RIFLESSIONE

RITAGLI     «BEATI VOI CHE NON AVETE VISTO,     DOCUMENTI
EPPURE CREDETE!»

ERMES M. RONCHI

L'incredulità di San Tommaso Apostolo di fronte alla Resurrezione di Cristo (Caravaggio, 1600-1601).

«Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani,
stendi la tua mano e mettila nel mio costato
e non essere più incredulo ma credente!».
( Gv 20, 19-31 )

«Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede». Noi cercatori di vita, per questo siamo qui, alle sorgenti della vita, per ricevere la vita stessa di Dio. Perché la vita dell'uomo non basta. Per questo forse tutti facciamo la strada di Tommaso, noi che non abbiamo visto, noi che non abbiamo toccato, noi che non abbiamo udito le parole uscite dalla bocca del Signore. Noi siamo qui come Tommaso a sentire per noi la "Beatitudine" di Cristo: «Beati voi che non avete visto eppure credete». Povero, caro Tommaso, diventato addirittura proverbiale! Eppure ha ragione, vuole delle garanzie, perché ha capito una cosa: se Gesù è vivo, la sua vita cambia. Non si costruisce niente su delle fantasie.

Tommaso vuole una garanzia, perché se Gesù è vivo, allora il "Vangelo" è vero. E il "Vangelo" prende tutta la vita. E Gesù non lo rimprovera per questo. Non ci rimprovera per tutte le volte che noi cerchiamo delle prove. I teologi sì, l'avrebbero rimproverato, Tommaso. I teologi forse avrebbero scritto un altro "Vangelo" più puro, più duro, più austero, secondo loro.

Avrebbero fatto dire a Gesù: «Non chiedete delle prove; non siate infantili! Fidatevi!». Invece Gesù dice tre verbi semplicissimi e concreti: "guarda", "metti", "tocca". Perché egli non è un fantasma. Perché non è la proiezione dei nostri desidèri, perché non è un frutto immaginario del mio cuore, perché non è figlio di una illusione, non è un mito.

Lo dirà nel "Vangelo di Luca": «Io non sono un fantasma» (Lc 24, 39). C'è un foro nelle sue mani, dove il dito di Tommaso può entrare, c'è uno squarcio nel petto, dove una mano può entrare.

E io dico grazie a Tommaso, perché anch'io ho bisogno che Gesù non sia un fantasma. E nella mano di Tommaso c'è la mia mano, ci sono tutte le nostre mani, di noi che crediamo senza aver toccato, ma perché altri hanno toccato, perché altri sono testimoni. Con fierezza l'Apostolo Giovanni scrive: «Ciò che noi abbiamo toccato, ciò che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita, questo e solo questo noi vi annunciamo» (1 Gv 1, 1).

A ciascuno di noi Gesù ripete: «Guarda, stendi la mano, tocca». Cioè «ritorna ai giorni della Croce, guarda a fondo, ascolta la parola della Croce, fino alla vertigine guarda dentro quei fori. Riporta i tuoi dubbi al luogo della Croce. Non stancarti di ascoltare la passione di Dio». È la sua parola suprema: è la Croce che ci fa credere, sono le piaghe di Cristo. Ma ciò in cui crediamo è la vittoria della Croce, le piaghe diventate luminose. Gesù oggi non nasconde, quasi esibisce le sue ferite: il foro dei chiodi, toccalo! Il costato, puoi entrarci con una mano!

Piaghe che non ci saremmo aspettati, convinti che la risurrezione avrebbe rimarginato, chiuso, cancellato per sempre le ferite del Venerdì Santo, le stigmate del dolore. E invece no.

Perché la Pasqua non è il superamento gioioso della passione, ne è la continuazione, il frutto maturo, la conseguenza. Le piaghe restano, per sempre. Ed è proprio a causa di quelle piaghe che Cristo è stato risuscitato. L'amore ha scritto la sua storia sul corpo del Nazareno con la scrittura delle ferite: amore incancellabile, e per questo ferite incancellabili.

