Il "richiamo" di Benedetto XVI

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Papa Benedetto ci invita ad essere solidali, per superare la crisi...

Davide Rondoni
("Avvenire", 27/12/’08)

Nei momenti di "crisi" occorre la voce credibile di un uomo che dica: "teniamoci stretti". Come occorre, in una tempesta, un "capitano" che sapendo la rotta offra indicazioni buone. In questa "crisi" innescata in buona parte dall’egoismo, il modo peggiore per reagire sarebbe altro egoismo. E non sarebbe soluzione migliore lasciare che le cose vadano senza cambiare nulla. Ma chi ha nel mondo l’"autorevolezza" per dire: "teniamoci stretti"? Per dire: senza "solidarietà" tutti finiamo "a mare"? Non possono dirlo in modo credibile coloro che hanno fatto di un modello "egoistico" il proprio spunto di vita e le proprie "profezie" di sviluppo. E nemmeno coloro che a un modello "egoistico" opponevano facili e irrealizzabili, e dunque pericolose, "utopie". Benedetto XVI lo può fare. In virtù della storia che rappresenta, e in virtù del nome che ha scelto di portare. Che è il nome del "Santo" che, nel colmo di una "crisi" che investiva il mondo conosciuto, seppe con l’opera e con la domanda al "Cielo" essere punto di unità e di ripresa. Nel suo "Messaggio di Natale" "Urbi et Orbi" il Papa chiama gli uomini a riprendere uno spirito di autentica "solidarietà". Egli parlando dell’apparire di Gesù al mondo non parla di un mondo "astratto". Evoca i nomi dei luoghi dove le "crisi" sono più acute: dallo Zimbabwe alla Terra Santa, dal Darfur alla Somalia, e i luoghi dove i diritti sono "conculcati". La speranza che porta quel piccolo "germoglio" di presenza di Dio apparso a Betlemme non è per un "altro mondo". Ma per questo, segnato da divisioni e da "conflitti" nazionali, sociali e personali le cui radici sono nella mancanza di "solidarietà" umana. Ci vuole la presenza di un Dio vivo, "disarmato" come un bambino, perché quella mancanza si converta in desiderio di "solidarietà", in disposizione al dialogo, al "negoziato", alla considerazione reciproca. Ci vuole una "conversione" del cuore di fronte alla "Bellezza" di Gesù perché si allenti la presa "nervosa" che confida nel possesso di beni per conoscere un’illusione di gioia. Dai tragici frutti dell’egoismo non si esce con l’egoismo.
Nell’"augurio" all’Italia, il Papa non a caso non fa "giri di parole". Ha gli occhi per vedere e vede, come tutti coloro che sono nel mondo "reale" e non in quello delle inutili "contrapposizioni" politiche. E non si attarda in vane "accuse". Riflette sulla "considerevole crisi sociale" che sta investendo anche il nostro Paese, e invita alla "solidarietà" reciproca. Mai come in questi tempi tale espressione deve essere letta senza "retorica". La "solidarietà" non è un "optional", una specie di "buona azione" per certi momenti speciali. O diviene lo sguardo con cui si osservano normalmente gli altri intorno a sé oppure il rischio di "lacerazioni" sarà fortissimo. E nella "crisi" non ci sarà qualcuno che se la cava e qualcuno no. La "barca" andrà a fondo con tutti.
Per fortuna c’è chi, dando voce ai tanti che testimoniano la "solidarietà" tutti i giorni, può richiamarci alla parte migliore di noi stessi, l’unica che potrà farci uscire dalla "crisi". Il Papa non ha in mente una "ricetta", perché non c’è "una ricetta" per far uscire il mondo dalla "crisi". In ogni "ricetta", in ogni tentativo di Governi, società, o famiglie o singoli, dovrà essere presente la misura della "solidarietà". Che nasce dal cuore dell’uomo quando si rinnova. Altrimenti nessuna "ricetta" servirà se non a creare dopo una "crisi" altra più dura "crisi", e dopo ingiustizia altra più profonda ingiustizia. La voce mentre la "barca" è in pericolo c’è. Ora sta a noi ascoltare.