Per tutti è un simbolo troppo alto

RITAGLI   Sul crocifisso, no per favore, non litighiamo   DIARIO

Davide Rondoni
("Avvenire", 3/2/’06)

Nella via Crucis c'è posto per tutti. Intendo tutti i tipi di reazione di fronte all'uomo che sarà inchiodato. Nella via Crucis che continua ogni anno e ogni giorno del mondo, c'è spazio per i carnefici, per i curiosi, per le donne addolorate. Per le frustate dei soldati, per la derisione dei religiosi, per ogni tipo di offesa. Su quel breve tratto che va da Gerusalemme al luogo detto del Cranio, ha già viste tutte le offese. Lui, che patisce in tutti i pazienti del mondo. Gli scherni, la corona finta e i sassi contro il petto: conosce le offese. Degli infuriati contro di lui e dei semplici idioti, di quei fannulloni senza pensiero che seguono il pensiero dominante. Che era come quello di oggi: «Quello sarebbe Dio? Che pazzia, una favola idiota. Che vada a morte, che scompaia». Perciò Lui forse quasi ne sorride. E non si stupirà di questi battibecchi un poco strampalati, tra giudici che non vogliono la sua effigie e altri che la devono difendere per legge. Che si arrivi a questo minuetto fa parte della grande offesa che da sempre Gli facciamo. Mentre va a morire per non far disperare noi, di fronte al morire. Conosce le idiozie degli uomini. Che gli sputavano addosso. Che gli dicevano «sei un buffone», che lo trattavano come un matto, come un'invenzione. Le stesse ingiurie di oggi. Di chi lo tratta come un simbolo, e non lo sopporta. E ne prova fastidio. Come coloro che sulla via si sentivano troppo buoni, troppo giusti, ed equilibrati per sopportare un Dio più buono di loro. Che si riduceva in quello stato per l'essere umano, cioè per un essere così notoriamente cattivo, ingiusto, squilibrato. Tranne loro, naturalmente. Che dunque lo deridevano poiché si sentivano superiori a un Dio così sconfitto. Conosce le ingiurie e la vacuità di chi attaccherebbe di tutto sopra alla propria testa, eccetto qualche cosa di veramente più grande della propria testa. Nella via Crucis c'è posto per l'ingiuria sottile, apparentemente educata, di chi pretende di rappresentare la massima autorità. A Gesù non è mai andata bene coi giudici. Di qualunque genere. Davanti a Lui andavano in confusione. Se lo palleggiavano tra una corte e l'altra. Come accade oggi. Pilato se n'è lavato le mani, pur di non rispondere alla domanda che gli era sorta di fronte a Gesù: «Cosa è la verità?». La domanda più degna di un giudice. La più importante. Non ha risposto per non piegarsi alla presenza di Gesù. Avrebbe dovuto ammettere che la giustizia umana, senza un fondamento in un Dio reale, può divenire una lotta sottile e tremenda, fatta in nome di entità che possono diventare a turno idoli (e lo sappiamo tragicamente): lo Stato, il Popolo, la Nazione. Pilato fece l'ingiuria sottile, giuridica, di lavarsene le mani. Altri, tra i giudici e il popolo lo condannarono perché avevano un'idea troppo alta di Dio. Doveva essere come lo immaginavano loro. Anche oggi, Cristo crocefisso rompe le misure degli uomini, e dunque le misure dei giudici. Di chi non lo vuole, e di chi lo vorrebbe imporre per legge. Come se fosse un simbolo intorno a cui imbastire battaglie di scartoffie, ricorsi e controricorsi. Nuovissimo, e pur antico tipo di offesa al Dio vivo: la messa in ridicolo. Strano. Proprio i giudici, che dovrebbero aver la vista migliore tra gli uomini, non vedono cosa vede il popolo? L'ammalato che alza gli occhi a un crocifisso nella stanza vede forse una imposizione di legge, un trattato di storia? O vede un Dio a cui offrire il proprio dolore, poiché Lui sa cosa è la sofferenza? Il crocifisso appeso nell'aula di tribunale non è la Vittima estrema che ricorda a tutti - colpevoli, avvocati, parte lesa, giudici - che ciò di cui si tratta in quell'aula è un bene infinito, da trattare con cura se Dio s'è disturbato per l'uomo, e fino a morire in quel modo? Cosa vedono, astrazioni invece della vita?