EPISTOLARI

RITAGLI     Il "Concilio" di Dom Hélder     DOCUMENTI

Pubblicate le lettere che il vescovo brasiliano Camara scrisse durante il "Vaticano II".
L’invito a riconoscere i peccati dell’Occidente verso i più poveri del Pianeta.
Per un esame di coscienza dei cristiani.

DOM HELDER CAMARA (1909-1999).

Marco Roncalli
("Avvenire", 23/4/’08)

Quasi trecento lettere piuttosto confidenziali. Tutte datate e "vergate" su carta sottile. Piene di vivaci commenti, dettagliati resoconti, piccoli ritratti, ma soprattutto di riflessioni che dalle cronache quotidiane si dilatano ad analizzare tanti bisogni della Chiesa e degli uomini. A scriverle – sempre prima dell’alba, fra il 1962 e il 1965, durante gli anni del "Vaticano II" – uno dei "Padri Conciliari" più conosciuti – che non prendeva la parola in "San Pietro", ma fuori era attivissimo: soprattutto in gruppi informali come quello ecumenico e sulla povertà e come "stratega" nella "maggioranza".
Stiamo parlando di
Dom Hélder Câmara. Proprio lui, il vescovo ausiliare di Rio de Janeiro, poi, pochi giorni prima del "golpe" del 31 marzo ’64, arcivescovo di Recife: la "voce dei senza voce" del Nord Est del Brasile, e successivamente, di tutta l’America Latina: dove – stando al "Sunday Times" – nel ’70 era ancora considerato "l’uomo più influente" dopo Fidel Castro. Un vescovo accusato (anche da qualche confratello) di essere un "sovversivo" comunista e che invece scriveva frasi limpide come: «Il modo più efficace di combattere il comunismo consiste nell’affrontare, con coraggio e decisione, il problema sociale "Numero Uno" dei nostri giorni: la permanenza sempre più numerosa e grave di due terzi dell’umanità nel "sottosviluppo" e nella fame» (25 ottobre ’65). Destinatari di queste "missive" tanti amici lontani, uniti in quella che prima viene chiamata con affetto «Famiglia del São Joaquim» (nome legato al titolo del palazzo episcopale di Rio) e successivamente – quando si aggiunsero i nuovi collaboratori di Recife – "Famiglia Mecejanense" (dal nome della cittadina a sud di Fortaleza Mecejana – che per Dom Hélder rappresentava il luogo dei sogni).
Anche a queste "famiglie" arrivano i bagliori di luce che rischiarano le notti di veglie del nostro nella "città eterna" «in pieno mondo sviluppato».
E a loro – durante il pontificato di
Giovanni XXIII – queste "circolari" rivelano «questo Concilio convocato da un Papa che afferma la necessità di riformarci come cammino verso l’unità; un Concilio che non nasce per condannare quelli che sono fuori, ma per fare un esame di coscienza e un’"autocritica" di quelli che sono dentro» (25 ottobre 1962). E sempre a loro chiedono – tre anni dopo, con Paolo VI – di comprendere che «è il Concilio, cioè i vescovi del mondo intero in unione perfetta con il Santo Padre e sotto la guida diretta dello Spirito Santo, è il Concilio l’autore delle riforme che spetta a noi, popolo di Dio – vescovi, preti e laici – eseguire», perché «fedeltà alla Chiesa non significa aggrapparsi al passato: significa non vacillare mentre si accompagna la Chiesa che avanza» (5 dicembre 1965).
I due "stralci epistolari" appena riportati sono tratti dal volume "Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II" ("San Paolo", pagine 500, euro 28) da oggi in libreria. Curato da Sandra Biondo, che ha tradotto dal portoghese sulle "Obras Completas" di Hélder Câmara avviate cinque anni fa, è preceduto da un avvio alla lettura del vescovo Luigi Bettazzi, che definisce il libro "sorprendente" anche per chi come lui ha partecipato al "Vaticano II", «perché rivela aspetti del Concilio che sfuggono normalmente agli osservatori e agli studiosi del Concilio, ma che sfuggivano anche alla gran parte dei "Padri Conciliari"».
In effetti, benché parzialmente anticipato in Italia nel 2006 da "Jaca Book" con l’antologia "Le notti di un profeta. Dom Hélder Câmara al Concilio", curata da José de Broucker (che l’anno scorso ha poi pubblicato dalle "Editions du Cerf" la corrispondenza integrale in due pesanti "tomi"), l’opera, nella sua forte autenticità, offre ancora sorprese al lettore. E se è "acclarato" che le "missive" del vescovo brasiliano nacquero come testimonianza utile alla riflessione degli amici del suo tempo e non dei futuri storici, allo stesso spirito sembrano richiamarsi le scelte della curatrice. Intenta non a proporre un’edizione di alto rigore "storiografico", ma a far conoscere subito la personalità del "Dom" e il suo lavoro dietro le quinte del Concilio. E incline perciò a scegliere le parti dell’epistolario più adatte a mostrare a tutti il profilo di un "mistico attivo": legato ad una forte spiritualità , ma anche pieno di "dinamismo"; un vescovo audace in ogni incontro comprese le "udienze papali", ma sempre pronto ad "annientarsi" per servire la Chiesa nella fedeltà a Cristo. Non per questo tuttavia non si può leggere questa corrispondenza come fonte almeno complementare per la storia del "Vaticano II", del cammino ecumenico, per la conoscenza di vicende che hanno avuto al centro protagonisti come don Dossetti, Giorgio La Pira,
Frère Roger di Taizé, Loris Capovilla, Lanza del Vasto, Jean Guitton ricordati in queste pagine. O come documento di un impegno da molti definito "profetico", segnato dalla lotta contro le strutture generanti le povertà, ma a partire da "una fede incrollabile", nella ricerca del «dialogo fra i due mondi, quello "sviluppato" e quello "sottosviluppato"».
Non mancano pagine destinate a far discutere. Perché a Dom Hélder stanno a cuore anche i problemi del controllo delle nascite o i drammi dei coniugi innocenti, e per questo auspica: «I paesi dell’abbondanza [...] faranno tutto il possibile, per far evitare l’equivoco di identificare il "birth control" con lo sviluppo, e l’assurdità di campagne "anticoncezionali" indiscriminate e lesive del rispetto verso la famiglia» (25 ottobre ’65). Ma si veda anche la "riservata" del mese successivo sul ritorno di Paolo VI alla "Casti connubii", «dopo aver proibito che il Concilio discutesse il problema della regolazione delle nascite e aver affidato l’argomento a una "pontificia commissione" di periti», con la frase: «Se si tratta di obbedire, noi tutti siamo disposti a farlo, per grazia divina. Ma che il Santo Padre si assuma le sue responsabilità». Dom Hélder è convinto di amare davvero Paolo VI anche offrendogli i suoi consigli. Ma ha il senso del limite.
Scrive nell’ultima lettera ai suoi, il 7 dicembre 1965: «State tranquilli: niente di tutto questo mi "intontisce" o mi fa dimenticare l’essenziale. La cosa più essenziale è essere "santi" per davvero: essere sempre più uniti a Cristo e metterci nelle mani del Padre, con o senza salute, potendo lavorare oppure no, con o senza possibilità di agire, in terra o in cielo…».