Stesso "realismo" di "2.000 anni fa"

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stavolta nella nostra terra

Davide Rondoni
("Avvenire", 9/4/’09)

La morte di Cristo fu "reale", come lo è quella di uomini e donne d’Abruzzo. Come la loro fu insensata e "brutale". E sentita "ingiusta". La morte di Cristo e la morte degli uomini sono uguali. E il dolore per quella morte fu uguale al dolore per le morti che oggi ci stanno davanti agli occhi. Fu lo stesso dolore. Lo stesso pianto, il medesimo "crampo nello stomaco". E lo stesso venir giù delle luci. Fu lo stesso serrare i pugni, e lo stesso buttarsi nell’abbraccio l’uno dell’altro. Come per metter quiete a qualcosa che fa "rompere il petto". Come per tenere legate nell’abbraccio di un altro le ossa che stanno per rompersi per il "grido del cuore". Il dolore di Lui che moriva fu dello stesso tipo del dolore di molti che non ce l’hanno fatta sotto le "macerie". Il "soffocamento" fu lo stesso. E anche la "disperazione" di Cristo fu la stessa di quella che hanno provato in tanti, in troppi in Abruzzo.
La "Croce" non fu una "scena teatrale". Come non è teatro, non è "set televisivo", nonostante a tratti l’invadenza dei "media", quello che vediamo in Abruzzo. La morte di Cristo non fu un bello spettacolo, come non lo è per niente la morte di tanti in queste ore. Abbiamo la "Croce" davanti, in questa settimana, e la "Croce" addosso a così tante famiglie. Ed è lo stesso peso, la stessa offesa e la stessa sofferenza, la stessa "condanna", sulle spalle di Gesù e sulle spalle oggi di tanti. La
"Via Crucis" si svolge sotto i nostri occhi. E come accade solitamente nel "presepe", dove si aggiungono figure e figurine tratte dalla vita quotidiana e dalla cronaca, ora ci accade di farlo per la "Via Crucis". E per la settimana intera di Pasqua. Di dover aggiungere mille figure di dolore e di speranza. Di vedere tante figure, tanti personaggi reali per la "Via Crucis" e per i preparativi della notte del Sabato. Di vedere i volti di Cristo, i volti della "Madre dolorosa", quelli degli amici sgomenti. E pure i volti, i tanti volti del "Cireneo", che aiuta a portare la "Croce". Perché quella di Cristo è come la nostra morte. Ed è per la nostra. Abbiamo per così dire, purtroppo, la "Via Crucis" sottomano. Va in scena nella nostra terra. Vicina, con il suo carico di dolore. E con i segni del bene. Perché il "Cireneo", e la docilità con cui Gesù va al "supplizio" sono segni, per quanto apparentemente meno visibili di tutto l’orrore e la pena, del bene che non cessa di presentarsi. Della "Resurrezione" che non smette di annunciarsi. Si fa fatica a tenere gli occhi su questi segni. Sembrano piccoli, nella immensa "Via Crucis" di queste ore italiane. Piccoli ma evidenti.
Trovarsi insieme, come avverrà nei prossimi giorni, per i riti e le celebrazioni di Pasqua, servirà proprio per aiutarsi a vedere bene. Per vedere insieme la "Via Crucis". E anche il senso della "Via Crucis". Per vedere il volto di Cristo che soffre e per rivolgere gli occhi dove stava guardando Lui mentre era nel "supplizio". E occorrerà guardare bene, da soli e nella "comunità", per vedere il Sabato. E per attendere la Domenica. Che sembra ostruita dai sassi. E dal sapore della sabbia tra i denti. Occorrerà aiutarsi a guardare la "Via Crucis" tra noi. A guardare davvero. A non distogliere gli occhi. Cercando Gesù dov’è. Perché è dove si patisce la morte, questa morte sua, uguale di Figlio di uomo alla morte di tutti i figli di uomini, specie degli "innocenti"; sì, Lui è nella "Via Crucis" d’Abruzzo, dove si patisce forte, ma è lì tra le tende, le bare, le case non più case, le coperte e le sue Chiese aperte come grida al cielo, per la certezza di conoscere la vita che non finisce mai.