Davide Rondoni
Via Mar Glaciale Artico. Ha questo nome la strada di Ostia sul cui ciglio è
stato trovato l'altro giorno il corpo di un polacco di 41 anni morto di freddo e
d'abbandono. Era stato messo su una carriola e coperto. I compagni di sventura
gli avevano lasciato un cartello sul petto con nome e nazionalità.
Quella carriola, con il suo tremendo e dolce umano carico, abbandonata su una
via dal nome che evoca ghiacci e immobilità è un emblema dei tempi che ci
stanno venendo incontro. In precedenza era successo anche a Bergamo e Bolzano.
Ieri in via Malagrotta, a Roma, un altro uomo, di 37 anni, anch'egli polacco, è
stato trovato morto sull'auto che usava da abitazione. Italia come Malagrotta?
Come mala cavità di sofferenze estreme e invisibili?
Nomi di vie, nomi di destini, nelle nostre città anonime. Il Generale Inverno,
che quest'anno fa sul serio, sta mietendo troppe vittime. E non nelle lontane
steppe della Russia dove fu inventato quell'epiteto a un'arma formidabile (e
naturale) contro l'invasore. Qui l'inverno non soffia tra mucchi di neve gelata,
fra trincee abitate da soldati malnutriti. No, passa e miete vittime qui, nella
quasi invisibile guerra che si combatte tra edifici come alveari di ricchi
appartamenti, di confortevoli salotti e di tv ronzanti accese su lustrini e
banalità. Miete vittime nella guerra che tanti combattono per campare mentre
troppi combattono per non annoiarsi. Miete vittime spesso tra coloro che venendo
da lontano sono invasori miseri, disarmati. Che perdono la loro guerra
solitaria.
La carriola con quel sacro e abbandonato corpo nella via di Ostia, la morte
silenziosa nell'auto in sosta: sono questi i colpi da cui la nostra società
dovrebbe difendersi. È quella la trincea su cui la nostra politica dovrebbe
dall'inizio concentrare le sue armi migliori. Nessuna indagine sociologica,
nessuna inchiesta può veramente capire com'è possibile che la vita di un uomo
si spenga così, in una grande città, ricca e generosa di forme di assistenza.
Però accade a Roma, e altrove, e accade più spesso di quanto vorremmo. Allora
c'è qualcosa che non va. C'è qualcosa che non va nel fatto che comunità di
immigrati peraltro spesso solidali e attive nel procurarsi sostentamento e
occasioni lascino morire i propri membri come cani. C'è qualcosa che non va nel
fatto che le nostre abitudini non prevedano ormai interventi adeguati in casi di
estrema necessità fisica, mentale o di palese sbandamento. C'è qualcosa che
non va nel fatto che è ormai alta la soglia di sopportazione. Che si è sempre
meno abituati a farsi carico di quel che si vede.
È quasi automatico ormai il pensiero che «qualcuno ci deve pensare». Di
fronte a situazioni che ci toccano, che ci feriscono, che non vorremmo vedere,
è diventato più difficile pensare: «Me ne faccio carico, provo a vedere che
si può fare». Una malaeducazione, non una vera e propria cattiveria. Qualcosa
di più sottile. Si è talmente abituati a dire tra sé: «Ci penseranno i
vigili, i volontari...». Non una malvagità, ma una sottile perversione. Come
di chi si tira fuori. Di chi si commuove e però se ne lava le mani. Perché un
altro, magari pagato apposta o specificamente motivato, se le sporchi. In
un'epoca sentimentaloide scarseggiano le opere di carità diretta, semplice,
comune. Non mancano, certo, ed eroiche. Ma ce ne vogliono di più. Che si
occupino di un individuo, di una famiglia, di un problema. Decenni di leggi,
decenni di teorie, decenni di cultura politica che hanno eretto al centro della
scena "il pubblico" inteso solo come servizio erogato dalle
istituzioni hanno generato una difficoltà di iniziativa personale. Da persona a
persona. Ma queste morti così uniche, così tragicamente singolari, richiamano
a riscoprire la società come tessuto, come movimenti di persone. Come cosa
personale. Per strappare terreno alla morte, occorre il coinvolgimento della
vita di ciascuno.