan", con
consegna spontanea delle armi, "smobilitazione" delle milizie e
integrazione sociale per chi ne faceva parte. Ad Asmara (la capitale della
vicina Eritrea), quasi in concomitanza con la Conferenza di Mogadiscio, l’opposizione
al governo somalo si è riunita in quello che è stato definito "Congresso
somalo per la liberazione e la ricostruzione" e ha chiesto alla
"comunità internazionale" di «assumersi le proprie responsabilità»
di fronte alle «violazioni delle leggi internazionali» da parte del governo
transitorio di Mogadiscio.
I capi dell’opposizione si sono detti convinti che gli insorti "islamisti",
chiamati "forze di liberazione", si rinforzano giorno dopo giorno e
libereranno il Paese entro pochi mesi. Fonti governative sostengono invece che
sul campo anche a Mogadiscio i pochi superstiti "islamisti" rimasti
continuano a perdere terreno. Sul versante internazionale al momento la
situazione sembra in una fase di "stallo". L’ultimo attacco al quale
è scampato il Presidente somalo Abdullahi Yusuf nelle scorse settimane è la
dimostrazione che gli scontri tra le forze governative, sostenute dalle truppe
etiopi e dalla diplomazia americana, e i gruppi "ribelli", rimangono
all’ordine del giorno.
Secondo l’"Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari",
quasi due milioni di persone, la metà delle quali "sfollate", sono
costrette a sopravvivere in condizioni di estrema "vulnerabilità".
Per novantamila bambini, l’"Unicef" parla addirittura di vita appesa
a un "filo". Il rischio di epidemie, malaria, e patologie legate alla
carenza d’acqua potabile, come il colera, è altissimo. L’emergenza
sanitaria in città si può toccare con mano in quello che dovrebbe essere il
"macello": luogo dove montagne di ossa e resti di animali la fanno da
padrone, tutto a ridosso dell’Oceano, a poche decine di metri dalle spiagge
frequentate dalla gente. Una bomba "epidemiologica" e
"batteriologica" pronta a scoppiare, senza nessun tipo di regola e
controllo dove ci sono animali vivi pronti per essere macellati. In questo
drammatico contesto, anche l’azione delle "Ong" è messa a dura
prova. Il "Cesvi"
è presente nell’area insieme alle altre organizzazioni del consorzio "Una",
con le quali condivide esperienza e conoscenza del territorio.
L’obiettivo è impegnarsi su più fronti.
«"Una" ha deciso di consolidare la propria presenza nella regione di
Hiraan – spiega Francesca Rivelli dalla sede di Nairobi (Kenya) – . Vogliamo
affrontare le quattro emergenze gravi dell’area: la situazione degli
"sfollati" interni, la carenza d’acqua, la mancanza di cibo e il
settore sanitario.
Vorremmo poi svolgere anche un’attività di "facilitazione
culturale", creando veri e propri "gruppi di appoggio locale"
formati da anziani di comunità e istituzioni locali. Con il loro aiuto contiamo
di elevare il grado di sicurezza e di "accettazione" dei nostri
interventi». Ma intanto in città, dopo un fallito attentato al sindaco di
Mogadiscio Mohamed Omar Habeb "Dhere", che ha provocato cinque morti e
una decina di feriti tra i civili, tredici colpi di "mortaio" sono
caduti sul complesso "Sos Kinderdorf" (cinque nel villaggio, sei sull’ospedale
pediatrico e due sulla palazzina dei dipendenti), causando il ferimento di
cinque collaboratori. I bambini e le loro madri che si trovavano all’interno
della struttura erano stati "evacuati" e trasferiti nello speciale
"bunker" allestito nei pressi del complesso. È invece del 27 febbraio
2008 la notizia dell’uccisione – da parte di un soldato dell’esercito –
di Abdukar Abisalan Aden, fratello maggiore del "Ministro per l’Informazione"
Ahmed Aden. La notizia è stata confermata ufficialmente – riferisce
"Radio Nairobi" – da un "portavoce" governativo. La colpa di questa
vittima "illustre" è stata l’aver parlato con il suo cellulare all’angolo
di una strada dove stava per transitare il Presidente somalo "ad
interim", Abullahi Yusuf, già sfuggito a numerosissimi attentati. Sul tema
della sicurezza in città era intervenuto anche l’ex "Ministro dell’Interno",
Mohamed Mohamud Guled: «Mogadiscio è una città più sicura, in mano alla
polizia e alle forze dell’ordine. Dopo quindici anni di guerra, quattro o
cinque morti e qualche bomba al giorno possono essere considerati normali». Le
agenzie però parlano, a Mogadiscio, di attentati, omicidi mirati e scontri
quotidiani tra forze governative e milizie Si parla di oltre seimilacinquecento
morti, per gli scontri nel Paese durante tutto il 2007, e la fuga di decine di
migliaia di persone. La "fortezza" che sorge di fronte al porto di
Mogadiscio, costruita dagli italiani nel 1910, è il vecchio "carcere"
della capitale. Entriamo grazie alla nostra "guida", il Presidente
della Somalia Abdullahi Yusuf, che ha accettato trent’anni dopo di tornare per
la prima volta nella cella dove fu prigioniero politico, detenuto per due anni e
otto mesi perché oppositore del "regime" di Siad Barre. Il Presidente
porta ancora evidenti sul collo i "segni" dell attentato del settembre
2006 ad opera degli "estremisti islamici", al quale è scampato per
miracolo e dove, tra gli altri, ha perso la vita anche un suo fratello. Durante
la visita il Presidente ha voluto sottolineare che c’è stata un’"amnistia",
concessa a tutti coloro che avevano "imbracciato" le armi dalla parte
delle "Corti islamiche" e che hanno deciso di abbandonare la
"guerriglia" e gli atti di "terrorismo". Un gesto di
riconciliazione, per tentare di aprire uno "spiraglio" di pace per il
paese e la sua gente. Pochi i detenuti all’interno, solo un’ala dell’edificio
è parzialmente "agibile".
La Somalia è ripartita dall’"anno zero". Se da un lato le fragili
"istituzioni federali" sono dei passi avanti verso la riconciliazione,
le sfide e le "contraddizioni" che questo Paese deve superare per
arrivare a una vera pace sono enormi. Da alcuni mesi è al lavoro il nuovo
"Primo Ministro" somalo Nur "Adde" Hassan Hussein, l’uomo
scelto dal Presidente del governo di "transizione" somalo Abdullahi
Yusuf in sostituzione di Mohamed Mohalim Gedi dimessosi il 29 ottobre scorso.
Nur "Adde" appartiene al "clan" Hawiye
("sottoclan" Abgal), il principale di Mogadiscio: considerato uomo di
pace anche dai suoi "colleghi" della politica, potrebbe essere l’uomo
della "svolta" per la Somalia.