LETTERATURA

L'autore di origine libanese non fu solo un noto poeta.
Esce ora un saggio sulla sua produzione pittorica casta e visionaria.

RITAGLI    L'altro volto di Gibran    DIARIO

Marco Roncalli
("Avvenire", 25/8/’07)

La meta è lassù, sul monte, in un vecchio monastero nella roccia trasformato in museo e pronto a svelarsi dopo gli ultimi tornanti, lasciata alle spalle la Gola di Kadisha, dove tra vigne e uliveti riposano per sempre i primi patriarchi maroniti. La meta è un villaggio libanese dai tetti rossi chiamato Bsherri, nel nord del Paese. Adesso però non è traguardo per turisti: poco lontani, da giorni, continuano i combattimenti tra esercito regolare e miliziani del gruppo ultra-radicale palestinese "Fatah al-Islam", asserragliati nei campi profughi, novanta chilometri a nord di Beirut. Negli intervalli tra una guerra e l'altra i "tour operator" più gettonati proponevano in un solo giorno la visita alla Città vecchia di Tripoli - con le sue moschee e "madrasse" - e l'escursione a Bsherri, nella regione dei Cedri cantati dal "Salmo 104" (oggi un po' "spelacchiata"). Qui infatti si trova la chiesa rupestre del convento di Mar Sarkis, con la tomba semplicissima del nostro personaggio, e non lontana, la piccola e modesta casa che lo vide nascere. "Alfa" e "omega" della vita di quest'uomo stanno lì, sullo stesso fazzoletto di terra, dove al convento-museo e alla casa natale tocca la custodia dei suoi scritti e dei suoi quadri . Parliamo di un mistico creatore di formule visionarie, e, al contempo, di uno scrittore i cui libri passano di mano in mano, generazione dopo generazione. Già, chi non conosce titoli come "Il profeta" o "Le ali spezzate", "Gesù il figlio dell'uomo" o "Gli dei della terra"? Sì, parliamo di Khalil Gibran, - o meglio di Gubran Halil Gubran - libanese d'origine e statunitense d'adozione, uno capace di armonizzare le influenze più disparate: dal Vangelo a Nietzsche, dal Corano agli artisti rivoluzionari di Parigi e New York, da Dante alle "Upanishad", da Avicenna a Beethoven, dai "Preraffaelliti" a Blake. E capace d'influenzare con questi densi miscugli larga parte della cultura degli Anni '50 e '60 che l'ha venerato come un veggente straordinario per la sua visione del mondo. Affidata oltre che ai suoi scritti a tanti dipinti, questi però meno noti (in Italia ne finirono in mostra alcuni nel 1977 quando ci fu la canonizzazione del monaco libanese maronita Charbel). Ad offrirci un saggio del Gibran pittore (che frequentò l'«Académie des Beaux-Arts» di Parigi e le cui tele Auguste Rodin paragonò alle opere visionarie di William Blake) è Francesco Medici, tra i maggiori studiosi italiani di questo autore che più volte ne ha demolito lo stereotipo del «maestro spirituale», descrivendoci invece la sua «normalità», la sua «indole fragile e solitaria», le due anime: orientale e occidentale, spirituale e mondana. Ora ci propone "Venti disegni" (Edizioni "Giuseppe Laterza", 156 pp., 30 euro), riproposta di "Twenty Drawings", l'unico libro d'arte pubblicato in vita dell'Autore, apparso a New York nel 1919. La versione italiana è una sorta di "book in book", fedele all'originale, ma arricchita di nuovi testi. Quello introduttivo di Medici, la prefazione di un altro noto gibranista Edoardo Scognamiglio, frate conventuale minore e docente di teologia dogmatica, la postfazione di Curzia Ferrari, scrittrice e studiosa d'arte. Cuore dell'opera, con i suggestivi acquerelli "gibraniani" realizzati tra il 1916 e il 1919 e raffiguranti figure umane nude venate di spiritualità e senza "eros" (era Gibran a spiegare «Voglio rappresentare la Vita. E la Vita è nuda. La gente deve "reimparare" la castità del nudo»), due rari scritti dell'autore con testo arabo originale a fronte: una canzone (peraltro cantata da Fayrouz, celebre cantante mediorientale) e un racconto giovanile (dagli impressionanti toni "nietzschiani"). Per Medici, inserire Gibran, sia come pittore che come scrittore, nel vortice "new-age", esoterismo, è errato. «Vicino all'Islam e alle grandi religioni d'Oriente - per certi versi anche allo Zarathustra nietzschiano - spiega - , Gibran nacque in una famiglia di fede maronita (cristiana di rito orientale). Sviluppò da adulto un personale credo, da molti definito gibranismo». Un bel "sincretismo", insomma. «Sosteneva che l'uomo più religioso è quello che non pratica alcuna religione e si definiva un praticante della "Religione della Vita"», continua Medici, che aggiunge: «Resta tuttavia Gesù, per Gibran, il sommo "Maestro di Luce", mito ineguagliabile di bellezza spirituale e di indomita fierezza». Già. Solo un mito. Il mito di uno scrittore-pittore libanese, pronto a confidare a un amico che gli chiedeva perchè avesse scritto "Gesù, il Figlio dell'Uomo": «Sono stanco di sentire la gente parlare di Lui come di una gentile signora con la barba». Un Gesù lontano da quello autentico del cristianesimo? Conclude Medici: «Il suo Gesù è incarnazione dell'Uomo Perfetto (concetto caro ai "sufi", i mistici islamici), colui cioè che ha conseguito lo stato più elevato di prossimità a Dio, e insieme prova certa dell'assoluta presenza di Dio all'uomo».