Gran Bretagna, trattamenti di fertilità gratuiti in cambio di cellule uovo
Cosa non farebbero i tecnoscienziatiSolo le donne possono ribellarsi a questa autentica «rapina»
e custodire la sacralità della
vita.
Eugenia Roccella
("Avvenire", 30/7/’06)
Ufficialmente, l’unico scopo di tecniche come la fecondazione in vitro
sarebbe quello di aiutare le coppie infertili ad avere figli. Durante la
campagna referendaria contro la "legge 40", la propaganda sulla
procreazione assistita è stata sempre focalizzata sulla generosità della
scienza medica, votata ad un compito di disinteressato sostegno alla maternità.
L’obiettivo di tutti i medici e gli scienziati che volevano abbattere i limiti
posti dalla legge italiana sembrava essere solo quello di ottenere più bambini.
Alle obiezioni di chi temeva gli eccessi di stimolazioni ormonali necessari per
produrre più ovociti, e voleva evitare la produzione indiscriminata di embrioni
"sovrannumerari", si rispondeva che in questo modo si sarebbero avute
meno nascite.
Ad oltre un anno dall’approvazione della legge, abbiamo visto che le nascite
non sono affatto diminuite, e la pratica di impiantare un solo embrione è ormai
quella più consigliata. Ma si è anche chiarito il motivo dell’insistenza di
tanti scienziati per ottenere la "sovrapproduzione" di ovociti, oltre
che di embrioni. Ovuli ed embrioni sono infatti il "petrolio" della
ricerca biomedica, la rara materia prima senza la quale tutto si blocca. L’altro
ieri la "Human fertilisation and embriology authority", l’ente
nazionale inglese di bioetica, ha stabilito: alle donne che donano una parte di
ovociti alla ricerca verrà garantita la possibilità di accedere gratuitamente
ai trattamenti di fertilità. In questo modo si spera che gli scienziati possano
avere un buon numero di ovociti per la creazione di embrioni da laboratorio
(destinati cioè ad essere distrutti). Negli Usa, invece, il mese scorso gli
scienziati di Harvard hanno lanciato un disperato appello alle giovani donne
«fertili e in buona salute» perché offrano ovuli per gli esperimenti di
"clonazione terapeutica": gli ovociti che provengono dalle pazienti
infertili che si sottopongono alle tecniche di procreazione assistita sono
considerati infatti di scarsa qualità, poco adatti alla ricerca avanzata. Uova
di seconda scelta, insomma.
Non riusciamo ormai a reprimere il sospetto che l’insistenza di tanti medici e
ricercatori nel voler abrogare con il referendum i paletti imposti dalla
"legge 40", non fosse dovuta a una disinteressata vocazione a
incrementare le nascite e ad esaudire i desideri di maternità delle donne,
bensì a quella che le autrici del libro "Madri selvagge", Paola
Tavella e Alessandra Di Pietro, hanno definito «la rapina delle uova». Più
che come potenziali madri, le donne sono viste come "fabbriche di
ovuli", materia essenziale per la creazione della vita, che i laboratori
non sono ancora riusciti a produrre in proprio.
Il potere di generare, che è stato finora amministrato con secolare sapienza
materna dalle donne, e che la "tecnoscienza" vorrebbe per sé, è
affidato a quest’ultimo "baluardo naturale", la misteriosa e
preziosa cellula uovo.
Se non riusciranno a penetrarne il mistero, i nostri "Frankestein"
della manipolazione genetica dovranno fermarsi, e lasciare alle donne la
custodia della sacralità della vita.