L’ultima "velleità" degli "utopici" da passeggio

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togliendo i poveri d’attorno

Davide Rondoni
("Avvenire", 27/7/’08)

E come facciamo ora?
Ora che tanti poveri sono già nelle nostre strade, sotto casa, sui mari, sotto l’occhio dei "media" o nascosti dietro colonne, sui gradini o dove negli angoli bui delle città… Come fare, ora che siamo combattuti, noi cristiani come tutti, tra pietà e sconforto, e insomma in questo disagio immenso…Chi non provasse disagio, chi dicesse: so come fare, ecco sarebbe il primo segno che è davvero finita, che l’orgoglio, o l’ideologia, o l’egoismo sono diventati l’ultima parola.
Perché l’esistenza, l’affacciarsi del povero, da sempre, crea un disagio "irrisolvibile". Un disagio che ci fa riconoscere che il mondo non è quel che vogliamo, e pure che poco spendiamo di noi per gli altri. Che si pensi di placare il disagio ricorrendo a qualche bella "utopia", o dall’altra ricorrendo alle facili espressioni di "chiusura", è uno dei segni che la presunzione moderna di eliminare i mali del mondo ha toccato qui un’altra delle sue sconfitte, delle sue peggiori "disillusioni".
Al di là delle inutili polemiche "pretestuose" e politiche, vediamo che c’è chi di fronte al disagio si affida ad alcune vecchie "utopie", presumendo che si possa creare un bel "paradisino" in terra (o in Italia) dove senza più conflitto ognuno s’accomoda dove vuole e fa quel che desidera. E così facendo e sognando si sentono buoni. Dall’altra parte vediamo altri che pensano di placare il disagio lasciando fuori il problema, chiudendo le porte, opponendo una cosa giusta – la sicurezza e il benessere – a un’altra cosa giusta, il soccorso del povero.
E si sentono "realisti". Ma quando si devono opporre due cose giuste significa che c’è una crisi. E anche laddove si ascoltano discorsi giusti, come quelli di chi invita a distinguere la povertà da forme anche organizzate di "accattonaggio", o le parole di chi invita lo Stato a valorizzare le risorse della "sussidiarietà" e della società, della carità, non per questo cessa il disagio, il grande disagio che porta il povero, visibile e invisibile, tra noi.
E si sarebbe tentati di dire: "non si sa come fare". Anche non volendo oscillare tra gli estremi della inutile e deleteria "utopia" e della egoistica e inutile "chiusura", sembra che non si sappia cosa fare, come essere, e dove guardare. Ma i cristiani hanno il Vangelo. Dove è chiaro che Gesù ha avuto uno sguardo di preferenza per i poveri (di ogni genere, poveri di beni e poveri di senso) e ha detto anche che li avremo sempre tra noi. Dove invita a prendersi cura del prossimo, di là da ogni differenza, perché ogni "casa" fatta a un povero è come se fosse fatta a Lui. Massima apertura della carità, dunque, accompagnata alla massima consapevolezza che non per questo costruiremo il "paradiso" in terra.
Insomma, nel Vangelo non c’è la "soluzione" forse perché "soluzione" non c’è, ma invito a una instancabile carità svolta guardando il volto di Gesù. La carità non è un "affare di Stato". È un’azione delle persone. L’"autorità" dello Stato – che il Vangelo riconosce senza "idolatrarla" – deve seguire preoccupazioni e criteri inerenti alla sua funzione. Che è di assicurare il più possibile benessere a chi ci vive e a chi arriva, ma anche richiamare la "comunità internazionale" a non "speculare" sull’"affare migratorio". E qualunque siano le decisioni dei Governi che si susseguono, decisioni sempre "perfettibili", non cambia il riferimento dei cristiani. Il Vangelo non è il "Libro della Domenica". Ma il racconto di un atteggiamento – quello di Gesù – verso le questioni della vita umana. Quelle che ci toccano tutti i giorni. Il disagio, il grande disagio di tutti in questi giorni, richiami i Governanti a leggi umane, eque, "sostenibili". E non lasci in pace i cristiani, spingendoli al Vangelo.