E luminose: dalle piaghe del Risorto non sgorga più sangue, ma luce; le ferite non sfigurano, ma trasfigurano. Allora capiamo che il cuore ferito con le sue cicatrici, il nostro cuore come il suo cuore, può diventare più capace d'amore, e di guarigione, possiamo tutti diventare dei «guaritori feriti» (Henri J. M. Nouwen).

Proprio attraverso quelle ferite che ci parevano colpi duri o insensati della vita, proprio per quelle, noi diventiamo capaci a nostra volta di comprendere altri, di venire in aiuto ad altri nell'attraversare le stesse tempeste. Credo che conosciamo tutti dei ragazzi vittime della droga, che poi diventano a loro volta dei salvatori di altre vittime.

La nostra debolezza allora, come quella di Pietro, dei discepoli, di Maddalena, non è un ostacolo, ma una risorsa per meglio seguire il Signore, per meglio venire in aiuto ad altri. La debolezza non è più un limite, ma si trasfigura in opportunità.

Per tre volte il "Vangelo" oggi parla di "pace donata" da Gesù. E la sua pace scende nei nostri cuori stanchi e paurosi: in questi giorni in cui la guerra è nelle immagini, nella vita di molti, la pace scende sulla nostra vicenda di peccatori sconfitti, sulle nostre delusioni, sui nostri deserti storici insanguinati. Ed è a questa esperienza di pace che Tommaso si arrende. Il "Vangelo" non dice che lui abbia toccato il Signore. È alla pace che si arrende, passando dall'incredulità all'estasi. Così noi e la nostra fede, a questa esperienza interiore ci arrendiamo, a questa promessa, a questo incoraggiamento tenace che può attraversare tutta la tristezza della vita e tutta la storia insanguinata.

«Beati quelli» dice Gesù «che senza aver visto crederanno». E l'esperienza interiore della pace davanti alla Croce di Cristo ci aiuterà molto a credere.

«Beati». Una "Beatitudine" che finalmente sento mia. Le altre "Beatitudini" le ho sentite troppo difficili, cose per pochi coraggiosi, per pochi veramente affamati d'immenso. Questa la sento mia, consolante: "credere senza aver veduto". Finalmente una "Beatitudine" per tutti, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede, per chi ricomincia. Felicità, dice Gesù, per quanti credono. Prendiamola, questa parola, come un tesoro. Per quanti credono è una vita non diventata più facile, ma una vita più piena e appassionata, ferita e vibrante, ferita e luminosa, piagata e guaritrice.

«Beati», ultima parola di Cristo: la fede è il rischio di essere felici. Così termina il "Vangelo", così inizia il nostro discepolato. Col rischio di essere felici portando le nostre piaghe di luce. L'augurio che faccio a me e a voi è di poter cogliere, ancora una volta, il Dio sensibile al cuore, che mi fa dire: «Mio Dio, mio Signore»; con quel piccolo aggettivo che cambia tutto, che ci ricorda il "Cantico dei Cantici": «Il mio amore è per me e io per lui» (Ct 6, 3). Questo "mio" che indica amore come per Maria di Magdala: «Hanno portato via il mio Signore» (Gv 20, 13). Questo "mio" che indica vicinanza, adesione, scambio di vita, partecipazione.

Allora auguro, a voi e a me, di poter dire: «Mio Signore, mio Dio». Allora la vitalità di Dio mi è compagna dei giorni, l'avverto, la cerco, energia che sale, dice e ridice, non tace mai, dà appuntamenti, si dilata dentro, mette gemme di luce, mi offre due mani piagate perché ci riposi e riprenda fiato e coraggio. E dico a me stesso: io appartengo a un Dio vivo, non a un Dio compianto... E questa parola mi è dolce e fortissima compagnia: io appartengo a un Dio vivo!