SPIRITUALITÀ

Moriva, 20 anni fa, un protagonista del cattolicesimo italiano del "dopoguerra".
Varie iniziative ne ricordano la figura.

RITAGLI     Carlo Carretto, azione e contemplazione     MISSIONE AMICIZIA

Da "leader" dell’"Azione Cattolica" a "Piccolo Fratello di Gesù",
sulle orme di Charles de Foucauld:
poi il ritiro in preghiera a Spello.
Portare il "Vangelo" nelle città, fra la gente…
Diceva: «Amando scoprirai la strada e ascolterai la voce, amando troverai la pace».

FR. CARLO CARRETTO (1910-1988).

Marco Roncalli
("Avvenire", 11/10/’08)

Gli amici sono andati a trovarlo sulla sua tomba, al Cimitero di San Girolamo, a Spello, dove la Comunità "Jesus Caritas" si è stretta intorno al Priore Giancarlo Sibilia. Ci sono "anniversari" che non possono fare troppo rumore. Ma solo perché, di fatto, si propongono non di celebrare una vita nella memoria, ma una memoria nella vita.
Perché non hanno bisogno di riti, di dimostrazioni, tantomeno di retorica, per irrobustire o dar lustro a un esempio che nulla ha perso della sua forza prorompente. È accaduto anche con il "ventesimo" della morte di
Fratel Carlo Carretto, figura assai rilevante nel mondo cattolico del ’900 italiano (e non solo): prima "leader" dell’"Azione Cattolica Italiana" («la piccola "chiesa" che mi aiutò a capire la grande "Chiesa", e a restare in essa»), poi "Piccolo Fratello di Gesù" (sulle orme di Charles de Foucauld), dieci anni in Algeria, il ritiro a Spello, e tante pagine divenute "classici" della spiritualità cristiana contemporanea. Anzi, dev’essere successo anche dell’altro, se – non dimenticandoci la sua capacità di armonizzare percorso personale e associativo, testimonianza di fede e impegno per il bene comune – la lezione di Fratel Carlo resta attuale. Con le sue indicazioni tese a esaltare la necessità dell’accoglienza e il primato dello spirituale, la pienezza dinamica della storia e lo sguardo rivolto al Padre. Con le sue prese di distanza da quanti fanno i "furbi" con Dio (categoria di uomini detestata dal "Vangelo"), e da quanti pongono condizioni all’Eterno, all’Infinito (mentre questi lasciano che sia il tempo a distruggerli). Con una spiritualità, in sintesi, che scaturisce dal singolo incontro con Dio e poi si arricchisce con l’uomo della strada («Amando scoprirai la strada; amando ascolterai la voce, amando troverai la pace»). Ed è tenendo presente questo "amore", che possiamo rileggere la vita di Carretto misurando la distanza che ci separa vent’anni dopo la sua morte, il 4 Ottobre ’88. Un "congedo" che siglava una vita durata settantotto anni, segnata almeno da tre "chiamate": la prima, che determinò la sua "conversione", quando aveva diciott’anni e faceva il maestro elementare (e durante una "confessione" avvertì «nel silenzio dell’anima il passaggio di Dio»); la seconda, a ventitré anni, quando rinunciò al matrimonio per consacrarsi a Dio senza difficoltà («tutto era cambiato in me; a me sarebbe parso strano innamorarmi di una ragazza, tanto Dio riempiva la mia vita»); la terza, decisiva, nel 1954, che lo introduceva alla "vita contemplativa", quella volta in cui disse "sì" senza capire («Lascia tutto, e vieni con me nel "deserto". Non voglio più la tua "azione", voglio la tua preghiera, il tuo amore»).
Carretto si sarebbe lasciato alle spalle decenni di "azione", di impegno educativo nelle scuole, poi alla fine della "Seconda Guerra Mondiale" di impegno organizzativo a Roma, tra
Pio XII e Luigi Gedda. Con momenti "vistosi" durante la sua Presidenza alla "Giac" – la "Gioventù Italiana di Azione Cattolica" – come l’adunata romana nel ’48 dei trecentomila "baschi verdi"; e con i successivi contrasti esplosi attorno al ’52 per il disaccordo con quella parte di mondo cattolico pronta all’alleanza con la "Destra". L’8 Dicembre ’54 la partenza, per il "noviziato" di El Abiodh, vicino a Orano. Il tempo di una svolta, poi di quella famosa "coupure" richiestagli ed eseguita con coraggio e abbandono in Dio («Presi l’"indirizzario", che era per me come l’ultimo legame al passato, ed andai a bruciarlo dietro una duna durante una giornata di "ritiro". Rivedo ancora i resti "anneriti" del quaderno. […] Ma bruciare un indirizzo non significava distruggere l’amicizia...»). Ma neppure il deserto africano costituì l’approdo definitivo. La "vocazione" di Carretto era in realtà la "contemplazione" sulle strade, nelle città, fra gli uomini: a realizzare il "Discorso della Montagna", vivendo il "Vangelo" con onestà, non tanto come una serie di "precetti", quanto piuttosto come una ricerca di Gesù nel volto dell’altro. E nella convinzione che fosse diffusa «una "istanza" di porgere un cristianesimo più aderente alla "vita moderna"... di presentazione delle verità in una forma più vicina alla mentalità degli uomini di oggi»: così affermava inascoltato nel Novembre del 1951, con parole poi echeggiate all’annuncio del "Concilio Vaticano II" da parte di Giovanni XXIII. Proprio ciò che fece al rientro in Italia nel ’65, dando avvio a Spello a una nuova "Fraternità" dedita alla preghiera e all’accoglienza, fra "profezia" e "servizio": «Quando mi toccherà vivere con uomini che non la pensano come me, che si dicono "nemici" della mia fede, io li amerò, e amandoli metterò nel mio cuore e nel loro il principio possibile di un "dialogo" futuro, perché ciò che conta è amare».