Felice oggi la Chiesa. Parte la causa di beatificazione...
Quel punto segreto di Karol il grande!
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Pensavamo di conoscerlo. Ce lo hanno fatto
vedere, raccontato. Anche troppo. O forse non abbastanza. Non lo conosciamo
ancora bene. Perché è adesso che di lui si inizia a sapere veramente. Finora
avevano guardato a lui soprattutto gli occhi del popolo e gli occhi dei
mass-media. Lo avevano ammirato.
Oggi iniziano a guardare la sua vita con gli occhi della Chiesa. La vita
dell'uomo Karol Wojtyla, del prete e del Papa che quell'uomo è stato. La
santità è la cosa meno scontata che ci sia. Nel nostro mondo, c'è una forma
laica e scontata di santità: è la fama. Uno che è famoso (quasi quasi non
importa per che cosa) è subito guardato con rispetto e onorato dal popolo e
anche dalle istituzioni. Se uno è famoso viene invitato dai governi centrali e
locali, dalle istituzioni pubbliche ed onorato. Invece per la santità della
Chiesa, la faccenda va diversamente, molto diversamente. Sono diventati santi
persone che, in partenza, sembravano poco attrezzate per esserlo. Gente di
nessuna fama. Ma il cui merito è stato grande. Ci sono santi che già in vita
hanno evidentemente acquisito un grande merito. Per quello che hanno fondato,
per la carità offerta, per la fede mostrata. Il popolo arriva a chiamarli
"santi" prima che la Chiesa li riconosca come tali. Il popolo su
questo genere di cose non fallisce di molto. Ma la Chiesa indica agli occhi del
popolo sia quei santi già "evidenti" sia quelli più oscuri,
dimenticati dalle cronache. Perché la santità è cosa diversa dalla fama, e
dall'onore conquistato nel mondo. A diciannove anni Karol Wojtyla aveva scritto
una poesia, titolata Magnificat. Allora nessuno lo conosceva. Spero che sia
messa agli atti del "processo di canonizzazione". Non so se le poesie
valgono qualcosa per l'acquisto della santità. Questa poesia sicuramente sì.
In essa il giovane Karol ringraziava Dio di averlo "intagliato" da un
"tronco di tiglio". E per aver "dilatato il mio petto in un canto
primordiale, perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell'azzurro". E
finiva, in una specie di poetica profezia, ringraziando uno scultore polacco, ma
evidentemente riferendosi anche a Dio: «Benedetto l'Intagliatore di santi -
slavo e profeta». Lui sapeva di essere nelle mani di un grande Artista. E che
la sua gioia umana si sarebbe compiuta nel divenire opera di un Altro. Lo aveva
imparato da ragazzo. Aveva visto che mentre la cultura di oggi promette il
compimento attraverso il potere, il possesso, la riuscita, la sua grande
avventura sarebbe stata l'appartenenza a Dio. Come ha ricordato di recente il
suo amico e attuale Papa Benedetto: l'appartenenza a Dio è la più profonda e
la più degna statura dell'uomo. Viene prima, come radice e come giudizio su
qualsiasi altra, fosse anche la legge o lo Stato.
Oggi la Chiesa, rispondendo con sollecitudine e, se così si può dire, anche
con allegria, alle grida e alla fede del popolo, mette gli occhi sulla materia
intagliata di quella vita. Che ci è fiorita davanti e per tutto il mondo nella
missione del giovane poeta divenuto Papa. Sarà un compito delicato per coloro
che lo svolgeranno. E sarà interessante per noi imparare a conoscere l'uomo di
cui pensavamo di sapere quasi tutto. Un antico adagio medievale ricorda che ogni
uomo è un segreto a se stesso. In quel segreto oggi alcuni uomini punteranno
gli occhi. Non per curiosare, né per pretendere di esaurirlo. Ma per dare a
quel segreto un nome, il nome della speciale predilezione del Padre a uno dei
suoi figli per la vita di tutti noi, altri suoi figli. Il santo, infatti, ha una
funzione pubblica. Svolge quella funzione che nessun altro - nemmeno chi dice di
amarci da morire – può svolgere così bene: ci lascia meno soli, meno
abbandonati nella vita, più vicini al suo significato e al suo vero ultimo
onore. Ti aspettiamo, caro Papa, che abbiamo conosciuto e che non conoscevamo.
Davide Rondoni
( "Avvenire" - 28/6/2005 )