EPISTOLARI
Pubblicate le
lettere che il vescovo brasiliano Camara scrisse durante il "Vaticano
II".
L’invito a riconoscere i peccati dell’Occidente verso i più poveri del
Pianeta.
Per un esame di coscienza dei cristiani.
Marco
Roncalli
("Avvenire",
23/4/’08)
Quasi trecento lettere piuttosto
confidenziali. Tutte datate e "vergate" su carta sottile. Piene di
vivaci commenti, dettagliati resoconti, piccoli ritratti, ma soprattutto di
riflessioni che dalle cronache quotidiane si dilatano ad analizzare tanti
bisogni della Chiesa e degli uomini. A scriverle – sempre prima dell’alba,
fra il 1962 e il 1965, durante gli anni del "Vaticano
II" – uno dei
"Padri Conciliari" più conosciuti – che non prendeva la parola in
"San Pietro", ma fuori era attivissimo: soprattutto in gruppi informali come
quello ecumenico e sulla povertà e come "stratega" nella
"maggioranza".
Stiamo parlando di Dom
Hélder Câmara.
Proprio lui, il vescovo ausiliare di Rio de Janeiro, poi, pochi giorni prima del
"golpe" del 31 marzo ’64, arcivescovo di Recife:
la "voce dei senza voce" del Nord Est del Brasile,
e successivamente, di tutta l’America Latina: dove – stando al "Sunday
Times" – nel ’70 era ancora considerato "l’uomo più
influente" dopo Fidel Castro. Un vescovo accusato (anche da qualche
confratello) di essere un "sovversivo" comunista e che invece scriveva
frasi limpide come: «Il modo più efficace di combattere il comunismo consiste
nell’affrontare, con coraggio e decisione, il problema sociale "Numero
Uno" dei nostri giorni: la permanenza sempre più numerosa e grave di due
terzi dell’umanità nel "sottosviluppo" e nella fame» (25 ottobre
’65). Destinatari di queste "missive" tanti amici lontani, uniti in
quella che prima viene chiamata con affetto «Famiglia del São Joaquim» (nome
legato al titolo del palazzo episcopale di Rio) e successivamente – quando si
aggiunsero i nuovi collaboratori di Recife – "Famiglia Mecejanense"
(dal nome della cittadina a sud di Fortaleza Mecejana – che per Dom Hélder
rappresentava il luogo dei sogni).
Anche a queste "famiglie" arrivano i bagliori di luce che rischiarano
le notti di veglie del nostro nella "città eterna" «in pieno mondo sviluppato».
E a loro – durante il pontificato di Giovanni
XXIII – queste
"circolari" rivelano «questo Concilio convocato da un Papa che
afferma la necessità di riformarci come cammino verso l’unità; un Concilio
che non nasce per condannare quelli che sono fuori, ma per fare un esame di
coscienza e un’"autocritica" di quelli che sono dentro» (25 ottobre
1962). E sempre a loro chiedono – tre anni dopo, con Paolo
VI – di comprendere
che «è il Concilio, cioè i vescovi del mondo intero in unione perfetta con il
Santo Padre e sotto la guida diretta dello Spirito Santo, è il Concilio l’autore
delle riforme che spetta a noi, popolo di Dio – vescovi, preti e laici –
eseguire», perché «fedeltà alla Chiesa non significa aggrapparsi al passato:
significa non vacillare mentre si accompagna la Chiesa che avanza» (5 dicembre
1965).
I due "stralci epistolari" appena riportati sono tratti dal volume
"Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II" ("San
Paolo", pagine 500, euro 28) da oggi in libreria. Curato da Sandra Biondo,
che ha tradotto dal portoghese sulle "Obras Completas" di Hélder
Câmara avviate cinque anni fa, è preceduto da un avvio alla lettura del
vescovo Luigi Bettazzi, che definisce il libro "sorprendente" anche
per chi come lui ha partecipato al "Vaticano II", «perché rivela
aspetti del Concilio che sfuggono normalmente agli osservatori e agli studiosi
del Concilio, ma che sfuggivano anche alla gran parte dei "Padri
Conciliari"».
In effetti, benché parzialmente anticipato in Italia nel 2006 da "Jaca
Book" con l’antologia "Le notti di un profeta. Dom Hélder Câmara
al Concilio", curata da José de Broucker (che l’anno scorso ha poi
pubblicato dalle "Editions du Cerf" la corrispondenza integrale in due
pesanti "tomi"), l’opera, nella sua forte autenticità, offre ancora
sorprese al lettore. E se è "acclarato" che le "missive"
del vescovo brasiliano nacquero come testimonianza utile alla riflessione degli
amici del suo tempo e non dei futuri storici, allo stesso spirito sembrano
richiamarsi le scelte della curatrice. Intenta non a proporre un’edizione di
alto rigore "storiografico", ma a far conoscere subito la personalità
del "Dom" e il suo lavoro dietro le quinte del Concilio. E incline
perciò a scegliere le parti dell’epistolario più adatte a mostrare a tutti
il profilo di un "mistico attivo": legato ad una forte spiritualità ,
ma anche pieno di "dinamismo"; un vescovo audace in ogni incontro
comprese le "udienze papali", ma sempre pronto ad
"annientarsi" per servire la Chiesa nella fedeltà a Cristo. Non per
questo tuttavia non si può leggere questa corrispondenza come fonte almeno
complementare per la storia del "Vaticano II", del cammino ecumenico,
per la conoscenza di vicende che hanno avuto al centro protagonisti come don
Dossetti, Giorgio La Pira, Frère
Roger di Taizé,
Loris Capovilla, Lanza del Vasto, Jean Guitton ricordati in queste pagine. O
come documento di un impegno da molti definito "profetico", segnato
dalla lotta contro le strutture generanti le povertà, ma a partire da "una
fede incrollabile", nella ricerca del «dialogo fra i due mondi, quello
"sviluppato" e quello "sottosviluppato"».
Non mancano pagine destinate a far discutere. Perché a Dom Hélder stanno a
cuore anche i problemi del controllo delle nascite o i drammi dei coniugi
innocenti, e per questo auspica: «I paesi dell’abbondanza [...] faranno tutto
il possibile, per far evitare l’equivoco di identificare il "birth
control" con lo sviluppo, e l’assurdità di campagne
"anticoncezionali" indiscriminate e lesive del rispetto verso la
famiglia» (25 ottobre ’65). Ma si veda anche la "riservata" del
mese successivo sul ritorno di Paolo VI alla "Casti connubii", «dopo
aver proibito che il Concilio discutesse il problema della regolazione delle
nascite e aver affidato l’argomento a una "pontificia commissione"
di periti», con la frase: «Se si tratta di obbedire, noi tutti siamo disposti
a farlo, per grazia divina. Ma che il Santo Padre si assuma le sue
responsabilità». Dom Hélder è convinto di amare davvero Paolo VI anche
offrendogli i suoi consigli. Ma ha il senso del limite.
Scrive nell’ultima lettera ai suoi, il 7 dicembre 1965: «State tranquilli:
niente di tutto questo mi "intontisce" o mi fa dimenticare l’essenziale.
La cosa più essenziale è essere "santi" per davvero: essere sempre
più uniti a Cristo e metterci nelle mani del Padre, con o senza salute, potendo
lavorare oppure no, con o senza possibilità di agire, in terra o in cielo…».