Scompiglio
per la sentenza al Consiglio di Stato
Davide
Rondoni
("Avvenire", 17/2/’06)
Fa quasi tenerezza.
Come se vedi un bimbo che gli si è rotto un giochino in mano. E non si
raccapezza. Non sa più come funziona quel che prima filava così liscio. Sì,
fa quasi tenerezza veder lo smarrimento che ha invaso i delicati sensi di taluni
commentatori alla sentenza con cui il Consiglio di Stato ha stabilito che ci
sono motivi sufficienti poiché il crocefisso resti esposto nelle aule e nei
luoghi pubblici. Quella sentenza li ha gettati in confusione. Si erano costruiti
un bello schemino: da una
parte stavano gli oscuri difensori di macabri simboli religiosi e dall'altro gli
uomini liberi, laici, illuminati e pure un poco luminosi. Era chiaro dove stava
il bene e il male, il moderno e l'antimoderno, il religioso e il laico. Avevano
messo a punto e ben smerciato sui loro media e strumenti di persuasione questo
semplice marchingegno ideologico per cui il crocefisso è fardello di un'epoca
oscura da cui dobbiamo affrancarci e un bel muro vuoto è segno di libertà e di
rispetto.
E adesso gli Altotogati - che non sono certo degli oscuri monaci alla Eco -
affermano addirittura che il crocefisso ha valore educativo perché richiama
"valori civilmente rilevanti, che ispirano e soggiacciono il nostro ordine
costituzionale, fondamento del nostro convivere civile". Come dire: serve a
richiamare i fondamenti dello Stato laico. Ai nostri commentatori, vedi Merlo
ieri su Repubblica, è venuto quel che in Romagna chiamiamo uno
"stranguglione". Come quando ti va di traverso qualcosa e strabuzzi
gli occhi. Improvvisamente le parole si sono spostate di posto davanti ai loro
occhi. E si son confusi loro i pensieri. Gesù non faceva più coppia con
religione, divisione e oscurità, ma con laicità e convivenza. E il crocefisso
non faceva più coppia con i simboli di una religione come un'altra, ma è
richiamo alle cose più importanti che ci tengono insieme. Ma come, il
crocefisso non è un simbolo religioso e perciò da tener nascosto? O non lo si
dovrebbe esibire in compagnia di tutti i simboli a parimerito? Che so, portando
in aula pure dei "menhir", dei cilindri girevoli, dei
"totem", delle mucche sacre o fulmini o quant'altro, in un "caravanserraglio" religioso "democratico" e
"folkloristico"?
Non saranno certo queste poche righe a distogliere quei ragazzoni dalla faccia
imbronciata che non si raccapezzano più. Già vediamo che alcuni, pur di non
fermarsi a riflettere veramente su cosa vuol dire laico e cosa vuol dire
cristiano, preferiscono tornare ad accomodarsi nei loro pregiudizi. Magari -
come l'infastidito Cacciari - dicendo che la faccenda non importa e che Gesù
Cristo, il quale si sa ha coi filosofi un filo diretto, sarebbe lui il primo a
togliersi dai muri.
Ai rintronati da una sentenza piena di semplice buon senso e di quasi ovvio
senso della storia, noi umilmente suggeriamo due pensierini per uscire dalla
paralisi. Il primo: forse non è un caso che il cristianesimo abbia sempre
affermato di non essere una religione. A un autentico laico dovrebbe interessare
che il cristianesimo sia un movimento di uomini e una grandiosa avventura di
individui, di popoli, di istituzioni, di arte, che si fonda non su un tentativo
religioso, ma su un avvenimento storico. Gesù, appunto. Il quale non è né un
santone, né un profeta, né un re, ed ebbe anzi i capi religiosi contro. Il
secondo: potrebbe essere, questa diatriba, un'occasione per mettere a tema chi
è Gesù detto il Cristo, al di là di quel che già tutti presumiamo di sapere
di Lui. Non dovrebbe dispiacere ai cosiddetti laici il fatto che si possa
discutere di un fatto storico e delle sue caratteristiche. Perché l'ignoranza e
la censura, specie l'autocensura, sono anticamera della confusione e della
guerra. Ci state?