Il
dramma (e le speranze) dei bambini della Sierra Leone
Davide
Rondoni
("Avvenire", 20/12/’05)
Il suo nome non vi dirà molto.
Si scrive Santilli, va pronunciato con l’accento alla fine. È un bimbo dal
viso simpatico, uno dei tanti che passerà il Natale in un hotel davanti all’oceano.
No, non si tratta di un pargolo al seguito di una famiglia in vacanza dove si
può passare dicembre in spiaggia. Lui lì ci abita, per così dire. E la
famiglia non sa bene come è fatta e se ce l’ha veramente. Quando mi corre
incontro ha un passo un po’ sghembo per via di una poliomielite che lo ha
lavorato agli arti di sinistra. Ha un sorriso da birba. Mi dà la mano. Lo fanno
in tanti qui. Bambini che sbucano da ogni parte. In un posto meraviglioso. E
tremendo. Questo ex albergo è in Sierra Leone sulle coste dell’Oceano
atlantico. Qui Bepi Berton, un padre saveriano ormai conosciuto in tutto il
mondo per il suo lavoro di recupero dei bambini che furono arruolati a forza
nelle file dei guerriglieri, ha una delle sedi della attività di accoglienza.
Bambini con storie di ogni tipo vengono riaffilati alla vita in seno a delle
famiglie che li "adottano" per un po’ di tempo. Un movimento di
famiglie che accolgono, e provano a fare una rete, tirar su e tirar via da
ricordi a volte orrendi di storie di guerra, di morte, di macelli. E poi a
metter a scuola, cercar lavoro…
Santilli è uno dei fortunati che sono capitati "addosso" a padre
Berton. Ne ha visti tanti in questi anni. Come lui tanti altri provano da queste
parti a trarre via dall’immondizia e dall’inedia queste perle di bambini.
Per dare un futuro alla Sierra Leone, martoriata dalla recente guerra civile,
quella famosa anche per l’uso spietato di tanti bambini soldato. Ma
soprattutto per dare un futuro a ciascuno di loro. Qui vedi maree di bambini
sbattuti come niente tra rifiuti, ferri vecchi, carcasse di ogni genere, in
casupole fatiscenti, in mezzo a bestialità di ogni genere. Bambini e ribrezzo
per le strade. Pompei, duemila anni orsono nelle campagne vesuviane, era già di
gran lunga più sviluppata della maggior parte di Freetown, la capitale. Città
dei liberi, la chiamano.
In questi luoghi capisci meglio Dio. E capisci meglio il Natale. Per alcuni Dio
invece proprio in questi posti non si capisce più.
E invece io lo capisco. Perché dinanzi alla domanda di migliore sorte, di
miglior speranza che ti invade vedendo tutti, tutti questi piccoli, la loro
"massa", la ressa che fanno ai finestrini, i saluti con i bei sorrisi
tra le catapecchie, dinanzi a tutto questo capisci che non c’è altro modo per
far qualcosa che entrare in rapporto uno ad uno, con tutti quelli che puoi. Dio
ha fatto così. Non ci ha salvato in massa, dopo averci divisi i contingenti o
distribuiti in collegi. Non s’è fatto incontro a noi in modo generico. Si
poteva disperare, Dio, come viene a me da disperarmi a vedere quanti sono,
quanti vengono giù, e cos’hanno e cosa non hanno… Ma Bepi Berton,
analogamente a Dio, si è messo compagno di uno, di due, di cento, di tanti… Il
popolo dei suoi bambini. Uno, Santilli, l’altra Saina… E Sahk l’ex
combattente che ha messo su un forno con sua madre, e Betty dolce di quindici
anni, che ha già ucciso… E John Jo Tambura, un poliomielitico adulto, solo al
mondo che si occupa di un ragazzino, anche lui colpito da polio e abbandonato.
Una goccia nel mare. Nel mare dell’abbandono e del disastro. Ma lo stesso
metodo del Natale. Dio che si fa incontro a uno a uno. Per non fermarsi alla
soglia della disperazione di fronte ai mali del mondo. Un Dio che non guarda al
male di tutti gli uomini, che non si arresta a recriminare di fronte alla grande
Desolazione della città dei liberi, ma si muove incontro alla speranza del
singolo.
Anche in questo Natale, noi Santilli del mondo arriviamo in scivolata per la
contentezza.